The Long Walk: il film che cammina (e ti lascia per strada)
Con la regia di Francis Lawrence, The Long Walk prova a costruire un racconto distopico minimale. Ma tra dialoghi infiniti e ritmo inesistente, il film finisce per essere più estenuante della maratona che racconta.
The Long Walk, trama e adattamento del romanzo di Stephen King
Va detto subito, senza girarci attorno come uno dei poveri cristi di questo film: The Long Walk è uno di quei casi in cui il cinema prende un’idea potente e la trasforma in un tapis roulant narrativo rotto. E sopra ci mette pure la modalità “camminata lenta”.
Perché il film non funziona: ritmo, tensione e assenza di mistero
C’è un momento, durante la visione di The Long Walk, in cui capisci che sei finito dentro una versione distopica di una puntata di Dr. House senza House, senza casi clinici e soprattutto senza Lupus. Solo gente che parla. E cammina. E poi parla. E poi cammina. E poi muore. Fine.
Il problema non è la lentezza: è la totale assenza di tensione. Non c’è mistero, non c’è mondo, non c’è contesto. C’è solo una strada dritta come la carriera di certi registi dopo un successo.
Un’ora e quaranta che sembrano una maratona senza traguardo, ma senza nemmeno il gusto della fatica epica: solo noia da tapis roulant.

Francis Lawrence dopo Hunger Games: involuzione o incidente?
Francis Lawrence – sì, quello che aveva almeno un’idea di messa in scena in The Hunger Games però era pallosissima – qui sembra aver diretto il film durante una passeggiata digestiva troppo lunga.
Stephen King, autore enorme, gigantesco, tipo Generale Zod intrappolato nella lastra di vetro in Superman: funziona meglio nella prigione della pagina che nella libertà del cinema.
Perché il suo immaginario ha bisogno di non essere spiegato, di rimanere evocato. Qui invece non viene spiegato niente – e non è un pregio, è proprio che non gliene frega niente a nessuno.
Personaggi piatti e dialoghi infiniti: il problema della scrittura
Il film è letteralmente un’ora e quaranta di ragazzi che discutono dei massimi sistemi mentre il loro arco narrativo è:
- cammino
- crampo
- sparo
- prossimo tema
Una struttura narrativa che farebbe sembrare Stand by Me un thriller di David Fincher sotto steroidi.
Le interpretazioni? Monocorde come una playlist Spotify lasciata in loop su “tristezza adolescenziale”. Non è colpa degli attori: è che i personaggi non evolvono. Sono figurine che camminano verso la loro eliminazione, tipo reality show senza confessionale.

Il (finto) impatto del gore e la povertà narrativa
E ogni tanto, quando si accorgono che lo spettatore sta per mollare, buttano dentro un po’ di gore. Ma è un cerotto su una frattura esposta: non serve a niente. Anzi, peggiora tutto.
È come se il film dicesse: “Non abbiamo una storia, ma guarda come esplode bene questo cranio”.
Il risultato è un cinema che prova a scioccare quando dovrebbe costruire.
Il finale di The Long Walk spiegato (e perché non basta)
Il finale prova a fare “il gesto simbolico”, quello che dovrebbe chiudere il cerchio. Ma arriva talmente tardi e talmente poco preparato che sembra un colpo di scena scritto da qualcuno che aveva perso il treno delle idee due fermate prima.
E la cosa più incredibile è che il film riesce nell’impresa più difficile: farti percepire fisicamente la durata della camminata. Altro che 3 miglia all’ora: qui si viaggia alla velocità della disperazione.
Vale la pena vederlo?
The Long Walk è un film che cammina tanto, ma non va da nessuna parte.
E quando finalmente si ferma, sei tu che sei già andato via.
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