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Ready Player One: recensione. La magia di Spielberg, nerdgasmico ma senza stupore

ready player one locandinaTempo di lettura: 6’07’’

Grazie di aver giocato al mio gioco (James Halliday)

Il gioco di Steven Spielberg è il cinema e con la trasposizione di Ready Player One trasforma in realtà il sogno di ogni nerd, geek e cinefilo: giocare con i film e con i personaggi di celluloide e dell’universo videoludico come fa un bambino chiuso nella sua stanzetta. Se siete Steven Spielberg non giocherete a “fare finta” che un qualsiasi robottino sia Jeeg Robot o che una scatola si possa trasformare nel Millenium Falcon, non riprodurrete con la bocca le esplosioni o non canticchierete la sigla del cartone animato preferito. Se siete Steven Spielberg comprerete tutti i giocattoli che servono; il che, tradotto, significa acquisire i diritti per riprodurre questo o quello, entrare nel tal film o nel tal altro e rigirarlo come fosse un videogioco. “Proprietà intellettuale, tu m’hai provocato e io me te magno”.

Ready Player One è tutto questo ed è la sua forza e, in parte il suo limite. Siamo nel 2045, il mondo è squassato dalla crisi energetica e le guerre; a Columbus, Ohio, Wade Watts (Tye Sheridan) vive in una sorta di favelas dove roulotte e camper sono letteralmente impilati una sopra l’altra chiamata Le Cataste. Insomma, la gente comune non se la passa mica tanto bene e l’unica via di uscita da un’esistenza così deprimente è OASIS, il mondo virtuale creato da uno che a colazione mangia Steve Jobs e all’ora del tè usa Bill Gates come pasticcino, James Donovan Halliday (Mark Rylance), un “luogo” dove tutti, in ogni angolo del pianeta, si collegano. OASIS funziona esattamente come un videogioco in multiplayer, puoi essere chiunque e progredire accumulando crediti, potenziamenti, armi, magie e altre robe fichissime, dentro un ambiente che riproduce storie e personaggi tratti da film, videogame, giochi di ruolo, canzoni, libri che fanno parte della nostra cultura collettiva, principalmente proveniente dagli anni Ottanta. Alla sua morte, Halliday organizza una caccia al tesoro per assegnare la sua eredità: dentro OASIS ha nascosto un Easter Egg, per trovarlo è necessario vincere tre prove – legate a un ricordo, a un dolore o a un’esperienza della vita di Halliday -, ciascuna darà una chiave che fornirà l’indizio per superare la successiva; chi arriverà alla fine diventerà proprietario del gioco, che più o meno equivale a essere il re del mondo.

titanic dicaprio winslet
“Cara Kate, è tutto vero. Ora ti tocco le tette”

Conosciamo Wade dopo che sono trascorsi cinque anni dall’inizio del gioco e nessuno ha nemmeno scritto il suo nome sul tabellone segnapunti della grande corsa all’oro. È un po’ come Pokemon Go… dopo la fotta iniziale, restano in ballo i veri malati e ormai solo un gruppo di ossessionati si incontra ogni giorno per tentare la fortuna. Tra di essi, la perfida IOI, che è un po’ tipo la Evil Corp, il Regno del Male, la Juventus, Cthulhu e Zuckerberg dopo che abbiamo scoperto che ha venduto i cazzi nostri a Donald Trump, insomma un mega conglomerato economico e finanziario brutto, sporco e cattivo che schiavizza le persone dentro OASIS e ha radunato un autentico esercito per conquistare l’Easter Egg. Il capo della IOI è Nolan Sorrento ovvero un Sith che ce l’ha fatta, quel Ben Mendelsohn che fu preso a calci in culo da Felicity Jones e da un immigrato messicano nella galassia lontana lontana in Rogue One.

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Ciao poveracci

Insomma, OASIS non è buono o cattivo in assoluto, dipende dall’utilizzo che se ne fa. Un po’ come la televisione, quando a Mamma Rai si affiancarono i canali commerciali e iniziò il Male assoluto. Ma questo è un altro discorso.

Insieme a un pugno di amici con cui si scontra/incontra nel corso della gara (tra cui Art3mis interpretata da Olivia Cooke), autoproclamatisi gli High Five (gli Altissimi Cinque), Wade (o Parzival come è conosciuto nel gioco) deve vincere per impedire che l’OASIS diventi uno strumento a disposizione di una multinazionale disumanizzata che vuole spremere ogni quattrino dalla dipendenza degli esseri umani dal gioco, ma preservare il patrimonio culturale da fandome e maniaci e mantenere vivo il sogno di Halliday di un mondo virtuale dove giocare con i sogni e i miti di una vita. Per farlo, non dovrà solo raggiungere l’easter egg dentro OASIS. Durante la partita gli scagnozzi della IOI danno la caccia lui e ai suoi amici anche nel mondo reale, trasfigurando Ready Player One in un’autentica partita per la sopravvivenza.

