L’estranea di Paolo Strippoli: il diavolo alza il volume
Un giorno di ottobre 2026 avrei potuto tornare a casa dal lavoro e cenare come una persona ragionevole. La mattina avevo preparato delle verdure gratinate: bastava aggiungere un formaggio morbido senza lattosio e avevo risolto pure il problema della coscienza alimentare. Poi il divano, mia moglie, mia figlia. Raccontarci le nostre giornate, parlare del più e del meno e guardare per l’ottava volta l’undicesima puntata della terza stagione di Ted Lasso. Il buon Ted che sistema le cose con la gentilezza, il garbo e quelle storielle che sembrano sceme finché non ti accorgi che dentro ci sei tu.
Invece no. Ho voluto fare l’intellettuale. Il giornalista. Il cinefilo. Il critico lasciamolo stare, che già avevo preso abbastanza impegni per una sera sola. Sono andato all’anteprima de L’Estranea, il film di Paolo Strippoli passato in concorso a Venezia, perché ne avevo sentito parlare bene. Molto bene. Nei racconti di alcuni colleghi, Valeria Bruni Tedeschi avrebbe meritato un premio. Anche Romana Maggiora Vergano avrebbe meritato un premio. A Adriano Giannini non era stato promesso niente, ma insomma: sembrava una serata con ottime prospettive.
Romana Maggiora Vergano, per capirci, è la figlia incazzata di Paola Cortellesi in C’è ancora domani. Qui è Alice, un’altra figlia incazzata con la madre. Cambiano le madri, resta complicato il rapporto. Stavolta dall’altra parte c’è Anna, interpretata da Jasmine Trinca, mentre Giannini è Walter, il padre. C’è anche un fratello, Tobia (Andrea Genovese). E poi arriva Valeria Bruni Tedeschi, l’estranea del titolo, a dimostrare che prima di aprire la porta bisognerebbe almeno controllare dallo spioncino.
Ma prima di arrivare al diavolo devo passare da Bari.
Strippoli. Questo cognome, per me, apparteneva a Franco, quello di Novantesimo minuto. Una domenica sì e una domenica no raccontava il Bari a Paolo Valenti. Io ero piccolo, nella mia cameretta, dentro l’affetto di mio padre, di mia madre, con mia sorella. Guardavo il calcio e non potevo sapere che, diversi decenni dopo, mi sarei ritrovato in un cinema di Roma a vedere il film di un altro Strippoli. Paolo, stavolta. Non so se siano parenti e non serve saperlo: il cortocircuito è tutto mio. Un cognome che mi riportava a casa mi ha accompagnato dentro un film dal quale volevo uscire.

L’estranea: la trama e il prezzo dell’amore materno
La storia ruota intorno a una madre che si presenta dalla figlia per raccontarle una verità rimasta nascosta per vent’anni. Una famiglia, una ferita, un patto stretto con una sconosciuta. E quella frase che i genitori pronunciano con amore, ma che può diventare terrificante: farei qualsiasi cosa per i miei figli. Qualsiasi cosa comprende anche ciò che sarebbe meglio non fare. Soprattutto quando qualcuno si offre di risolvere il problema e rimanda la presentazione del conto.
Qui, almeno sulla carta, c’è un bel nodo: qual è il prezzo che sei disposto a pagare pur di proteggere i tuoi figli? L’amore che diventa ossessione della protezione, la paura del dolore che produce altro dolore, la pretesa di trattare con la vita come se fosse possibile modificare il contratto. Noi ci sbattiamo, ci raccontiamo che lo facciamo per i figli, accettiamo patti con il diavolo. Poi arriva il momento di pagare. Il diavolo, evidentemente, non applica nemmeno il bonus famiglia.
Il problema è quello che L’Estranea fa di questa materia. Io ci ho trovato un film de merda. Non perché racconti che la vita è un orrore: a quello provvede già la vita, senza bisogno di prenotare un’anteprima. Ma perché mi sembra così impegnato a dimostrare la propria visione nera dell’esistenza da trasformare le persone in strumenti della dimostrazione. Il dolore arriva, le tragedie pure, e sopra tutto resta sospesa una specie di sentenza: forse ce le meritiamo. Forse avremmo dovuto accettarle. Accettarle con l’accetta, possibilmente.
A me questa fatalità somministrata come profondità lascia fuori. Vedo il ragionamento, vedo dove vuole condurmi, ma non sento il film costruire una necessità emotiva capace di farmi arrivare fin lì. La famiglia diventa il posto dove il male deve manifestarsi perché questo è il programma della serata. E io, che una famiglia sul divano ce l’avevo, comincio a pensare alle verdure gratinate.

