La Città dei Vivi, frattaglie di poesia sopra l’abisso
La cronaca nera mi fa ribrezzo. Non ascolto podcast true crime, non frequento forum popolati da investigatori del divano, non trascorro le notti a stabilire chi fosse davvero l’assassino con l’aiuto di una foto sgranata e di una planimetria trovata su Google. Non conosco i cold case e non colleziono mostri. È un limite che rivendico quasi come una virtù, soprattutto in un’epoca nella quale la morte degli altri è diventata un genere d’intrattenimento da consumare mentre si porta a spasso il cane.
Per questo conoscevo appena la vicenda di Luca Varani, il ragazzo ucciso a Roma nel marzo del 2016, dalla quale Nicola Lagioia ha tratto il suo bellissimo libro La città dei vivi. Edoardo Gabbriellini trasforma quel testo non tanto in un adattamento quanto in un nuovo capitolo, come lo stesso Lagioia ha definito il film: rinuncia all’indagine, si allontana dai carnefici e prova a restituire alla vittima ciò che la cronaca finisce quasi sempre per portarle via. Una vita.

La città dei vivi: Luca prima del caso Varani
Il Luca interpretato da Emanuele Maria Di Stefano è un ragazzo affettuoso, discontinuo, incapace di trovare una direzione. Lascia la scuola, abbandona i lavori, cerca soldi facili senza fermarsi troppo a calcolare il prezzo morale delle proprie scelte. Non è un santo da commemorazione né un personaggio da correggere con il senno del poi. È un ragazzo. Uno di quelli ai quali la vita sembra offrire contemporaneamente tutto e pochissimo.
Ama Marta, interpretata da Gaia Merlonghi, con l’assolutismo sentimentale dei vent’anni: frasi carine, promesse eterne, fusioni nucleari e poi separazioni per una sciocchezza. Non perché il loro sentimento sia superficiale, ma perché entrambi possiedono poche parole con cui raccontarsi. Non hanno il lessico emotivo delle serie televisive, non sanno trasformare ogni litigio in una seduta di terapia ben illuminata. Si amano male perché non hanno ancora imparato a dirsi bene.
È proprio questa goffaggine a renderli vicini, teneri, dolorosamente veri. E qui La città dei vivi trova il suo risultato migliore: nel casting. Di Stefano e Merlonghi sono belli senza sembrare progettati da un algoritmo, hanno volti che potrebbero apparire su un autobus, dietro il bancone di un bar, in fila alla posta. Persone prima che attori. Corpi che appartengono a quella Roma di tram, motorini, Piazza Vittorio, periferie e appartamenti nei quali persino la luce sembra pagare l’affitto.
Attorno a Luca si apre intanto un sottobosco di solitudini, pornografia, esibizionismo, droga e desideri che, per esistere, hanno bisogno dello sguardo di qualcun altro. Le richieste diventano progressivamente più pesanti, i cocktail più misteriosi, il pericolo più evidente. E io che mi preoccupo che lo beccassero fatto alla guida. Luca vi entra con la stessa leggerezza con cui attraversa tutto il resto. Non perché sia stupido, e neppure perché il film voglia suggerire una qualche responsabilità della vittima. Semplicemente non possiede gli strumenti per riconoscere l’abisso prima di finirci dentro.
La sua storia, guardata da genitore, diventa quasi insostenibile. Fa pensare a quanto sia fragile la traiettoria di un figlio, a quanto contino un incontro, un’amicizia, un pomeriggio riempito oppure lasciato vuoto. Puoi provare a tenerlo impegnato, aiutarlo a trovare una strada, sperare che incontri le persone giuste. Poi resta quella forza invisibile capace di trascinare un’esistenza verso un punto dal quale non si torna indietro.

Una famiglia contro la forza dell’abisso
Contro questa pressione agiscono i genitori adottivi di Luca. Non con discorsi solenni, ma con la gentilezza, il garbo e la dignità. Il padre vende dolciumi con il suo camioncino, però descrive il proprio lavoro dicendo che loro vendono “un’esperienza”. Dentro quella frase c’è un’intera idea di resistenza: prendere un mestiere umile e restituirgli orgoglio, opporre alla società che ti tiene la testa sott’acqua la forza quieta di chi continua a comportarsi come un essere umano.
La città dei vivi mi è rimasto addosso come un peso sulle spalle. Gabbriellini racconta la vittima senza santificarla e osserva un’umanità marginale senza usarla come arredamento sociologico. E si impegna veramente tanto nel non mostrare il pipino del protagonista nelle diverse scene di nudo che affronta. Il film evita la trappola più disgustosa: trasformare l’omicidio in spettacolo. Non costruisce suspense sulla morte di Luca, ma angoscia intorno alla sua vita. Sappiamo dove conduce la strada e, proprio per questo, ogni momento felice diventa un piccolo supplizio.

Le frattaglie di poesia del cinema italiano
Resta qualche perplessità sulla forma. Gabbriellini gira bene, possiede uno sguardo e cerca di raccontare attraverso le immagini. Ma il suo film appartiene anche a quel cinema italiano contemporaneo che ama disseminare lungo il percorso quelle che chiamerei frattaglie di poesia: una pozzanghera, il traffico di Roma, il dettaglio di un camioncino, una facciata scrostata, una casa brutta osservata abbastanza a lungo da trasformarla in metafora.
Sono pause chiamate a dare respiro alla storia, anche quando la storia avrebbe già polmoni sufficienti per respirare da sola. Un repertorio visivo raffinato, ormai diventato quasi maniera: le periferie dei fratelli D’Innocenzo, i silenzi, i margini dell’inquadratura, il disagio fatto decantare come un vino naturale. Qui il meccanismo funziona meglio che in molti altri film, ma resta visibile. E quando si vede il meccanismo, una parte dell’incantesimo si rompe.
Manca forse uno scatto, qualcosa capace di portare il film oltre la sua vicenda e oltre il canone ormai riconoscibile del cinema italiano sull’umanità oppressa. Non saprei dire esattamente quale. Ed è una mancanza difficile da contestare a un’opera che colpisce, commuove e stringe lo stomaco. Eppure la sensazione rimane: quella di un film molto bello che percorre una strada già battuta con enorme sensibilità, senza trovare però un’uscita completamente sua.
Poi si torna a Luca, al suo volto, al camioncino dei dolci, all’amore sgangherato per Marta, alla gentilezza dei genitori. E ogni riserva estetica diventa improvvisamente piccola. La città dei vivi non restituisce la vita a chi l’ha perduta, perché il cinema non può compiere miracoli. Può però sottrarre un ragazzo alla prigione della cronaca nera. Può ricordarci che, prima di diventare “il caso Varani”, Luca era stato semplicemente Luca.
Ed è già molto più di quanto siano disposti a concedergli tutti quelli che, davanti all’abisso, vogliono soltanto sapere come va a finire.
**** La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare
E ora le migliori frasi e citazioni de La Città dei Vivi.
Le migliori frasi e citazioni de La Città dei Vivi
L’adozione è una, i bambini sono tre.
Manco i poveri semo capaci a fa. Luca
Ricordate che ndo ce stanno i soldi c’è sempre qualcosa in cambio.
Mica lo so che fai tutto il giorno. Marta
Voglio parlà de cose normali perché non me va de recità. Marta
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