Il Diavolo Veste Prada 2: influencer, marchette e fine della critica

Il vero tema di Il Diavolo Veste Prada 2 non è la moda ma la morte dell’autorevolezza. Un film che parla di editoria, algoritmi, influencer e del momento esatto in cui il giornalismo ha smesso di fare domande per iniziare a inseguire il consenso.
Vent’anni fa Il Diavolo Veste Prada raccontava il mondo della moda come una guerra feudale combattuta a colpi di sguardi passivo-aggressivi, cappotti beige e umiliazioni in open space. Oggi Il Diavolo Veste Prada 2 racconta qualcosa di molto peggio: il funerale del giornalismo. E la cosa più tragica è che lo fa dentro un’industria che quel funerale lo sta sponsorizzando con prosecco, gadget e weekend sul Lago di Como.
Il Diavolo Veste Prada 2 e la crisi del giornalismo contemporaneo
Sono andato all’anteprima. Sala piccola. Maglietta bianca brandizzata. Misure a caso e una frase di Miranda Priestly che probabilmente dovrebbe farmi sentire parte di qualcosa. Non saprei di cosa esattamente. Di una community? Di un brand? Di una strategia marketing? Perché ormai è tutto questo il punto: non sei più lì per raccontare un film, ma per entrare nel meccanismo promozionale del film stesso. E infatti mentre ai giornalisti venivano distribuiti embargo e tessutino sintetico da merchandise aziendale, agli influencer toccavano hotel di lusso, gite in barca, accessi privilegiati ai talent e tutta quella pornografia relazionale che oggi ha sostituito il lavoro critico. Naturalmente per loro l’embargo non vale mai. Loro possono postare subito. Perché loro non devono analizzare. Devono amplificare. È una differenza enorme. E guardando il film mi è sembrato impossibile non vedere il gigantesco sottotesto politico che scorre sotto ogni dialogo, ogni riunione editoriale, ogni faccia devastata dentro la redazione di Runway. Il film parla formalmente di moda, di editoria, di un mondo che cambia. Ma in realtà racconta il momento esatto in cui il giornalismo smette di essere un cane da guardia e decide di diventare un barboncino da salotto. Non è nemmeno più questione di qualità. È questione di funzione.

Influencer contro critica cinematografica: cosa racconta davvero il film
A cosa serve oggi una recensione approfondita, argomentata, magari pure cattiva, quando puoi avere un reel da trenta secondi con lucine soffuse, musichetta motivazionale e qualcuno che ti dice che gli stivaloni di Anne Hathaway “sono letteralmente iconici”? È questo il vero orrore del film. Non tanto la crisi economica dei giornali. Quella è quasi una conseguenza fisiologica. Il problema è che il sistema ha scoperto che il giornalismo indipendente rompe i coglioni. Fa domande. Dubita. Contraddice. Mentre il creator economy circus è perfetto per il capitalismo contemporaneo: sorridente, trasversale, innocuo. Oggi puoi parlare di cinema lunedì, politica martedì, skincare mercoledì e gnocchi giovedì, purché tutto avvenga sempre dentro il recinto dell’intrattenimento permanente. Senza conflitto. Senza pensiero. Senza il rischio terribile di risultare scomodi. Ed è qui che il film colpisce davvero. Perché Miranda Priestly non è più il simbolo del potere assoluto. È una regina in declino che si trova costretta a inginocchiarsi davanti all’algoritmo. Runway non domina più il gusto: lo rincorre. E nel rincorrerlo deve prostituire il proprio linguaggio, sacrificare la propria identità, parlare la lingua grottesca dell’engagement. Non è un caso che il film trasudi tristezza anche quando fa battute. Sembra continuamente attraversato dalla consapevolezza che qualcosa sia morto per sempre. E quel qualcosa non è la carta stampata. È l’autorevolezza. Il problema non è che i giornali chiudano. Il problema è che abbiano smesso da anni di fare i giornali.
Perché Il Diavolo Veste Prada 2 è un film politico travestito da sequel glamour
Il declino è iniziato quando l’informazione ha smesso di dare notizie per iniziare a cercare posizionamenti. Quando si è capito che stare “da una parte” garantiva più accessi, più protezioni, più inviti, più sopravvivenza economica. E allora via col giornalismo trasformato in pubbliche relazioni emotive. Via con gli articoli scritti per compiacere uffici stampa, distributori, partiti, editori, sponsor. Via con la paura costante di perdere l’accesso. Perché oggi il vero ricatto non è la censura. È l’esclusione. Non ti invitano più. Non ti mandano gli screener. Non ti chiamano alle anteprime. Ti tolgono il posto a tavola. E allora meglio abbassare la testa. Meglio sorridere. Meglio fare il creator “entusiasta”. Il film, da questo punto di vista, è quasi disperato. E forse anche involontariamente sincerissimo. Perché quei guru hi-tech che vengono raccontati come visionari non sono altro che i padroni di sempre con un TED Talk e un dolcevita nero. Licenziano con una mail, pagano meno tasse possibile, accumulano ricchezza sulla svalutazione del lavoro altrui e chiamano “innovazione” quello che spesso è semplicemente sfruttamento reso cool. Marx probabilmente li odierebbe più dei capitalisti ottocenteschi. Almeno quelli non fingevano di essere amici tuoi. E allora sì, alla fine The Devil Wears Prada 2 è un film più importante per quello che racconta che per come lo racconta. Artisticamente non sempre funziona. Alcuni passaggi sono didascalici, certi dialoghi sembrano scritti da un algoritmo addestrato su LinkedIn Premium e ogni tanto il film indulge pure in quel lusso pornografico che dovrebbe criticare. Però dentro questa gigantesca operazione nostalgica e commerciale c’è qualcosa di autentico. Un’ammissione di sconfitta. Un requiem. Un editoriale mascherato da sequel glamour. E forse è proprio questo il punto più ironico di tutti: che a raccontare la morte del giornalismo sia stato un blockbuster hollywoodiano promosso con influencer in barca sul Lago di Como.
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