Vai al contenuto

Backrooms, recensione: l’horror A24 dove l’Ikea dell’inconscio ti monta male l’anima

Ci andrei in psicoterapia con Renate Reinsve, ma possibilmente non nel seminterrato di un negozio di mobili. Backrooms parte da una fessura nel reale e finisce in un labirinto dove ogni stanza sembra ricordarsi di noi, ma come farebbe un’intelligenza artificiale ubriaca di trauma, neon e moquette aziendale.

Ci andrei in psicoterapia con Renate Reinsve. Lo dico subito, così ci togliamo il dente, la cartella clinica e il lettino comprato su Marketplace. Comprerei anche i suoi libri. In Backrooms lei interpreta Mary Kline, psicoterapeuta chiamata a inseguire Clark, architetto (fallito) interpretato da Chiwetel Ejiofor, dentro una fessura comparsa nel seminterrato del suo negozio di mobili. Che già detta così sembra l’inizio di un incubo borghese: entri per comprare un divano modulare, esci con l’inconscio in saldo, il trauma in pronta consegna e Mark Duplass che arriva più tardi a spiegarti la lore come quello che a cena ti rovina David Lynch con Wikipedia aperta nel telefonino nascosto sotto al tavolo.

Backrooms è il film con cui Kane Parsons, enfant prodige dell’orrore nato su YouTube e cresciuto nel grande vivaio dell’ansia digitale, porta al cinema mainstream una delle immagini più disturbanti dell’internet contemporaneo: le stanze infinite, vuote, giallastre, illuminate come un corridoio amministrativo dell’aldilà, dove ogni cosa sembra familiare e sbagliata nello stesso momento. Tipo quando torni nel quartiere dove sei cresciuto dopo anni e scopri che il tuo negozio di dischi, quello dove hai comprato la musica più importante della tua vita, è diventato una clinica dentale low cost. Ma vi ricordate quando si comprava la musica? Quando certi pomeriggi erano come Alta Fedeltà, entravi, chiacchieravi, scartabellavi tra i vinili, il begoziantge metteva la Beta Band e tu compravi tutta la loro discografia? L’assenza di tutto questo è un incubo, altro che le Backrooms… 

Il punto non è soltanto avere paura. Il punto è riconoscere quel posto. Perché le Backrooms non sono un altrove: sono il retrobottega marcio del nostro presente. La valle oscura dove Gioia nasconde i ricordi tristi di Riley. 


Stanza 1 – Il negozio è il conscio, le Backrooms sono l’inconscio

La prima grande intuizione del film è quasi da seduta freudiana con luci al neon: il negozio di mobili è il conscio, ordinato, funzionale, esposto al pubblico; le Backrooms sono l’inconscio, il magazzino mentale dove finiscono le cose che non sappiamo sistemare, quelle che non abbiamo mai buttato e quelle che, purtroppo, abbiamo montato male seguendo le istruzioni in svedese emotivo.

Clark è un architetto, quindi uno che dovrebbe sapere come si organizzano gli spazi. E invece finisce risucchiato da uno spazio che non obbedisce più a nessuna regola. Il paradosso è perfetto: l’uomo che progetta ambienti viene divorato da un ambiente che progetta lui. Ma male. Come un algoritmo con problemi di abbandono.

Ogni stanza ricorda qualcosa, ma lo ricorda storto. Non copia: deforma. Non ricostruisce: tradisce. “È come descrivere un cane a qualcuno che non ne ha mai visto uno e poi chiedergli di disegnarlo”. Dicono così nel film. Il risultato magari ha quattro zampe, ma anche una faccia da stampante rotta, un’anima da Francis Bacon e l’aria di chi ti chiederà scusa solo dopo averti morso.

Dove sta il bagno?


