Grosso guaio a Chinatown compie 40 anni: le trasmissioni notturne del Pork-Chop Express
«Qui Pork-Chop Express. Il vecchio Jack Burton ha un consiglio per voi. Se un amico vi chiede solo un passaggio all’aeroporto, ditegli di no. Perché oggi è l’aeroporto, domani state combattendo uno stregone immortale, un drago lungo venti metri e tre tizi che usano i fulmini come se fossero ascensori».
In fondo Jack Burton aveva inventato il podcast con quarant’anni d’anticipo. Altro che microfoni RGB, videocamere in 4K e sponsor di VPN. Lui parlava da solo nella radio CB del suo camion, il Pork-Chop Express, attraversando la notte americana con la sicurezza di chi pensa di avere sempre ragione e l’inconsapevolezza di chi, puntualmente, ha torto.
È un dettaglio che dura pochi minuti, ma racconta tutto il personaggio. Jack Burton vive nella storia che si è costruito nella testa. È convinto di essere l’eroe del West capitato negli anni Ottanta, uno che risolve i problemi a forza di mascella, canottiera e frasi memorabili. Il problema è che John Carpenter ha deciso di girare un film completamente diverso.
Quando Grosso guaio a Chinatown arriva nelle sale americane il 2 luglio 1986, Hollywood sta vivendo l’età degli uomini invincibili. Schwarzenegger è Commando, Stallone è Rocky e Rambo, il protagonista dell’action deve essere una macchina da guerra. Carpenter prende quella figura e la smonta pezzo dopo pezzo, con un sorriso che non diventa mai una presa in giro.
Perché Jack Burton non è il protagonista che crede di essere.
Grosso guaio a Chinatown: il protagonista non è quello che pensate
«Altro consiglio del vecchio Jack Burton. Se pensate di essere Indiana Jones, controllate prima che il vero archeologo non sia il vostro migliore amico».
La trama sembra quella di un classico film d’avventura. Jack Burton accompagna l’amico Wang Chi all’aeroporto per accogliere Miao Yin, la ragazza appena arrivata dalla Cina. Bastano pochi minuti e tutto precipita. Gang rivali, rapimenti, Chinatown che nasconde un mondo sotterraneo popolato da magia, demoni e antiche maledizioni. Da quel momento Jack segue Wang nella missione per salvare Miao Yin dalle mani di David Lo Pan, stregone vecchio di duemila anni che deve sposare una ragazza dagli occhi verdi per spezzare la propria maledizione. Chiamalo scemo…
Raccontata così sembra una follia. Guardata sullo schermo lo è ancora di più. La differenza è che Carpenter conosce perfettamente le regole del cinema d’avventura e decide di ribaltarle una dopo l’altra. Il vero eroe non è Jack Burton. È Wang Chi. È lui che sa combattere, conosce quel mondo, prende le decisioni giuste e affronta davvero Lo Pan. Jack, invece, entra continuamente nel posto sbagliato al momento sbagliato. Kurt Russell lo aveva spiegato meglio di chiunque altro: Jack è uno spaccone. Nel profondo pensa di essere Indiana Jones, ma le circostanze sono sempre molto più grandi di lui. E del resto lo stesso Russell aveva poco da fare il gradasso: veniva da una serie diinsuccessi e non era sicuro di essere quello di cui aveva bisogno il film. Ma l’amico Carpenter aveva fiducia in lui.
La scena simbolo arriva durante l’assalto finale. Tutti sono pronti a combattere. Jack decide di aprire le danze come farebbe John Wayne: tira fuori la mitraglietta, spara verso il soffitto per dare il via all’attacco… il colpo fa cadere un pezzo di soffitto direttamente sulla sua testa. Crolla a terra e resta svenuto per gran parte dello scontro. È una gag perfetta. Fa ridere la prima volta e racconta tutto il film la seconda.
Carpenter non prende in giro il suo protagonista. Lo rende umano. È coraggioso, leale, generoso, ma tremendamente normale. Cade, sbaglia, improvvisa. E forse è proprio per questo che quarant’anni dopo continua a risultare molto più simpatico di tanti supereroi contemporanei che salvano il mondo senza mai spettinarsi.

