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The Social, recensione: connessi fino al disastro

Io lo so qual è il prezzo della verità: 2 euro al mese per il Corriere della sera in edizione digitale. Almeno finché dura la promozione. Poi bisogna ricordarsi di disdire, che già difendere la democrazia è faticoso, figuriamoci recuperare la password.

The Social: Il prezzo della verità porta la questione su un piano leggermente più impegnativo del mio estratto conto. Dopo The Social Network Aaron Sorkin (regista e sceneggiatore) torna dalle parti di Facebook e trova un mondo opaco, inquietante, pericoloso, cresciuto sotto la benedizione di una missione bellissima: connettere le persone. Nel frattempo il dio denaro si è accomodato a capotavola. Ha ordinato per tutti.

The Social: Il prezzo della verità e l’inchiesta Facebook Files

Il legame con The Social Network è una parentela di quelle alla lontana, che permette a questo film di vivere tranquillamente per conto proprio. La storia nasce dai Facebook Files, l’inchiesta del Wall Street Journal costruita sui documenti interni divulgati da Frances Haugen (Mikey Madison). A raccoglierli è il giornalista Jeff Horwitz (Jeremy Allen White.) Da questo incontro prende forma un viaggio dentro i segreti di una piattaforma che ha contribuito a cambiare il modo in cui ci informiamo, discutiamo e, con applicazione sempre maggiore, ci detestiamo. Jeff è un tipo particolare: non sa usare il gps dell’automobile e a malapena sa fare una telefonata. Strano no?

Sorkin entra nel rapporto tra il potere di Facebook e le sue responsabilità, dentro la distanza ormai mostruosa tra la promessa di mettere in contatto il mondo e le conseguenze di quel collegamento permanente. La retorica aziendale continua a sorridere, organizza incontri, promette e propaganda la trasparenza. Sotto, intanto, si accumula materiale sufficiente a togliere il sonno.

È terreno fertilissimo per il cinema d’inchiesta e per uno sceneggiatore che sa benissimo quanto possa diventare avvincente una persona mentre cerca di capire qualcosa. Anche perché, qui, capire significa cominciare a misurare le dimensioni del disastro.

Non hai capito: dovevamo mangiare tutti gli avanzi

Aaron Sorkin, dal walk and talk al sit and talk

Dopo anni di walk and talk, Sorkin approda al sit and talk. Nelle sue sceneggiature c’è sempre stata un sacco di gente che camminava e parlava, per darti l’impressione che la storia progredisse e che le idee avessero buone gambe. Ci siamo fatti grandi, i muscoli cominciano ad assottigliarsi, meglio prendere un tavolo. Si parla seduti nei bar, nelle camere d’albergo, nelle redazioni, nelle sale convegni. A tratti The Social sembra girato tutto nel bar della scena iniziale di The Social Network: qualcuno deve aver lasciato aperto il conto nel 2010. E lì, a volte in coppia, altre in gruppo, quasi sempre a una velocità che sconsiglia di distrarsi per controllare le notifiche, battute troppo argute per fermarsi a scrollare, potresti perderti qualcosa.

Questa impostazione presenta anche il conto cinematografico. Una certa staticità si avverte, la ripetizione degli incontri si vede. È il limite di un film che affida moltissimo alla parola, confidando nella capacità di Sorkin di darle ogni volta una traiettoria, una temperatura, una conseguenza.

E Sorkin, quando si mette a scrivere, resta uno che può farti venire l’ansia con due persone sedute bene.

Il ritmo dei dialoghi e il montaggio parallelo costruiscono un thriller serratissimo. Le sequenze si alternano, le informazioni si accumulano, ogni conversazione modifica il peso di quella precedente. Dimenticate fughe, inseguiti da un aereo, chiavette da nascondere e trafugare. Le scene d’azione possono tranquillamente prendersi il pomeriggio libero. Lo spettatore rimane avvinghiato allo schermo, impegnato a seguire parole che diventano scoperte, rischi, decisioni. E una tipa che fa fotografie a uno schermo con un cellulare che userebbe solo Claudio Lotito.

