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Come un gatto in tangenziale: i fondi europei ce li ha sputtanati Antonio Albanese

come un gatto in tangenziale locandina manifestoTempo di lettura 3’30’’

Ero sopravvissuto fino a gennaio 2018 senza avere mai ascoltato Despacito poi, un venerdì pomeriggio sotto le feste, vado al cinema a vedere Come un Gatto in Tangenziale e, boom!, a tradimento, me la becco in una scena in cui Antonio Albanese/Giovanni è imbottigliato nel traffico domenicale diretto alla spiaggia non balneabile di Coccia di morto, trascinato da Paola Cortellesi/Monica.

La trama è piuttosto semplice: la tredicenne Agnese si innamora del quattordicenne Alessio. Tra di loro un abisso: la ragazzina è impaccata di soldi, il papà Giovanni lavora in un think tank che promuove la riqualificazione delle periferie e l’integrazione tra le diverse culture, mamma Luce è una creatrice di essenze e coltiva lavanda in Francia, parla francese ma è nata a Milano, a Porta Romana. Giovanni e Luce hanno cresciuto Agnese secondo i principi dell’uguaglianza sociale, ma quando la ragazzina inizia a frequentare Bastogi, periferia degradata e degradante di Roma, la casa di Alessio, sua madre Monica, le zie cleptomani Pamela e Sue Ellen (sì, come i personaggi di Dallas) e il padre ar gabbio (Claudio Amendola francamente superfluo) – o come dicono a Bastogi, “in vacanza” – tutti i loro valori entrano in crisi.

Ed ecco come finiamo a Coccia di morto, ad ascoltare Despacito. E sia chiaro che, per me, tutti i fighetti imbellettati dell’Unione Europea dovrebbero finire con una figlia ostaggio di un amore in periferia, ma Come un gatto in tangenziale è un film dai pregi e dai difetti molto ovvi. Fa ridere quando cala il raffinato Giovanni, di professione “pensatore”, nel contesto suburbano e subumano che conosceva solo attraverso le statistiche. Giovanni scopre controversie risolte con le mazze da baseball, palazzi con sbarre alle porte come in un carcere, spiagge e cinema superaffollati dove la gente mangia, ride e rutta. Questa sezione è più divertente di quella in cui l’ex commessa dell’Ipercoop, precaria alla mensa di un ospizio Monica si confronta con Capalbio, i cinema che proiettano film armeni o i quartieri della Roma bene.

Come-un-gatto-in-tangenziale

Il canovaccio della parolaccia pronunciata chiara, pulita, come un “vaffanculo” uscito con ottimo tempismo o un “che cazzo dici” perfettamente intonato è consunto e scontato malgrado gli sforzi della sempre ottima Paola Cortellesi, Albanese muove veramente il film, ne interpreta il nucleo ridanciano del contrasto tra due mondi che si scontrano con risultati esilaranti, un paradosso spazio-temporale, come incrociare i flussi, con le facce spaesate, lo sguardo atterrito e la mimica corporea elegantemente impacciata; perfino la camicia bianca che indossa a Coccia di morto, mentre è in fila per un ghiacciolo in mezzo a bifolchi sudati e abbronzati, è un attestato di diversità in un ambiente che non ti vuole, che ti respinge, che tu non vuoi e respingi, raccontando la distanza, la differenza, l’incomunicabilità.

Come è facile prevedere e come accade spessissimo con certo cinema italiano che deve fare la morale per lavare la coscienza di aver cercato di fare ridere, Come un gatto in tangenziale muore quando vuole diventare serio e proporre un insegnamento. Venuta a contatto con il mondo patinato di Giovanni, Monica capisce quanto faccia schifo la sua vita e decide di prenderla in mano; Giovanni si stanca della sua stessa voce tradotta nelle mille lingue dell’Unione Europea, parole vuote che non potranno mai restituire la puzza del cumino dei vicini del Bangladesh di Monica ai burocrati e politici che si nascondono a Bruxelles, risolvendosi in un finale consolatorio su una panchina a mangiare pizza, la certezza che Albanese ci ha sputtanato i fondi europei del prossimo settennato e la promessa che anche l’amore che sta nascendo, questo ponte appoggiato tra lo stupore di Giovanni e le parolacce di Monica mentre cercano di contaminarsi a vicenda, è destinato a durare come un gatto in tangenziale.

in bruges**½ Non sei andato malissimo ma neanche troppo bene… come il Tottenham

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