Paradise 2, recensione completa: perché è migliore della stagione 1

Se la prima stagione di Paradise era quella cosa che guardavi con lo stesso entusiasmo con cui leggi il menu di un volo low cost – “ok, interessante, ma già visto” – la seconda è quel momento in cui il pilota decide di fare una virata improvvisa e tu pensi: “Aspetta, ma allora qui vogliono davvero portarmi da qualche parte”.
Un salto narrativo (finalmente)
Disponibile ovviamente su Disney+, la stagione 2 di Paradise fa quello che ogni serie promette e quasi nessuna mantiene: cresce. E non di quei due centimetri posticci che poi ti fanno dire “eh vabbè, sempre quello è”. Qui si passa da un world building abbastanza scolastico – roba che manco un articolo di Variety avrebbe salvato senza un paio di aggettivi pompati – a una narrazione che finalmente si prende il rischio di raccontare altro.
Il complottone distopico della prima stagione? Ridimensionato. Non eliminato, sia chiaro, perché lo streaming mainstream ha bisogno del suo “mistero grande così” da mettere in copertina. Ma qui diventa quasi un pretesto, una cornice. Il quadro, invece, sono le storie. E che storie.

Ammazza che palle la prima stagione
I nuovi personaggi: quando la serie smette di spiegarti tutto
La vera vittoria della stagione 2 è tutta lì: nei personaggi nuovi. Non entrano in scena come figurine Panini da incollare per completare l’album, ma come esseri umani con zone d’ombra, desideri, contraddizioni.
Ci sono episodi che sembrano quasi antologici, piccoli racconti che potrebbero vivere anche fuori dalla trama principale. E in quei momenti Paradise diventa qualcosa di più vicino a una serie che i giornalisti quelli bravi ma soprattutto i creator di infimo spessoredefinirebbero “character-driven” (cioè: finalmente qualcuno ha capito che le persone sono più interessanti dei complotti).
Ci sono puntate poetiche, lente, quasi sospese – roba che nella prima stagione sarebbe stata considerata eresia algoritmica. Qui invece funziona. Perché crea empatia. E perché smette di trattarti come uno che ha bisogno del riassunto dopo ogni scena.
La seconda stagione di Paradise affronta la narrazione con la formula di storie “quasi” auto conclusive, incentrate semplicemente su un personaggio. Il primo episodio si intitola “Graceland” e introduce Annie Clay, interpretata da Shailene Woodley, e di come trovò rifugio nella “reggia” del re del rock, dopo una vita di ferite, fallimenti e difficili risalite. Graceland è un’ora di televisione dedicata alla costruzione di un personaggio, un racconto toccante, intenso, da incastonare dentro la storia principale per riportarci dentro Paradise.
Con “Mayday” (episodio 2×2) ritroviamo Xavier (Sterling K. Brown), scopriamo cosa gli è accaduto dopo aver ascoltato il messaggio della moglie e il successivo incontro con Annie. Intanto la donna ha incontrato il futuro padre di sua figlia, altro personaggio introdotto con un bellissimo episodio, Bean. Xavier e Annie partono verso il bunker in Sacro Mandato (2×4), forse il punto più alto della stagione. Lei sembra aver trovato il coraggio di aprirsi al mondo, quando alla fine di una vita fondamentalmente sfigata – per dire, appena trovato un lavoro che amasse arriva il disastro climatico – [SPOILER] morirà di parto, un cliffhanger scritto da un dio cinico: nasce una trama, muore la protagonista. Dan Fogelman tratteggia esistenze basate sulla resilienza e sulla sopravvivenza, alzando il livello qualitativo della scrittura rispetto alla prima stagione. C’è Gary, ad esempio, il Postino (interpretato da Cameron Britton, già apprezzato in Mindhunter), un uomo solitario, dimostrazione di come l’apocalisse esalta le tue qualità, ma anche i tuoi difetti e le tue debolezze. Tutte storie raccontate con minuzia di particolari, prendendosi tutti il tempo, tanto è una serie tv, magari possiamo pure lasciare un attimo da parte la trama, il misteri, lo sci-fi e concentrarci sui personaggi anche se Fogelman lo fa con pochi tratti di sceneggiatura e i registi Ficarra e Requa gli fanno da controcanto in regia, mostrando molto, lasciando che le immagini guidino la narrazione.

Il problema: quando torna il “Netflix mode: ON”
Poi però – perché c’è sempre un però, e se non c’è me lo invento io – Paradise inciampa proprio quando prova a ricordarsi da dove viene.
Nel finale, il meccanismo distopico torna a bussare come quel parente che non inviti mai ma che si presenta lo stesso a Natale. E lì la serie ricade nel vizio originale: spiegare troppo, semplificare troppo, imboccare lo spettatore come se fossimo tutti alla prima puntata di una serie complessa (che poi complessa non è mai stata davvero).
È il classico compromesso da piattaforma: vuoi essere profonda ma anche universalmente digeribile. Risultato? Un paio di passaggi che sembrano scritti con il manuale “Spiegare le cose a chi scrolla mentre guarda”.
Colonna sonora: lounge o genio nascosto?
Capitolo soundtrack. Quella roba da lounge di albergo di Las Vegas – sì, proprio quella che ti aspetti mentre qualcuno ti serve un cocktail troppo caro – è straniante. All’inizio pensi: “Chi ha sbagliato playlist?”. Poi inizi a sospettare che sia voluto. E lì scatta il dubbio critico, quello da editor di IndieWire: e se fosse una scelta ironica? Un contrasto volutamente kitsch per sottolineare il vuoto emotivo del mondo raccontato? Non ho una risposta definitiva. Ma il fatto stesso che venga il dubbio è già una vittoria.
Verdetto (senza fare i professoroni)
Paradise 2 è quello che la prima stagione prometteva di essere e non era: una serie che smette di costruire il parco giochi e inizia a farci vivere dentro le persone. Più coraggiosa, più emotiva, più varia. E sì, anche più imperfetta – ma di quelle imperfezioni che fanno simpatia, perché nascono dal tentativo di fare qualcosa in più. Se la prima stagione era un tutorial, questa è finalmente una partita vera. E ogni tanto, pure divertente.

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