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Chiamami col tuo nome: recensione – Vivere, trombare, mangiare come se non ci fosse un domani

chiamami col tuo nome locandina manifestoTempo di lettura: 2’43’’

La storia di come Luca Guadagnino è arrivato alla regia di Chiamami col tuo nome sembra il perfetto punto dove si incontrano opportunità, tigna e botta di culo. Ambientato in Italia, i produttori che acquisirono i diritti del libro di André Aciman chiesero a Guadagnino di aiutarli a capire che Italia fosse quella raccontata nel romanzo. Era l’epoca di Io sono l’amore e, piano piano, Luca riesce addirittura a entrare tra i produttori del film. La Liguria (e Bordighera) di Aciman diventano la bassa Cremasca e Crema in particolare, ma la difficoltà è trovare un regista. Si parla di Muccino, Taylor-Johnson e James Ivory. A questo punto, durante una riunione del Gran Consiglio, mentre elfi, uomini, e nani si accapigliano, Luca Guadagnino prende coraggio e dice “Lo giro io”. A differenza di Frodo, Luca non ha bisogno di qualcuno che gli indichi la strada fino al Monte Fato. Ripete “l’amore non ha mappa, perciò non ha confini”. Il Gandalf di Guadagnino è James Ivory che adatta il romanzo.

Siamo nell’estate del 1983, lo studente universitario Oliver (Armie Hammer) è ospite nella casa di campagna del professore Perlman (Michael Stuhlbarg) per trascorrere le vacanze. Qui conosce il figlio del professore, Elio (Timothee Chalamet), ragazzo schivo, già notevole pianista malgrado abbia appena 17 anni. All’inizio tra i due c’è attrito, la rudezza yankee di Oliver mal si incontra con l’educata timidezza di Elio, ma si capisce subito che si tratta di tensione sessuale. Rincorrendosi tra sottintesi, passeggiate in bicicletta, bagni negli stagni, tra i due nasce qualcosa.

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Affamato di vita e sensualità, Chiamami col tuo nome è un’opera fisica immersa in una natura rigogliosa, carica di forza contadina, di tortelli cremaschi fatti a mano, bei tempi andati quando arrivavi in una casa di campagna e chiedevi un bicchiere d’acqua a ‘na vecchia che sta a fa’ i fagioli e sopra la porta di casa tiene la foto del duce. Guadagnino plasma un film tridimensionale pulsante di carnalità, di corpi che si sfiorano e si scaldano al sole, di riflessi sull’acqua, di costumi bagnati appesi sul rubinetto della vasca, di odori, di frutta, quanta frutta!, mangiata voluttuosamente a morsi e addirittura posseduta, di sudore, di piacere, di massaggi ai piedi che come diceva Vincent Vega non sono soltanto dei massaggi ai piedi, di un figlio e di un amico musicista che ti svolta la serata, di piccole delizie dello spirito gustate mentre fuori piove, di vecchie magioni aristocratiche dove imposte che cigolano sono il metronomo della vita e di angoli nascosti dove consumare un sesso furtivo.

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Come una statua menomata riscoperta sul fondo di un lago, l’amore tra Elio e Oliver riaffiora dalle sabbie delle convenzioni, di ciò che è lecito e di ciò che è meglio non far vedere in pubblico, una ricerca della felicità dolorosa perché raggiunta per pochi attimi e in attrito con un mondo in cui la casa dei Perlman è un tempio nascosto da alberi e strade polverose di campagna. Un amore che si erge di fronte a tutti come un monumento ai caduti della Prima guerra mondiale, ma nasconde storie e sofferenze che ormai in pochi possono ricordare. Soprattutto nella sequenza a Crema – quando Oliver ed Elio si ritrovano proprio ai piedi della statua di un milite ignoto, si allontano e infine si avvicinano – c’è la forza dell’occhio di Guadagnino, che è con loro, ma al di fuori di loro, vede nascere un amore e gli gira intorno, in campo lungo osservando dalla macchina da presa in piano sequenza. Il suo sguardo si posa su tutto e a tutto dona tridimensionalità, una corporeità che fa venire voglia e rimorso di vivere, assaporare, ballare, camminare in ciabatte nelle strade calde, smarrirsi in bicicletta, fermarsi a giocare a carte con gli anziani nel bar del borgo, vivere, vivere, vivere come non ci fosse un domani.

Chiamami col tuo nome è candidato a quattro premi Oscar, compreso Miglior film.

bianca nanni moretti pagelle stellette cinema coccinema****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.

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