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Black Panther – recensione: Fascisti su Wakanda

Black Panther locandinaTempo di lettura: 3’36”

Finalmente il Marvel Cinematic Universe fa un salto in Africa, in Wakanda, a seguire le avventure di T’Challa, Black Panther, figlio di T’Chaka, in attesa che arrivino le botte serie tra gli Avengers e Thanos figlio di Mentore e Sui-San, originario di Titano vicino Saturno e Granburrone. Diretto da Ryan Coogler, nel cast ci sono Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Martin Freeman, Daniel Kaluuya, Angela Bassett, Forest Whitaker e Andy Serkis.

Wakanda è una nazione fascista. Immaginaria, ma fascista. Tutti i membri della famiglia reale e i militari si salutano con una strana combinazione di gesti delle braccia gridando forte un infantile “Wakanda per sempre”. Ormai, da quando Johnny Depp e Winona Rider si sono lasciati, è evidente a tutti che niente è per sempre mentre lo slogan ricorda “O Marte o morte” di barbagliana e guzzantiana memoria, ma questa è un’altra storia. Insomma, Wakanda è fascista, un paese privo di vezzosi orpelli con cui le donnette arricchiscono il paese della sterlina; nascosti dagli sguardi degli invidiosi, i wakandiani se la spassano con grattacieli degni di Dubai e assistenza sanitaria da far invidia a Trump e Zuckerberg. Non ci sono elezioni e quando il re muore si tiene una cerimonia in cui i capi delle cinque tribù che compongono la nazione possono sfidare a duello l’erede al trono, chi vince fa il re e ha lo ius primae noctis su tutte le donne e gli uomini (siamo moderni) di Wakanda, chi perde schiatta, il che è un gradino sotto l’ottenere l’incarico per formare un governo da un re nanerottolo dopo aver fatto una scampagnata sulla capitale.

Il grande T’Challa, figlio di Kmer, della tribù di Istar addirittura invade uno stato straniero pur di poter invitare la sua morosa alla cerimonia di incoronazione, massacra una simpatica banda di predoni, per conquistare la sua bella. Ah cos’è l’ammor se non lo sguardo magnetico di T’Challa, irresistibile seduttore di Wakanda, sul cui petto s’annodano i sospiri di mille sognanti fanciulle? La sua rapacità con le femmine è orgoglio nazionale e la vanità del Black Panther è ampiamente tollerata tanto che gli è perfino consentito l’uso di ciglia finte, purché virilmente aromatizzate al pino silvestre.

Insomma, Black Panther è la versione Marvel de Il Dittatore di Sacha Baron Cohen, ma è sicuramente molto meno divertente e T’Challa si veste decisamente peggio. Del resto, sorpresa!, va in giro con una tuta nera e sempre fedele al motto di Barbagli «Sono uno di voi. Presidente, operaio, eccetera… ma uno di voi. Nella fattispecie il padrone».

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“Ammirate la vastità del cazzo che me ne frega. Wakanda è fascista”

È difficile per un uomo buono essere re.

Dopo l’approfondita analisi della situazione politica italiana, Black Panther cambia improvvisamente tono e diventa un film di James Bond. Messo da parte lo squadrismo, T’Challa indossa la tuta nera con gli artigli per catturare un noto criminale di guerra, Ulysses Klaue figlio del colonnello nazista Fritz Klaue (aridanghete) e di una donnetta del popolo, prendendo a calci in culo anche la CIA. Ora, qui la situazione si complica: siccome il regista è Ryan Coogler, precedentemente conosciuto per Creed, il Rocky quasi apocrifo, salta fuori un lontano cugino di T’Challa, il figlio illegittimo di Apollo Creed, che in virtù del fatto di essere il trovatello di un campione del mondo dei pesi massimi e amico di Rocky Balboa pretende di avere una chance di lottare per il titolo… ops, per il regno. Come in Rocky 3, se T’Challa aveva avuto la meglio nel primo incontro combinato tanto per creare suspence, il secondo lo perde a favore del rivale più motivato, il quale, preso il potere, decide di gettare la maschera e rivelare al mondo che Wakanda è una nazione fascista, imporre la Cavalcata delle Valchirie di Wagner come inno nazionale, invadere la Polonia e liberare il mondo dai Mimimmi sempre più distratti da sediziosi pensieri sul plusvalore.

Black Panther dimostra la capacità della Marvel di muoversi tra i generi e voglia di rinnovare nel ritmo, nei suoni e nell’ambientazione. Il film sul primo supereroe nero mainstream innova con un cast fieramente e quasi completamente black (eccezion fatta per Martin Freeman e Andy Serkis che qui non riconoscerà nessuno perché recita con la sua faccia, anche se recita è una parola grossa e me ne scuso) così come la colonna sonora.

Il film scritto a quattro mani da Ryan Coogler e Joe Robert Cole introduce temi inusuali per il MCU come la critica dell’isolazionismo, la necessità dell’accoglienza e dell’assistenza dei più deboli come i migranti dentro un universo cinematografico che generalmente si occupa di alieni che invadono il pianeta Terra, l’egocentrismo del testosterone di Tony Stark, Mac Book Pro con una pietra dell’universo nel processore che sfuggono al controllo del loro creatore, varie ed eventuali che passino per la testa di Kevin Feige. Alla fine, tutta la nobiltà di intenti scassa un po’ il cazzo, il film annoia, dimenticandosi di alleggerire il malloppone di spiegoni con qualche battuta leggera o le tette di Scarlett Johansson strizzate in un corpetto di pelle nera (aridanghete!), mentre perfino gli effetti speciali che nei film Marvel sono solitamente realistici per quanto stupefacenti, in Black Panther vanno a scatti e ci precipitano al livello videogame.

fight club stellette cinema** Ragazzi, state commettendo un grosso sbaglio.

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