Il cast di L’estranea: il diavolo non basta
Valeria Bruni Tedeschi presidia il lato diabolico della faccenda, fuma sigarette e sembra voler raccogliere l’eredità del Robert De Niro di Angel Heart – Ascensore per l’inferno. Ma no, Valeria. Valeriona, no. Il problema non è la sigaretta, è quello che dovrebbe esserci intorno. L’inquietudine non nasce per convocazione: bisogna costruirle uno spazio, un’attesa, qualcosa che continui a lavorarti dentro anche quando il personaggio non è inquadrato.
E Jasmine, tu non sei Mickey Rourke. Non devi esserlo, naturalmente. Ma quel confronto mi si è piantato in testa e rende ancora più visibile la distanza tra un incubo che ti inghiotte e un film che ti comunica di essere un incubo. Neppure la bravura del cast mi basta a colmarla. Romana Maggiora Vergano porta la rabbia di Alice, Trinca il tormento di Anna, Giannini la presenza di Walter: io continuo a vedere gli interpreti dentro un meccanismo, invece di dimenticarmi il meccanismo attraverso di loro.
Non mi funziona nemmeno come deformazione grottesca della famiglia. Nei film di Yorgos Lanthimos, il fantastico attraversa una lente che altera i gesti, le parole, le relazioni: l’assurdo diventa la grammatica di quel mondo. Qui sento l’ambizione del metafisico, ma non trovo una forma altrettanto convincente che lo renda vivo. Il patto dovrebbe aprire una voragine. A me resta davanti soprattutto il cartello: attenzione, voragine. Manca solo l’umarell.

Paolo Strippoli tra horror, fatalismo e volume alto
E come horror? Anche lì, per me, il conto non torna. Non pretendo sangue a secchiate e gente che si arrampica sui soffitti. Pretendo però che la paura abbia delle soluzioni visive, che abiti un’inquadratura, una distanza, un movimento, un dettaglio. Nei momenti di tensione, troppo spesso la sensazione è che si chieda alla musica di fare il lavoro: alzare il volume e sperare che l’angoscia salga insieme ai decibel. Ma una cassa più potente non è una visione del mondo. E io che mi immagino Franco Strippoli da Bari col suo riportone, alzare il volume del film dietro le quinte.
Così esco. Sono le dieci di sera e mi aspetta il secondo horror della serata: trovare parcheggio nel mio quartiere, che nella mia personalissima recensione della giunta Gualtieri e dei suoi amichetti dei municipi è ormai una prova di resistenza. Cinquanta minuti a girare, con la prospettiva di lasciare la macchina a tre chilometri da casa. Almeno questo terrore ha una regia comprensibile: il posto non c’è.
Tornando a piedi penso che avrei potuto essere sul divano, abbracciato a mia moglie e a mia figlia, a guardare Ted Lasso per l’ennesima volta. Invece ho inseguito il film di cui qualcuno aveva parlato bene a Venezia. Devo ricordarmi chi ha parlato bene di questo film. Un altro Strippoli, un’altra famiglia, una serata finita così.
L’Estranea racconta il prezzo che paghiamo quando pretendiamo di decidere il destino di chi amiamo. Io, più modestamente, ho pagato quello di non aver mangiato le mie verdure gratinate. La prossima volta controllo dallo spioncino. Anche quando bussa Venezia.
** Ragazzi, state commettendo un grosso sbaglio.
Ecco le migliori frasi de L’Estranea
Le migliori frasi de L’Estranea
Respira a fondo, respira piano, se chiudi gli occhi il Male è lontano. 1, 2, 3, 10, 100 è già finito questo momento.
Il talento è una botta di culo, non ci fai niente senza i sacrifici. Walter
La festa non è lieta se non scorre la moneta. Il Sindaco.
I funerali sono più tranquilli rispetto alla morte. Ma non sempre.
La domanda giusta è cosa vuoi tu, tesoro. L’Estranea
Questi maschi da soli non sanno fare niente, neanche suicidarsi. L’Estranea
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