Jeremy Allen White e Mikey Madison: il peso delle parole

Jeremy Allen White porta a Jeff Horwitz quella sua faccia seria, assorta, leggermente interdetta, da uomo al quale hanno appena spiegato un problema e che ne ha già individuati altri sette. Uno a cui hanno chiesto di mettere la panna nella carbonara. Dopo le cucine di The Bear, anche qui c’è parecchio da digerire. La sua presenza tiene insieme la concentrazione del giornalista e il peso di ciò che sta emergendo.

A rubare l’occhio, però, è Mikey Madison. La sua Frances Haugen la porta lontanissima dall’interpretazione che le è valsa l’Oscar per Anora. Fa impressione ritrovare la stessa attrice dentro un personaggio con un’energia e una presenza così diverse. È una distanza che dà la misura del talento, della capacità di abitare il film senza trascinarsi dietro quello precedente. E durante la proiezione mi giravo verso il socio ed esclamavo “quanto è bella”.

In un’opera costruita sulle conversazioni, gli interpreti devono sostenere tutta quella scrittura e farci sentire che ogni parola riguarda qualcuno. White e Madison riescono a dare un peso umano a una vicenda dalle dimensioni enormi. Sono loro a tenerci dentro la stanza quando il discorso comincia a riguardare il mondo intero.

Facebook, giornalismo e democrazia: il cuore di The Social

Sorkin conosce il valore delle frasi che restano attaccate addosso. Una delle più efficaci arriva quando Horwitz deve rispondere al sospetto di essere prevenuto verso i social perché stanno sottraendo lavoro al giornalismo. Nella sua replica, il punto diventa la pessima qualità con cui quel lavoro viene svolto. È un’osservazione che contiene un intero conflitto professionale, economico e culturale. E per chi questo mestiere prova ancora a farlo, contiene pure un discreto travaso di bile.

Poi c’è la democrazia, chiamata a giustificare il funzionamento della piattaforma come se bastasse pronunciarne il nome per chiudere la discussione. Horwitz ricorda che essere la migliore forma di governo non significa essere il criterio migliore per organizzare qualsiasi cosa. Una frase che meriterebbe qualche secondo di silenzio, possibilmente prima di aprire i commenti.

Dentro queste conversazioni Sorkin concentra molti dei motivi della crisi occidentale: l’informazione, il denaro, il potere di decidere che cosa vedranno gli altri, la responsabilità di chi organizza una porzione enorme del dibattito pubblico. La sua posizione è chiarissima. Il film ci accompagna lungo il percorso che la sostiene, con la forza di una scrittura capace di trasformare questioni gigantesche in dialoghi che vorresti fermare e riascoltare.

Resta qualche rigidità nella messa in scena, resta la sensazione che ogni tanto qualcuno potrebbe anche alzarsi. Ma The Social ha una potenza che ti raggiunge dalla sedia sulla quale ha deciso di restare. E continua a lavorare quando esci, riprendi il telefono e apri Facebook per dire quanto ti è piaciuto.

Il dio denaro ringrazia per l’interazione.

bianca nanni moretti pagelle stellette cinema coccinema

****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime

Ecco le migliori frasi e citazioni di The Social

Le migliori frasi e citazioni di The Social

I giornalisti sono dei manipolatori travestiti da rettitudine. Teddy Marks

Teddy: Sarai la prima alla prossima riunione di Integrità Civica.
Frances: Ma sarà fra tre mesi.

Guarda quel sito di incontri: ti farebbe bene distrarti un po’.

Stiamo giocando con cherosene e fiammiferi. Frances 

Risolvono problemi.
No, sottolineano problemi.

In tutto quello che fa lui tende a eliminare l’attrito umano. Morgan

Puoi pensarci bene. Prenditi tutti i prossimi 10 minuti. Kris

Quando mai quelli che mettono in guardia dalla stampa sono i buoni? Jeff

La democrazia è la migliore forma di governo non è la migliore forma di qualsiasi cosa. Jeff

Non sono prevenuto perché ci portano via il giornalismo ma perché lo fanno molto male. Jeff 

Siamo informati del problema e ci stiamo lavorando. Mark

Non sei una svitata, sei solo sgarbata. Jeff

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