La realtà è l’unica cosa reale

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Per arrivare all’Easter Egg, Spielberg entra nella stanza dei balocchi e gioca con l’immaginario collettivo pop degli ultimi quarant’anni, quell’immaginario che lui ha contribuito a costruire. E Ready Player One è una corsa all’oro digitalizzata dove far combattere quel mostro contro quel robot, superare prove ballando la canzone di quel film che amiamo tanto o ficcare dentro alle Wacky Races un King Kong e un T-Rex che cercano di fare il culo a una DeLorean. C’è Batman, c’è Alien, ci sono le Tartarughe Ninja e dio sa solo quanti riferimenti sono presenti in ogni singola inquadratura, così tanti che forse bisognerebbe guardarlo fotogramma per fotogramma per scovarli tutti. C’è anche un nuovo riferimento che non c’è nel libro e che crea un ponte tra l’immaginario spielberghiano e un altro mito cinematografico che vi farà letteralmente saltare sulla sedia. Il videogame vintage nasconde una battaglia ideale per il mondo che vorremmo: Ready Player One è Davide contro Golia, la lotta di un ragazzo sfigato e i suoi amici contro la multinazionale cattiva, il 99% che tenta di fermare l’1%, impedirgli di prendere definitivamente il sopravvento e togliere al popolo l’ultimo divertimento e la passione che lo anima. Dentro c’è un po’ tutto e ognuno può sostituire a suo piacimento Halliday-OASIS-IOI con i nomi del nostro tempo, il guru delle nuove tecnologie, il social media e il conglomerato cattivo che gli sta più sulle balle. Per batterli, è necessario che i cani sciolti si uniscano e lottino insieme, così che ciò che è nato nel mondo virtuale (dove gli High Five si sono conosciuti) trovi il suo compimento nel reale.

Spielberg torna ai temi a lui più cari: l’outsider che combatte per affermare i suoi valori come l’amicizia e la libertà, unendosi ad altri come lui (I Goonies per esempio) in una caccia al tesoro, poco importa che sia quello di Willy L’Orbo o di una versione futuristica di Steve Jobs.

Computare un giudizio di Ready Player One è un’impresa ardua quanto trovare l’easter egg per l’importanza del suo autore e per il carico di aspettative che si trascina dietro un titolo basato sul libro di Ernest Cline che affronta ed elabora un immaginario collettivo così totale, usando il passato per anagrammare il futuro. È il film di cui avevamo bisogno? Non lo so, in parte un’operazione simile al cinema era giù arrivata con Ralph Spaccatutto e The Lego Movie; forse sì, perché ha consentito di godere di un pezzettino di quegli amori che trasciniamo con noi fin dall’adolescenza. Che amiate Kubrick, i robottoni giapponesi, i giochi di ruolo e addirittura la leggenda di Re Artù potrete trovare il vostro orgasmo cinefilo. È il film del nostro tempo? Forse, perché cerca di mettere in guardia contro l’esperienza totalizzante in cui si stanno trasformando i social media, ad esempio, e il pericolo di vivere esclusivamente tra i pixel, dimenticando gli autentici contatti umani. Togliersi la maschera – in questo caso l’avatar – priva di ogni protezione emotiva ed è molto rischioso. Come se non contasse ciò che c’è prima e dopo aver indossato il casco che trascina in OASIS, si trasforma in alienazione che il gesto finale di ribellione degli High Five annulla: unirsi e diventare “clan”, toccarsi, togliere il casco, diventare “umani”. Ma ognuno degli High Five è un dato certo dall’inizio alla fine, l’unica sorpresa, in parte piuttosto telefonata, è la loro identità nel mondo reale, perché i personaggi non hanno alcun arco narrativo, nessuna evoluzione e sono tutti piuttosto intercambiabili se non, forse, per le loro caratteristiche fisiche e di gioco. In fondo, dopo una vita passata a giocare (e un film intero di 2 ore e 20 minuti a cercare di spiegarlo quel gioco), si battono per crearlo quell’arco narrativo. Wade, Art3mis, Aech e gli altri sono così piatti da togliere ogni magia; restiamo affamati di stupore emotivo, incapaci a tifare per il ragazzo ma solo a parteggiare per il suo dna culturale così simile al nostro, il palato stuzzicato dopo essere entrati nella stanza dei balocchi, occhi rapiti dalle icone, ma senza affetto per gli esseri umani. Nerdgasmico ma senza quell’amore che aiuta a muovere le stelle. Piaccia o no, non siamo più negli anni Ottanta e non si possono rivivere più quelle emozioni. È questa la novità con cui fare i conti.

forrst gump**** La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare

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