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L’Isola dei Cani – L’insopprimibile esigenza di essere Wes Anderson

lisola dei caniTempo di lettura: 2’06’’

Per arginare una terribile influenza canina che rischia di infettare gli esseri umani, il sindaco di Megasaki in Giappone decide di deportare tutti i cani, randagi e domestici, su una vicina isola fino ad allora usata per raccogliere i rifiuti dell’uomo. Dopo un prologo incentrato su un’antica leggenda che spiega come i cani finirono per diventare il “miglior amico dell’uomo”, inizia L’Isola dei Cani, film di Wes Anderson che ha aperto la 68esima edizione del Festival di Berlino, vincendo l’Orso d’argento per il miglior regista.

Sei mesi dopo, novello Snake Plissken, il figlio adottivo del sindaco, Atari, precipita con un piccolo aereo sull’isola in cerca di Spots, il primo cane ad essere allontanato. Il giovane dodicenne inizia un viaggio verso il cuore dell’isola in compagnia di un gruppo di randagi, sporchi e affamati, ma non per questo meno disponibili ad aiutare un giovane uomo nella sua perigliosa ricerca dell’amico di un tempo.

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Girato in stop motion con l’aiuto del computer per alcuni scenari e anche di alcuni disegni a mano, Wes Anderson edifica un altro dei suoi universi immaginari muovendosi incredibilmente fuori dalla sua zona di conforto. Siamo in un futuro dispotico e qui Anderson ha costruito il suo film più politico contro l’intolleranza e contro tutti i muri. Schiacciata sotto il piede di un sindaco-dittatore amante dei gatti che ha creato attorno a sé il silenzio e lo chiama democrazia, la popolazione di Megasaki rinuncia al migliore amico dell’uomo per la paura del contagio e restare al sicuro. L’amore di un bambino per il suo cane, una studentessa americana in Oriente per motivi di studio e un gruppo di randagi mettono in crisi il sistema. L’isola dove i cani sono esiliati è un incrocio architettonico tra i paesaggi industriali abbandonati e un parco divertimenti in rovina e sebbene Anderson si sia immerso nella cultura giapponese, citando Kurusawa, riproducendo le celebri onde di Hokusai e lasciando che i personaggi nipponici si esprimano nella loro lingua madre – sottotitolando per sommi capi il senso dei loro discorsi – L’Isola dei Cani è lontanissimo dal concetto di personaggi kawaii, ovvero di ciò che è amabile o adorabile. Gli animali e anche gli umani sono feriti e sporchi, orecchie staccate, occhi tumefatti, corpi lacerati, pelle e pelo talmente sporco da lasciar loro dimenticare chi effettivamente siano.

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Pur sempre in bilico tra il grottesco e l’avventura, Anderson diverte, spaventa, disegna un mondo immaginifico dove in quasi ogni scena c’è un’invenzione visiva o di linguaggio che non può non stupire; in tale orgia dei sensi, in tale appagamento non potevo far a meno di pensare quanto fosse geniale e bellissimo L’Isola dei Cani, ma anche terribilmente complesso tra i lunghi silenzi e i dialoghi avvitati spesso sul nulla, e il continuo andare avanti e indietro sul filo del tempo tra flash back e tempo presente.

Notevole il cast delle voci in lingua originale: Bryan Cranston, Edward Norton, Bill Murray, Jeff Goldblum, Bob Balaban, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, F. Murray Abraham, Kunichi Nomura, Harvey Keitel, Akira Ito, Yoko Ono, Greta Gerwig, Frances McDormand, Liev Schreiber.

bianca nanni moretti pagelle stellette cinema coccinema****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.

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Un pensiero riguardo “L’Isola dei Cani – L’insopprimibile esigenza di essere Wes Anderson Lascia un commento

  1. Film che mi è piaciuto parecchio, soprattutto nelle fasi in cui Chief aiuta Atari a trovare Spots. Non ho apprezzato particolarmente il finale, che ho trovato un po’ freddino. Wes Anderson è un maestro, ma ancora di più dopo questo film, pur avendoli apprezzati particolarmente tutti, non è scattato il vero amore per il suo modo di fare cinema.

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