Resident Evil, la recensione: l’apocalisse degli idioti
Più guardo film sugli zombi, più acquisisco la certezza che durante un’apocalisse sarei spacciato. Non ho mai toccato una pistola, ormai corro come un frigorifero trascinato su per le scale, figurarsi se dovessi saltare una staccionata elettrica. Soffro persino di vertigini quando sono gli altri ad avvicinarsi a una balaustra. Mentre l’umanità superstite organizza la resistenza, io sarei quello che inciampa uscendo di casa e fornisce agli infetti il primo pasto completo della giornata.
Fortunatamente il protagonista di Resident Evil è Bryan, interpretato da Austin Abrams: un ragazzo talmente normale da sembrare uno di quelli dei quali, dopo la tragedia, la vicina dice al telegiornale: «Signora mia, era tanto educato e salutava sempre».
Bryan è un corriere medico, versione leggermente più specializzata del rider e nuova vittima sacrificale del nostro tempo: lavoro precario, futuro nebbioso, fidanzata forse incinta e una consegna importante da effettuare proprio nella notte in cui Raccoon City decide di trasformarsi nel peggior venerdì sera della storia. Quando lei gli domanda cosa voglia fare del bambino, Bryan prova prima a rifugiarsi nel sempre comodo «il corpo è tuo, decidi tu», poi ammette che forse stavano tanto bene così. La paternità gli fa paura. Del resto, da lì a poco avrà problemi più urgenti: mostri, cadaveri, Umbrella e una quantità di lucchetti incompatibile con qualsiasi normativa antincendio. Perché tutti questi cazzo di lucchetti?

Resident Evil corre come uno sparatutto
Resident Evil fila via dritto, liscio e veloce. Corre come un treno al quale qualcuno ha tolto freni, macchinista e assicurazione. Zach Cregger costruisce il film come una sessione di uno sparatutto giocato in casa: Bryan supera livelli progressivamente più difficili, raccoglie armi sempre più grosse e affronta creature via via più assurde, compreso un centopiedi umano composto da corpi cuciti insieme dal parassita liberato dagli esperimenti di Umbrella.
È un’impostazione sorprendente se confrontata con i due film precedenti del regista. Barbarian utilizzava l’orrore per scavare sotto la speculazione immobiliare, gli affitti brevi e le paure che abitano le case insieme a noi. Weapons, che personalmente ho amato molto meno, trasformava bambini e adulti in strumenti di un potere maligno, lavorando sul nostro tempo attraverso il grottesco. Erano film pieni di gustose pippe teoretiche. Sempre pippe, ma gustose.
In apparenza Resident Evil rinuncia a tutto questo. Non concede quasi nulla alla poesia, riduce al minimo la filosofia e procede secondo una regola elementare: mostro, fuga, arma, mostro più grosso. Non è “elevated horror”, ammesso che l’horror abbia davvero bisogno di prendere l’ascensore per essere considerato rispettabile. È intrattenimento puro, splatter quanto basta, costruito con l’unica ambizione dichiarata di non permetterci di controllare il telefono. Missione compiuta.

Austin Abrams, un rider contro Raccoon City
Il cast di Resident Evil è soprattutto Austin Abrams. Gli altri personaggi entrano, urlano, sbagliano qualcosa e spesso pagano immediatamente il conto. Bryan, invece, attraversa il film conservando quella faccia da ragazzo che vorrebbe soltanto terminare il turno e capire che cosa fare della propria vita.
È l’ultimo anello umano di una catena digitalizzata e burocratica che continua a funzionare anche mentre il mondo crolla. Consegna pacchi che non dovrebbe trasportare, riceve responsabilità che nessuno dovrebbe affidargli e finisce per domandare, con ragionevole incredulità, perché una cosa tanto importante sia stata messa proprio nelle sue mani.
Paradossalmente, è anche l’unico a mantenere il senso delle proporzioni. Mentre professionisti, scienziati e uomini armati prendono decisioni che neppure un personaggio secondario di Scary Movie riterrebbe prudenti, Bryan prova a comportarsi dignitosamente. Non sa usare le armi – precisa di averlo fatto soltanto nei videogiochi – ma comprende le regole del mondo nel quale è finito proprio perché quelle regole sono videoludiche.
Già con Cregger in Weapons, Abrams è perfetto nel mostrare la trasformazione di un ragazzo qualunque in un avatar riluttante. Avanza per tentativi, trova nuovi strumenti, sblocca zone della mappa e incontra boss sempre più ripugnanti, finché il suo stesso corpo diventa l’ultimo livello della partita.

