Fatherland, recensione: l’Europa ha perso la voce
L’Europa ha due stazioni radio e nessuna trasmette la sua voce. Basterebbe questa immagine per spiegare perché Fatherland ci riguarda più di tanti film che inseguono il presente con l’affanno di un social media manager. Paweł Pawlikowski torna nella Germania del 1949 e trova noi: strattonati da potenze che ci vogliono bene soprattutto quando stiamo zitti. Altro che multiverso. La Storia è un palinsesto di repliche, soltanto che ogni generazione paga l’abbonamento convinta di vedere una prima assoluta.

Fatherland: Thomas Mann fra le macerie d’Europa
Thomas Mann, interpretato da Hanns Zischler, attraversa il paese con la figlia Erika per ricevere il Premio intitolato a Goethe, da Francoforte a Weimar, uno per ogni visione del mondo che pretendeva di essere l’unica: la occidentale e la sovietica. Lo accolgono come un faro, purché illumini esclusivamente la loro metà del cortile. Per gli americani puzza di comunismo, per i sovietici rimane un borghese ma se riuscissero a portarlo dalla loro parte sarebbe una vittoria, per certi tedeschi è il traditore scappato all’estero. Gli rimproverano persino di essere sopravvissuto: un’accoglienza che avrebbe fatto passare la voglia di tornare anche a Ulisse.
Mann affronta cerimonie, autorità e incontri sgradevoli, compreso quello con i nipoti di Wagner, senza rinunciare alla convinzione che la cultura possa ancora incidere sul mondo. Parla per citazioni: gli altri esibiscono lasciapassare, lui presenta Kant. Ma il legno storto dell’umanità resiste alle geometrie delle ideologie. A Est, fra cori russi e presenze militari, il tedesco sembra diventare una lingua ospite in casa propria; a Ovest la sorveglianza ha modi più discreti. E il dissidente che gli racconta dei prigionieri politici detenuti dai sovietici a Buchenwald apre una crepa nel cerimoniale: fuori dalle celebrazioni, la sofferenza continua a chiedere udienza e cercare una voce.
Il parallelo con il presente viene da sé, senza bisogno di appiccicare facce contemporanee sulle uniformi. In macchina, la radio offre la musica delle forze armate alleate oppure quella dei sovietici. Si cambia frequenza, resta il padrone. Spegnere significa sottrarsi a quella scelta obbligata, cercare uno spazio da cui parlare. L’Europa come qualcosa di più del soggiorno in cui i colossi discutono a chi tocchi il divano.
Thomas ed Erika Mann: il lutto dietro il monumento
Pawlikowski, però, mette in crisi anche il suo faro. L’uomo chiamato a parlare alla coscienza di un paese distrutto fatica a raggiungere i propri figli. La telefonata iniziale fra Klaus ed Erika contiene già questa frattura: il calore dell’intimità e la disperazione di chi sente il mondo sordo alla letteratura, alla musica, alla bellezza. Il successivo suicidio di Klaus lascia padre e figlia davanti a un dolore che nessuna citazione sa sistemare. Il Nobel non comprende le istruzioni per abbracciare chi resta.
Nella scena della barba, lo specchio incornicia un ritratto di famiglia senza concedergli la comodità della posa, restituisce un attimo di calore. Erika è devota, presente, eppure vorrebbe trovarsi altrove; Thomas continua a sentirsi in missione, un Blues Brother della letteratura con meno possibilità di inseguimento. Qui la compostezza dell’immagine diventa una pressione: più tutto rimane al proprio posto, più si avverte ciò che sta cedendo. La grandezza pubblica occupa la stanza; agli affetti tocca cercare una sedia.

Sandra Hüller, tutto il dolore sotto la superficie
Sandra Hüller è forse la migliore attrice della galassia; sulle altre aspettiamo distribuzioni meno provinciali. La sua Erika è intensa senza esibirlo, composta senza diventare fredda. Tiene insieme amore, insofferenza, intelligenza e stanchezza, lasciando che ciascuno incrini appena la superficie. Non sottolinea il dolore: gli dà un corpo che deve comunque attraversare una stanza, accompagnare un padre, arrivare alla fine di una giornata. Il cuore si sente proprio nello sforzo necessario a contenerlo.
Sul viale alberato verso Arnstadt arriva il sole in faccia. Quello dell’avvenire, forse, finalmente senza comizio. Poi l’organo e Bach, la musica che avvicinava Klaus a Dio, raggiungono Thomas dove le parole non arrivano. La corazza del letterato cede, affiora il padre. Fatherland trova qui la sua verità più dolorosa: puoi avere le parole per ispirare un continente e non averle avute per tuo figlio. Alla fine Bach riesce nell’impresa che ai potenti interessa meno: far scendere un uomo dal piedistallo senza metterlo in ginocchio.
***** A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla…
Ecco le migliori frasi e citazioni di Fatherland
Le migliori frasi e citazioni di Fatherland
Tre preposizioni relative in una frase sono un po troppe per un discorso. Erika
Il teatro di Bayreuth dovrebbe essere demolito e vostra madre processata. Thomas Mann
Ci sono molte cose che si possono fare senza vendere l’anima.
Erika: Voglio andare a casa papà.
Thomas: Dov’è?
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