La trasmissione notturna numero due: quando Hollywood guardò a Hong Kong senza capire cosa stesse succedendo
«Il vecchio Jack Burton dice sempre che quando tre uomini con i cappelli di vimini cominciano a volare lanciando fulmini, non è più il momento di fare domande. È il momento di capire che avete sbagliato film. O forse avete finalmente trovato quello giusto. Nel frattempo… correte».
A metà degli anni Ottanta il cinema di Hong Kong è nel pieno della sua età dell’oro. Tsui Hark sta rivoluzionando il fantasy orientale, il wuxia diventa sempre più spettacolare e le arti marziali smettono di essere soltanto combattimenti: diventano danza, magia, acrobazia.
Carpenter guarda tutto questo con l’entusiasmo di un cinefilo prima ancora che di un regista. Non copia quel cinema. Lo traduce in una lingua che Hollywood non aveva ancora imparato a parlare.
Così dentro Grosso guaio a Chinatown convivono kung fu, fantasy, horror, commedia, gangster movie, cinema d’avventura e western. La celebre sparatoria iniziale è il manifesto del film. Comincia come un regolamento di conti moderno, con pistole e mitra. Dopo pochi secondi qualcuno estrae una spada, poi arrivano bastoni, coltelli, guerrieri in armatura e sembra di assistere a una battaglia medievale precipitata nel cuore di San Francisco.
È la logica del sogno. O, se preferite, quella di un videogioco prima che i videogiochi imparassero a raccontarsi così. Ogni livello aggiunge un nemico più assurdo del precedente: il mostro con l’occhio volante che spia per conto di Lo Pan, il Drago dello Stagno Nero, le Tre Bufere, fino allo stesso Lo Pan, che cambia forma come se fosse uscito da un incrocio impossibile tra una leggenda cinese e un fumetto pulp.
E la cosa straordinaria è che Carpenter non sente mai il bisogno di spiegare troppo. Quel mondo esiste. Punto. Se un vecchio cinese custodisce uno spirito malvagio dentro una fiaschetta, nessuno perde tempo a chiedergli perché. È semplicemente una cosa che può succedere da quelle parti. E tenetevelo sempre stretto il caro vecchietto di nome Egg che nasconde nella fiaschetta un antico demone.
Forse è proprio questa la magia del film. Ti costringe ad accettare l’assurdo con la stessa naturalezza con cui Jack Burton continua a guidare il suo camion anche dopo aver visto un drago attraversargli la strada.

La trasmissione notturna numero tre: non fidatevi di chi dice che questo film era facile da vendere
«Qui Pork-Chop Express. Il vecchio Jack Burton vi lascia un altro consiglio. Se uno della Fox vi dice: “Ho capito perfettamente il tuo film, sarà un successo”, stringete il portafoglio e cambiate corsia».
La cosa più divertente è che il primo a pensare che Grosso guaio a Chinatown sarebbe stato un disastro commerciale fu proprio Kurt Russell. Arrivava da qualche insuccesso al botteghino e confessò a Carpenter di avere parecchi dubbi. Il regista, invece, non voleva sentire ragioni. Il ruolo era suo e basta. D’altronde era la quarta collaborazione della coppia dopo Elvis, 1997: Fuga da New York e La Cosa: Carpenter conosceva Russell meglio di quanto la Fox conoscesse il proprio pubblico. E infatti il problema non era l’attore. Il problema era il film.
Come si vende una storia dove il protagonista bianco è la spalla comica, il vero eroe è un ragazzo cinese, il cattivo è uno stregone di duemila anni, c’è un drago che compare dal nulla, un bulbo oculare volante che fa la spia, guerrieri che controllano tuoni e fulmini e un vecchio che gira Chinatown con uno spirito millenario chiuso dentro una fiaschetta? La risposta della Fox fu semplice: non lo sappiamo. E quando Hollywood non sa come vendere qualcosa, di solito smette di crederci.
La sceneggiatura, tra l’altro, aveva avuto una vita ancora più complicata del film. All’inizio era addirittura un western ambientato nella San Francisco degli anni Ottanta dell’Ottocento. Jack Burton non guidava il Pork-Chop Express ma cavalcava un cavallo. Il camion sarebbe arrivato solo dopo la gigantesca riscrittura firmata da W.D. Richter, che prese quell’idea folle e la trasportò nella California contemporanea.
