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The Post: recensione – La donna e la difesa della democrazia

the post locandinaTempo di lettura: 4’36’’

The Post di Steven Spielberg inizia con uno schermo nero che, poi, apre sulla giungla vietnamita, nel 1965, tra i soldati americani che si preparano a una missione. Si dipingono il volto per mimetizzarsi, con loro, in qualità di osservatore, c’è Daniel Ellsberg, uomo del Pentagono che riferirà all’amministrazione governativa la situazione sul campo; poco dopo lui e gli altri cadono in una imboscata dei vietkong. È qui che inizia la storia dei Pentagon Papers ovvero il rapporto commissionato dall’allora segretario alla Difesa di Kennedy prima e di Johnson dopo, Robert McNamara sull’impegno americano nel Sud-Est asiatico, documenti che, giunti in possesso del New York Times e del Washington Post sei anni dopo, rivelarono le menzogne del governo USA circa il reale stato della situazione della guerra, sostenendo pubblicamente la vittoria, ma sapendo che non sarebbero mai riusciti ad avere la meglio. 

The Post non è un film su un’indagine giornalistica. Quando Spielberg ci porta nel 1971, il NYT già era in possesso dei documenti e li pubblica, bruciando il Washington Post che, nella capitale dell’impero amerigano, giocherebbe “in casa”. Presa la manita dai rivali della Grande Mela, il direttore Ben Bradlee (Tom Hanks) striglia i suoi come un Al Pacino negli spogliatoi di Ogni Maledetta Domenica e il Post riesce a recuperare la partita: uno dei suoi giornalisti (Bob Odenkirk, miglior attore protagonista di sempre quando parla a un telefono pubblico) entra in possesso del rapporto, ma nel frattempo un ricorso del governo alla giustizia blocca la pubblicazione del NYT. A questo punto per il direttore Bradlee e l’editore Katherine Graham (Meryl Streep) devono decidere: sfidare giudici e governo pubblicando il rapporto? Rischiare in prima persona la prigione mentre è in corso la delicata quotazione in Borsa del quotidiano che potrebbe comprometterne la sopravvivenza?

Sì, è vero, ci sono la redazione, i giornalisti, il brivido della ricerca di documenti segreti che potrebbero cambiare gli equilibri politici di una nazione. C’è l’arguzia, la sagacia, la ricerca, la tigna e l’intuito di uomini consumati dalla devozione al “mestiere”. C’è la sceneggiatura di Liz Hannah a cui partecipa Josh Singer, quello de Il Caso Spotlight, ma il cuore di The Post è tutto da un’altra parte: nel peso specifico di valori fondamentali che attengono alla nostra società e alle nostre democrazie. Spielberg si ricollega direttamente al suo Lincoln: se lì trovare i voti per fare approvare il Tredicesimo emendamento era la scusa per una riflessione su una figura storica, il fardello della guerra sulle sue spalle e il valore di una scelta ideale, qui a Spielberg preme la difesa del Primo emendamento e della libertà di stampa nei confronti di un governo invadente e mefistofelico, tanto che la voce sinistra di Nixon compare in un paio di contributi d’annata mentre abbaia al telefono ai suoi segugi di “far chiudere il Post” e non farlo più entrare alla Casa Bianca – ma di non dirlo alla First Lady che sicuramente sarebbe stata contraria.

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Per stupire e commuovere, Spielberg trapianta un secondo cuore pulsante nel suo The Post. Non sono le rotative che entrando in funzione faranno tremare il palazzo del Post e, metaforicamente, la Casa Bianca. È la storia di Katherine Graham, prima donna a capo di una grande testata che, al suicidio del marito Phil, è “costretta” a prendere le redini e portare il Washington Post attraverso una difficile transizione. Per investire sulla redazione (che bestemmia nell’editoria di oggi), sceglie di quotare la sua azienda in Borsa e, prima donna in un mondo di uomini, si ritrova in riunioni, meeting, incontri in cui non è mai presa sul serio, messa in un angolo, ignorata. In un‘epoca in cui le donne portavano i caffè, facevano le fotocopie, offrivano sicurezza al maschio, Katherine Graham deve decidere i destini di molti. Nella rivalsa della condizione della donna interpretata da Meryl Streep, nella sua progressiva presa di coscienza, nella capacità di trovare il coraggio che nessuno le aveva mai insegnato perché a lei, in fondo, era chiesto solo di organizzare feste e raccogliere fondi, c’è il vero cuore emotivo del film: nei sottintesi delle alzate di sopracciglia, nella posizione della mani sul tavolo, nella ricerca di una via di fuga in una stanza piena di giacche e completi scuri. Fino al momento in cui, tutti gli uomini dispensatori di consigli e di paure, devono farsi da parte, un compimento che solo Meryl Streep poteva rendere in maniera tanto potente e piena di sottintesi.

Nell’assistere all’emergere di una grande donna a difesa di un principio democratico e civile, Spielberg ci porta con lo sguardo dentro uffici, corridoi, stanze. In un pastello di colori fortemente anni Settanta, Janusz Kaminski crea un balletto emozionante di movimenti di macchina e pause, mentre zio Steven alterna piani sequenza e autentici momenti teatrali come la colazione tra Graham e il suo direttore in cui il regista lascia la scena ai suoi due protagonisti che sembrano che nella vita non abbiamo mai fatto altro: parlare delle scelte editoriali di un grande quotidiano, mordersi a vicenda per capire la forza e il punto di rottura dell’altro.

I diritti del libro di Liz Hannah da cui è adattato The Post furono acquistati sei giorni prima le elezioni presidenziali del 2016 che sembrava avrebbero incoronato Hillary Clinton quale primo presidente donna della storia USA. Se prima di quel giorno, The Post avrebbe dovuto mostrare dove erano arrivate le donne partendo da Kay Graham prima donna a capo di un giornale in tutta la nazione, dopo la vittoria di Trump, l’urgenza di Spielberg è diventata l’emergenza democratica di un Paese in cui il presidente mette in dubbio l’idea stessa di verità, senza considerare come ha sempre trattato le donne. Così, per affrontare le 11 settimane di riprese, durante la post produzione di Ready Player One, Spielberg sceglie un dream team di attori e attrici in cui trovano spazio eccellenti professionisti della tv. Detto di Odenkirk, c’è Matthew Rhys che sfoggia la collezione di faccette sfuggenti appresa nei panni della spia russa di The Americans; c’è la leggera gravità di Carrie Coon, che corona un anno straordinario dopo The Leftovers e Fargo; c’è Alison Brie quasi irriconoscibile, che mette dentro la drammatica sostanza appresa alla corte di Don Draper e i Mad Men.

Spielberg chiude il suo viaggio tra la difesa della democrazia e la nascita di un mondo in rosa tra le stanze del Watergate, dove finì l’avventura politica di Richard Nixon in una spinta ideale che fa di The Post quasi un prequel di Tutti gli uomini del presidente. È sicuramente le donne che hanno dato il loro fondamentale contributo a forgiare la democrazia.

american beauty pagelle voti stelle film***** A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla…

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