Stanza 2 – Santa Clara Valley, ovvero l’inferno beige della Silicon Valley

Backrooms funziona perché trasforma il concetto di “spazio liminale” in una diagnosi del nostro tempo. Non siamo più nell’horror gotico del castello, della cripta, del bosco di notte. Qui l’orrore è l’ufficio vuoto, il corridoio aziendale, il centro commerciale dopo la chiusura, il seminterrato post-industriale, il non-luogo che conosciamo tutti perché ci siamo passati almeno una volta inseguendo un bagno, un parcheggio o una promozione 3×2 sulla carta igienica.

Le Backrooms sembrano figlie di Santa Clara Valley più che di Transilvania: l’incubo non arriva dal conte Dracula, ma da un sistema che raccoglie i tuoi dati, li mastica, li interpreta male e poi ti restituisce una versione mostruosa di te stesso in formato esperienza personalizzata.

A ogni passaggio tra gli uffici misteriosi c’è qualcosa che distrae Clark dalla via di casa. Un dettaglio, un suono, una possibilità. Un angolo meno buio dell’altro. Qualcosa lo spinge ad andare avanti. La curiosità. Ed è qui che il film diventa una metafora quasi involontaria – o forse lucidissima – dei telefonini, dei social, delle notifiche, dell’attenzione sequestrata. Tu volevi solo tornare indietro, ma c’è sempre una stanza nuova. Tu volevi solo controllare un messaggio, ma mezz’ora dopo sei su un video di un tizio che spiega l’Impero ottomano di Capitan Clark con le miniature di Warhammer.

L’orrore contemporaneo non ti insegue. Ti suggerisce contenuti correlati.


Stanza 3 – L’Impero ottomano di Capitan Clark

Tra le immagini più disturbanti e insieme più grottesche del film c’è questa idea che lo spazio non si limiti a imprigionare i personaggi: li interpreta. Li rielabora. Li trasforma in caricature della loro stessa psiche. Clark non viene semplicemente perso dentro il labirinto: viene riscritto dal labirinto.

Ed ecco l’Impero ottomano di Capitan Clark, la versione mostruosa, infantile, travestita, ridicola e dolorosa del trauma. Perché il trauma, spesso, non si presenta mai come un monologo elegante da cinema d’autore norvegese. Magari. Spesso arriva vestito male. Con un dettaglio assurdo. Con qualcosa che fa quasi ridere, ma solo perché se non ridi ti metti a urlare nel reparto lampade.

Parsons capisce una cosa importante: l’orrore più efficace non è quello perfettamente spiegato, ma quello che sembra uscito da un ricordo contaminato. Non il mostro, ma l’errore nella memoria del mostro. Non l’incubo, ma il modo in cui l’incubo si ricorda di te.

Trasloco, che incubo


Stanza 4 – Renate Reinsve e la terapia dell’impossibile

Mary Kline entra nelle Backrooms per cercare Clark, e già questo basterebbe per promuoverla a santa patrona delle relazioni professionali. La sua funzione, però, non è solo narrativa. È quasi concettuale: una psicoterapeuta dentro uno spazio che materializza il subconscio in modo casuale, deforme e ostile.

Il film, in questo, ha una bella cattiveria: mette la cura dentro il luogo dove la cura rischia di non servire. Mary osserva, ascolta, cerca di capire, ma le Backrooms non sono una mente che vuole essere compresa. Sono una mente che ha perso il manuale di istruzioni e continua a generare stanze come un’intelligenza artificiale a cui hai chiesto “fammi un ricordo d’infanzia ma inquietante” e lei ti restituisce tua nonna con sette gomiti in un corridoio della Motorizzazione.

Renate Reinsve porta nel film quella qualità rara di chi sembra sempre sul punto di capire qualcosa che noi abbiamo già perso tre stanze prima. È fragile, determinata, spaesata, ma mai decorativa. Anche quando il film vira verso la spiegazione fantascientifica, lei resta l’ancora emotiva. La nostra guida turistica nel parco tematico dell’angoscia.

Dove cazzo ho lasciato la porta per l’altro mondo?


