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Serpenti: delitto e castigo, previa compilazione del modulo

Serpenti dura circa un’ora e mezza, quanto un puntatone di quelle miniserie che ormai per raccontarti un problema di famiglia pretendono un fine settimana. Gli basta. Ha un impianto teatrale solido, una scrittura aguzza e quattro interpreti capaci di prendere le parole e farle diventare corpi, tic, mal di testa. Roberto De Paolis, che firma la sceneggiatura con Fabio e Damiano D’Innocenzo, costruisce un piccolo incubo burocratico nel quale persino farsi arrestare diventa una pratica da sbrigare. Manca sempre qualcosa. Magari una firma. Magari un altro morto.

La struttura procede per incontri, quasi fossero stazioni di una via Crucis amministrativa. Un monologo introduttivo, tre confronti, una coda che tira le somme con una cattiveria niente male. Pochi ambienti, dialoghi che occupano la scena e una progressiva alterazione della realtà: tutto sembra abbastanza riconoscibile da risultare possibile, abbastanza storto da far venire voglia di svegliarsi.

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Serpenti, la trama: confessare un omicidio non basta

Paolo Marra ha ucciso sua moglie. Vorrebbe costituirsi, essere punito, trovare nella pena una qualche possibilità di espiazione. Si presenta al commissariato con la disponibilità del cliente che ha già deciso cosa comprare. Deve soltanto pagare. Lo fanno accomodare, gli danno un modulo, lo lasciano aspettare. Lui porta un omicidio, loro hanno una procedura.

Qui comincia il cortocircuito di Serpenti: un colpevole cerca disperatamente qualcuno disposto a riconoscerlo come tale. Kafka ha preso il numeretto e sta aspettando che si liberi lo sportello.

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 Da Leonardo Lidi a Valeria Golino: il cast dell’assurdo

A dare consistenza a questo paradosso è soprattutto Leonardo Lidi. Il suo Paolo Marra tiene insieme il peso del delitto e lo smarrimento di chi scopre che confessarlo non basta. Attraversa il film cercando un interlocutore, qualcuno che ascolti davvero quello che sta dicendo, mentre gli altri gli restituiscono spiegazioni, impedimenti e interpretazioni alternative. Lidi rende credibile questa fame di condanna senza cancellare l’assassino dentro l’uomo spaesato. È un equilibrio decisivo: possiamo seguirne la frustrazione senza dimenticare perché si trovi lì.

Intorno a lui, tre interpretazioni diversissime trasformano ogni incontro in un piccolo spettacolo dell’assurdo. Alessandro Borghi è un poliziotto col mal di testa, aggrappato alle pastoie del mestiere come se fossero l’ultimo argine al caos. Lavora sui nervi, sulle insofferenze, perfino sulle tirate su col naso. Il suo corpo sembra già saturo prima ancora che Paolo cominci a parlare. Un omicidio? Proprio oggi, che già je scoppia la testa.

Pietro Castellitto porta invece il film nella sala biliardo di un bar e dentro un altro genere di violenza: quella delle parole capaci di rimettere in ordine il mondo a uso e consumo di chi le pronuncia. Il suo avvocato vuole convincere Paolo di essere la vera vittima. La moglie lo avrebbe limitato, soffocato, privato delle sue possibilità. E allora eccolo, il ribaltamento: la donna ammazzata finisce sul banco degli imputati, l’uomo che l’ha uccisa si ritrova servita una giustificazione che neppure aveva ordinato. Castellitto dà a questo ragionamento una disinvoltura velenosa. Il colloquio fa ridere, ma lascia in bocca qualcosa di sgradevole. Perché sotto la deformazione grottesca si riconoscono discorsi sentiti troppe volte, quell’inesauribile creatività con cui si cercano attenuanti per lui e responsabilità per lei. Anche quando lui sta cercando, ostinatamente, di assumersi le proprie.

Poi arriva Valeria Golino, presenza misteriosa che legge le carte e propone una soluzione perfettamente coerente con un mondo fuori asse: commettere un altro delitto. Per essere catturati bisogna scappare, per essere cercati bisogna sottrarsi. Presentarsi spontaneamente rovina il divertimento. Golino accompagna questa logica mostruosa con una naturalezza che la rende ancora più perturbante. Il consiglio arriva come una normale indicazione pratica. Ha provato a spegnere e riaccendere? Ha provato con un altro omicidio?

La regia lascia molto spazio agli attori e alla forza delle situazioni. La matrice teatrale diventa una risorsa: ogni ambiente stringe Paolo dentro un confronto dal quale dovrebbe uscire una risposta e dal quale esce, puntualmente, un nuovo ostacolo. Qualche raccordo fra i blocchi convince meno. Nei passaggi si avverte la costruzione, il gesto del regista che interviene a unire le parti, e il film perde per un momento quella precisione che possiede dentro le singole scene. Sono anche gli scarti di un autore che vuole imprimere una forma al materiale, con il rischio di mostrarne le cuciture.

 Il significato di Serpenti: la colpa può attendere

Sotto la burocrazia, però, Serpenti trova qualcosa di più inquietante della solita istituzione che non funziona. Il commissariato diventa il luogo in cui una responsabilità evidente viene rinviata, reinterpretata, quasi dissolta. Tutti hanno qualcosa da dire sull’assassino. La donna uccisa rischia di scomparire persino dal racconto del proprio omicidio. E il bisogno di espiazione di Paolo resta lì, scomodo: cerca una pena, forse anche qualcuno che gli tolga dalle spalle il compito di convivere con ciò che ha fatto. Ma essere puniti e redimersi non sono operazioni automaticamente collegate.

Il finale chiude il cerchio con una beffa feroce. In viaggio verso un nuovo possibile delitto, Paolo viene fermato perché non ha il biglietto dell’autobus. Il sistema che non riusciva a prendere in carico una confessione di omicidio ritrova improvvisamente tutta la propria efficienza davanti a una violazione comprensibile, verificabile, della misura giusta.

Una bellissima sorpresa, Serpenti. Breve, acido, sostenuto da quattro interpretazioni che danno personalità e carne a un meccanismo astratto. Ti fa ridere mentre qualcuno sposta continuamente il confine della colpa. Poi arriva il controllore e finalmente siamo tutti d’accordo: il criminale è quello senza biglietto.

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