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Tre Manifesti a Ebbing, Missouri: recensione, cast, trama

tre manifesti a ebbing missouri locandina manifestoL’anteprima di Tre manifesti a Ebbing, Missouri è talmente un evento che c’è Nainggolan che gira un video e bestemmia. E il calciatore belga sarebbe stato perfettamente a suo agio nel film di Martin McDonagh dove, nei panni dello sceriffo, c’è Woody “Faccia da Matto” Harrelson che solitamente è sul punto di massacrare qualcuno a manganellate, Sam Rockwell interpreta un poliziotto razzista e omofobo la cui dialettica disintegra anni di politically correct (gli chiedono -“Come ti va il business delle torture di negri?” e lui impassibile risponde -“Vorrai dire “Come ti va il business della tortura di persone di colore?””, daje torto se cià raggione) e Frances McDormand (Mildred), la faccia cresciuta nell’America profonda, in piccole cittadine dove non c’è un cazzo se non tanta crudeltà e tanta stupidità e quella crudeltà e quella stupidità ce l’ha scolpita in faccia. A lei è toccata in sorte una figlia violentata e bruciata mentre era ancora viva e un divorzio da un uomo che la picchiava, il quale, come premio dal destino, ha ricevuto la seconda possibilità di mettersi insieme a una diciannovenne stupida e ignorante come una diciannovenne stupida e ignorante che vota Trump.

Le indagini sull’assassinio della figlia di Mildred non hanno portato a nessun arresto e ormai, nove mesi dopo, tutto è fermo. Così la donna decide di affittare tre cartelloni pubblicitari alle porte del paese immaginario di Ebbing (voce del verbo to ebb, significato “declinare” o “tramontare”) in cui chiede conto alla polizia del perché le indagini non abbiano portato nemmeno a un arresto.

 

Pretty songs and pretty places
Places that I’ve never seen
Pretty songs and pretty faces
Tell me what their laughter means
Some look like they’ll cry forever
Tell me what their laughter means.

I manifesti rappresentano un’autentica deflagrazione di testosterone e gossip nella piccola comunità. Tutti sono incazzati e tutti sono dalla parte del capo della polizia sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), il quale prova subito a intimidire la donna utilizzando tutti i mezzi a disposizione, un campionario di Armando Diaz e metodi tribali di richiamo a un fittizio ordine sociale e morale in cui la polizia si incazza e fa il cazzo che le pare. Ma il dolore di Mildred è troppo grande, la donna non ha più niente da perdere e dichiara guerra alle forze dell’ordine di Ebbing, smuove le acque e, nella sua ricerca della verità, si scoperchia un pozzo nero di dolore, rabbia e ignoranza accumulata come lo sporco sotto certi mobili abbandonati nei solai delle vecchie case.

tre manifesti a ebbing 2
“Se non ti ammazzo di che parla la gente?”

In tale danza di guerra si muovono personaggi e volti che raccontano più di mille parole, freak disumani come la madre di Dixon/Sam Rockwell che sembra la sorella brutta di Malgioglio, uomini e donne orribili dentro e fuori, ma anche cuori docili come il nano interpretato da Peter Dinklage sorprendentemente innamorato di Mildred o il pubblicitario roscio Red Welby/Caleb Landry Jones: è a lui che MIldred si rivolge e mentre apre la porta a vetri dell’agenzia pubblicitaria alle sue spalle vediamo la centrale di polizia; varcando quella soglia Mildred rinuncia a un mondo in cui “to serve and protect” abbia ancora un significato, cercando giustizia sommaria, appendendo cartelli che accusano, lasciando da parte la strada delle indagini più tradizionali.

McDonagh scruta e si muove intorno ai suoi personaggi, si avvicina e si allontana nei primi piani, mostrando una comunità di anime in movimento verso l’accettazione della perdita, e mettendo in scena una lotta al male con il male, che quasi per miracolo riesce a edificare un tempio al perdono se non alla rassegnazione, darsi pace rinunciando al lato oscuro perché anche partire per compiere una vendetta implica una dose di determinazione che nemmeno il dolore, a volte, non riesce ad alimentare.

bianca nanni moretti pagelle stellette cinema coccinema****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.

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Un pensiero riguardo “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri: recensione, cast, trama Lascia un commento

  1. Come avrai certamente letto da me.. è proprio questa “accettazione della perdita” così ben scandita sul finale, a stonare coi toni irrequieti e pazzoidi di tutto il film. Come un voler mettere ordine dopo tanta caciara. Perché, mi chiedo? In un film dove si adagia perfettamente l’alternarsi di stati d’animo, il finale quieto stona come una ragazzina violentata e bruciata.

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