Stanza 5 – Async, Mark Duplass e il momento “adesso vi spiego la lore”

Poi arriva Phil, lo scienziato della Async, interpretato da Mark Duplass, e il film apre una porta laterale verso la fantascienza. Qui Backrooms rischia il classico incidente industriale del cinema contemporaneo: il passaggio dall’orrore misterioso alla “mitologia spiegata con badge aziendale”.

È il momento in cui qualcuno deve collegare il film al lore online, rassicurare i fan, dare consistenza al mondo e ricordarci che nessun incubo oggi può essere lasciato semplicemente incubo: deve avere un protocollo, un istituto, una timeline, un logo, una cartella condivisa e possibilmente tre stagioni già opzionate.

Eppure Parsons non perde del tutto la presa. Anche quando il film si avvicina al territorio sci-fi, resta più interessato all’effetto che alla spiegazione. Le Backrooms non diventano mai solo un laboratorio. Restano un organismo. Un ambiente che assimila, rimescola, copia male. Un luogo che rigenera i ricordi senza capirli davvero, creando nuove stanze e nuove persone sulla base delle memorie di chi lo attraversa.

Insomma: non è solo un universo narrativo. È un social network con l’umidità.


Stanza 6 – Post-industriale, post-commerciale, post-Covid, post-tutto

Le Backrooms fanno paura perché appartengono già al nostro paesaggio. Ricordano i luoghi abbandonati post-industriali e post-commerciali che da anni popolano le periferie urbane, le campagne, le tangenziali, le zone produttive dimenticate da Dio e dal catasto. Capannoni vuoti, outlet falliti, le banche dismesse dove da una finestra sporca intravedi una sedia, una scrivania, una stampante che ha raccolto e disegnato sogni, pratiche, cazzi. 

Dopo il Covid questi spazi si sono moltiplicati anche nella nostra immaginazione. Luoghi progettati per il movimento, lo scambio, il consumo, la presenza fisica, e improvvisamente svuotati. Le Backrooms sembrano nate lì: nel trauma architettonico di un capitalismo che ha costruito stanze per venderci cose e poi ci ha lasciati soli dentro, con la filodiffusione accesa e l’uscita di sicurezza che non porta da nessuna parte.

E infatti l’idea più bella sarebbe accompagnare le escursioni dei personaggi con musiche da centro commerciale, come se i malcapitati si aggirassero di notte dentro un gigantesco outlet chiuso. Il film sceglie una via meno bizzarra, più cupa, affidandosi soprattutto al suono: urla, rumori sinistri, presenze percepite prima ancora che viste. Ma l’effetto rimane quello: sei in un luogo progettato per accoglierti, eppure ti odia.


Stanza 7 – Un videogioco in prima persona dove il joystick è l’ansia

Backrooms è impostato spesso come un game in prima persona. Noi vediamo attraverso gli occhi dei protagonisti, seguiamo corridoi, varchiamo soglie, ispezioniamo stanze, ascoltiamo rumori, cerchiamo uscite. Non è solo una scelta estetica: è il DNA stesso del progetto. Parsons viene da YouTube, dal linguaggio immersivo, dalla creepypasta visuale, da quel cinema contaminato dal gaming in cui la paura nasce dalla navigazione dello spazio più che dall’apparizione del mostro.

La cosa più interessante, però, è l’intraprendenza autolesionista dei personaggi. Non sono semplicemente perseguitati dall’orrore: avanzano verso l’orrore. Una stanza dopo l’altra. Senza ricompensa, senza promessa, senza tutorial, senza neanche il conforto sadico di Exit 8, dove almeno il sistema ti dice che forse una regola esiste.

Qui no. Qui si va avanti perché l’essere umano, evidentemente, davanti a una porta misteriosa ha la stessa capacità di autocontrollo di uno che vede “continua a guardare” su Netflix alle due di notte.