La stupidità umana secondo Zach Cregger
A guardare meglio, però, Cregger non ha rinunciato completamente alle metafore. Le ha nascoste sotto una montagna di carne infetta.
Il vero virus di Resident Evil non è quello prodotto dalla Umbrella: è la stupidità umana. Una stupidità democratica, trasversale e inclusiva, capace di attraversare ogni categoria professionale. Colpisce le forze dell’ordine, contagia gli scienziati, compromette i protocolli e divora qualsiasi struttura creata dall’uomo per proteggersi da se stesso.
Gli scienziati di Umbrella sono giovani, imberbi e impreparati. Sembrano stagisti lasciati soli durante il turno di notte, con l’umanità inserita per errore nella cartella “progetti urgenti”. Paul Walter Hauser interpreta Carl, ricercatore vestito come un rappresentante di enciclopedie porta a porta. Lo stesso team pasticcione di scienziati Umbrella sembra precipitato dentro 2001: Odissea nello spazio: il laboratorio, bianco e immacolato, pare inizialmente l’unica oasi di razionalità rimasta. Poi arriva il sangue e sporca tutto, come sempre accade quando la perfezione progettata dall’uomo incontra l’uomo.
Ogni sistema di sicurezza contiene il germe del proprio fallimento. Ogni protocollo viene applicato dalla persona meno adatta. Ogni scelta sbagliata ne produce altre tre. Persino chi appare lucido e concentrato decide improvvisamente di fermarsi nella città invasa per tentare un salvataggio impossibile, mettendo in moto un’altra catena di disastri.
La burocrazia nasce per proteggerci dalla nostra stupidità. Il problema è che viene progettata, amministrata e applicata dagli stessi stupidi dai quali dovrebbe proteggerci.

La casa, il reparto maternità e gli zombi dal cielo
Cregger dimostra di conoscere molto bene la geometria della paura. La prima sequenza dentro la casa utilizza porte, corridoi, rumori e spazi fuori campo per costruire una tensione quasi elementare. Non serve ancora spiegare che cosa stia accadendo: basta la sensazione che ogni stanza contenga qualcosa che non dovrebbe trovarsi lì.
La scena del reparto maternità porta invece l’orrore nel luogo simbolicamente più crudele possibile. Mentre Bryan è terrorizzato dall’idea di diventare padre, il film lo trascina nello spazio della nascita trasformato in mattatoio. Qui la sua paura privata incontra l’apocalisse collettiva: mettere al mondo qualcuno significa improvvisamente consegnarlo a un mondo che non sa più proteggere neppure se stesso.
Poi piovono zombi.
La caduta dei corpi dal cielo possiede una forza visiva disturbante e richiama inevitabilmente un altro immaginario, reale e traumatico: quello dell’11 settembre. Cregger non insiste sul parallelismo e non lo trasforma in simbolo didascalico, ma l’eco resta. Per qualche istante lo spettacolo dell’apocalisse smette di essere soltanto spettacolo. I corpi che precipitano riportano nel film qualcosa che gli zombi normalmente ci permettono di dimenticare: prima di diventare mostri erano persone.
«Non è reale. Non è mai successo», prova a ripetersi qualcuno.
Ma il cinema dell’orrore funziona proprio perché, da qualche parte dentro di noi, sappiamo che qualcosa di simile è già successo. O potrebbe succedere.

Resident Evil e il successo al botteghino
Forse è proprio questa apparente leggerezza ad avere favorito il successo commerciale del film. Resident Evil non chiede al pubblico di decifrarlo mentre corre: lo carica sulla giostra, chiude la barra di sicurezza e comincia a lanciare mostri.
Il risultato è un debutto da 60 milioni di dollari in Nord America e 108,3 milioni nel mondo, a fronte di un costo produttivo di circa 75 milioni. È la migliore apertura domestica nella storia della saga e il 75% degli spettatori ha meno di 35 anni. Più che la resurrezione di una proprietà intellettuale logorata da sette film precedenti, è la consacrazione commerciale di Cregger: dopo Barbarian e Weapons, il suo nome è diventato un marchio capace di vendere il film quasi quanto il titolo.
Raccoon City non era mai sembrata così viva.
Non griderei al miracolo. Resident Evil non possiede la densità di Barbarian e non sembra interessato a cercarla. Alcuni personaggi sono poco più che bersagli semoventi e, quando il caos raggiunge il laboratorio, persino l’iniezione decisiva diventa vittima della goffaggine generale. Ma sarebbe ingeneroso rimproverare a un ottovolante di non essere una seduta di psicanalisi.

Sono due ore divertenti, feroci e velocissime. Due ore nelle quali Cregger sembra aver rinunciato alle pippe teoretiche, salvo poi disseminare il percorso di piccole mine contro precarietà, burocrazia, scienza trasformata in azienda e fiducia cieca nei sistemi. Il film dice che l’umanità potrebbe sopravvivere ai mostri. Il problema è che, prima, dovrebbe sopravvivere a se stessa. Viva Resident Evil, dunque. Viva Zach Cregger. E soprattutto viva Bryan, l’unico uomo abbastanza responsabile da salvare il mondo proprio mentre teme di non essere pronto a mettere al mondo un figlio.
Io, nel frattempo, continuerò ad allenarmi per l’apocalisse nel solo modo che conosco: evitando le staccionate e sperando che gli zombi non sappiano usare l’ascensore.
**** La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare
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