Persino il casting racconta un film che avrebbe potuto essere completamente diverso. Carpenter voleva Jackie Chan nel ruolo di Wang Chi, dopo essere rimasto folgorato da Police Story. Lo studio, però, aveva paura che il suo inglese non fosse abbastanza fluente. Chan, alla fine, rifiutò e la parte finì a Dennis Dun, che regalò al film un protagonista silenzioso, elegante e credibilissimo. Viene quasi da sorridere pensando che Hollywood non fosse pronta per Jackie Chan nel 1986 e che, qualche anno dopo, avrebbe costruito mezzo cinema d’azione proprio attorno a lui.

La trasmissione notturna numero quattro: i flop sono come gli stregoni, ogni tanto tornano
«Il vecchio Jack Burton dice sempre che perdere non significa avere torto. Significa solo che gli altri devono ancora capire la partita».
Le proiezioni di prova andarono benissimo. Carpenter e Russell erano convinti di avere tra le mani un successo. Invece arrivò il 2 luglio 1986 e il pubblico rimase spiazzato. La Fox investì pochissimo nella promozione e, come se non bastasse, fece uscire il film appena sedici giorni prima di Aliens – Scontro finale. Due settimane dopo tutti parlavano degli xenomorfi di James Cameron e quasi nessuno di Lo Pan.
Per Carpenter fu una delusione enorme. Anche perché Grosso guaio a Chinatown sarebbe stato il suo ultimo grande film realizzato con una major. Da quel momento avrebbe preferito tornare a lavorare in contesti più indipendenti, dove almeno nessuno gli chiedeva di spiegare perché il protagonista dovesse essere davvero l’eroe.
Poi successe quello che capita ai film destinati a durare. Arrivarono le videocassette. Le televisioni. Le repliche. Gli amici che dicevano ad altri amici: “Non hai mai visto Grosso guaio a Chinatown? Ma sei serio?”. Il flop diventò culto. Lentamente. Senza proclami. Come succede alle cose che non appartengono a una stagione, ma a chi le scopre.
La trasmissione finale: il cinema non dovrebbe avere paura di sembrare ridicolo
«Ultimo messaggio del Pork-Chop Express. Se una notte vi trovate davanti a un drago di gomma, tre maghi che sparano fulmini e un camionista in canottiera convinto di essere John Wayne… non fate gli snob. State guardando il cinema che si diverte».
Rivedere Grosso guaio a Chinatown quarant’anni dopo significa accorgersi che Carpenter aveva capito una cosa con enorme anticipo: il futuro del blockbuster sarebbe passato dalla contaminazione. Culture diverse, generi diversi, linguaggi diversi. Solo che lui lo faceva senza trasformarlo in una formula industriale. Lo faceva perché era curioso.
Dentro questo film c’è già tantissimo del cinema che sarebbe arrivato negli anni successivi. E non solo. Le Tre Bufere diventeranno l’ispirazione per Raiden di Mortal Kombat. Lo Pan anticipa qualcosa di Shang Tsung. La struttura stessa dell’avventura sembra quella di un videogioco: ogni livello introduce un nemico più assurdo del precedente fino al boss finale.
Ma c’è una differenza sostanziale rispetto a tanti blockbuster contemporanei. Carpenter non ha paura del ridicolo. Anzi, ci sguazza dentro. Ti mette davanti un pupazzone di lattice, un occhio gigante mosso da fili, effetti speciali artigianali e un protagonista che perde quasi tutte le pose da duro che prova a costruirsi. E incredibilmente funziona ancora.
Perché sotto il caos c’è un’idea chiarissima di cinema: sorprendere lo spettatore. Forse è questo il vero consiglio del vecchio Jack Burton, quello che Hollywood continua a ignorare da quarant’anni. Non serve fare tutto perfetto. Serve fare qualcosa che nessuno abbia mai visto prima.
E mentre il Pork-Chop Express riparte nella notte, con la CB che gracchia un’ultima volta e qualcosa di molto grosso che si arrampica sul retro del camion, viene quasi voglia di rispondere a Jack. Hai ragione. Non tutte le strade portano a Chinatown. Ma quelle che ci passano regalano ancora uno dei viaggi più folli, divertenti e liberi che il cinema americano abbia mai avuto il coraggio di offrire.
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