Stanza 8 – Kane Parsons, il ragazzo che ha trovato Lynch nel controsoffitto

Il nome da tenere d’occhio è Kane Parsons. Non perché sia già David Lynch, calma, posate il caffè e nessuno si farà male. Ma perché è attratto dal surreale con una naturalezza che nel cinema mainstream si vede sempre meno. Dove altri avrebbero trasformato le Backrooms in una giostra horror con mostri, spiegoni e jumpscare in confezione famiglia, Parsons lavora sull’alterazione. Sull’errore percettivo. Sullo spazio che sembra reale ma non combacia.

Il risultato è un film che, nei momenti migliori, sembra davvero uno di quei sogni che non finiscono mai nelle notti peggiori: vaghi senza meta in un non-luogo familiare ed estraneo, senti che qualcosa ti osserva, ma non sai se sia una creatura, un ricordo o la tua stessa ansia con contratto a tempo indeterminato.

L’estetica è la parte più forte: ambienti spogli, luci asettiche, gialli malati, stanze dove mobili e oggetti si fondono con pavimenti e pareti, come se la realtà fosse stata renderizzata da una mente che ha capito il concetto generale ma non i dettagli. Un po’ Francis Bacon, un po’ Lynch, un po’ il retro di un centro assistenza Unieuro nel 2007. Un po’ chatgpt. 


Stanza 9 – Il mainstream pesca dagli YouTuber perché ha finito le chiavi di casa

Backrooms conferma una tendenza ormai evidente: il cinema mainstream va a cercare talenti dell’orrore nel bacino creativo degli YouTuber e dei creatori nativi digitali. Dopo i gemelli Philippou di Talk to Me, dopo Curry Barker, ora Kane Parsons. Hollywood, che per anni ha guardato internet come uno stagista rumoroso da mettere in fondo alla stanza, adesso entra in punta di piedi e chiede: “Scusate, avete per caso nuove paure? Noi abbiamo finito quelle degli anni Ottanta”.

Il fatto è che questi autori hanno capito prima di altri dove si è spostato l’immaginario dell’orrore. Non più solo case infestate, bambole assassine e demoni con ottimo reparto marketing. Ma interfacce, spazi vuoti, glitch, archivi, stanze generate, immagini trovate, video rotti, luoghi che sembrano usciti da una memoria collettiva corrotta.

Il rischio è evidente: normalizzare tutto, impacchettare il perturbante, trasformare il mistero in proprietà intellettuale. Ma Backrooms, pur con qualche cedimento alla costruzione di un universo espandibile, conserva ancora abbastanza stranezza da non sembrare un pitch travestito da film. E oggi, nel cinema mainstream, è già quasi un miracolo. Tipo trovare parcheggio davanti al centro commerciale il 23 dicembre.

Perdiamoci insieme


Stanza 10 – L’uscita, forse

Backrooms non è perfetto. A tratti si sente la pressione di dover tenere insieme creepypasta, horror psicologico, sci-fi, lore, trauma, A24, YouTube, James Wan, Osgood Perkins e Shawn Levy: una riunione di condominio dell’immaginario contemporaneo dove ognuno vuole mettere una firma sul citofono.

Ma è un film inquietante, visivamente potente, più interessante quando si perde che quando prova a spiegarsi. E questa, per un’opera sulle stanze infinite, è quasi una dichiarazione poetica.

Il suo orrore migliore non è la creatura dietro l’angolo. È la stanza che verrà. Il corridoio. Il rumore lontano. L’idea che il mondo possa ricordarsi di noi, ma ricordarsi male. Che la nostra mente, i nostri desideri, le nostre paure e i nostri traumi possano essere presi, triturati, ricombinati e trasformati in un arredamento ostile.

Backrooms è l’incubo beige della contemporaneità: un film dove il subconscio sembra un outlet abbandonato, l’algoritmo ha letto Freud su TikTok e l’uscita di emergenza porta sempre alla stanza successiva.

E alla fine, sì: ci andrei in psicoterapia con Renate Reinsve. Ma solo se la seduta è al piano terra.

**** La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare

Lascia un commento