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Odissea recensione: Nolan non rilegge Omero, lo usa per processarci

Christopher Nolan prende il poema più famoso della storia e lo trasforma in un processo alla nostra civiltà. Odissea non racconta il ritorno di Ulisse: racconta cosa succede quando una società decide che le proprie regole valgono soltanto per gli altri.

Odissea avrebbe potuto parlare di ciò di cui parlano tutti i film di Christopher Nolan, ovvero il ritorno a casa, l’incessante eroico destino di un uomo mentre cerca di cambiare il corso degli eventi e piegare il mondo alla sua volontà ai suoi ideali e ai suoi valori. Magari incasinando qua e là la linea temporale. Forse sì, ho visto proprio questo, e forse mai avrei pensato di vedere cambiare completamente la mia prospettiva in una profonda critica del nostro tempo e di come il mondo è stato cambiato negli ultimi 25 anni.

C’è una domanda che accompagna tutta la visione di Odissea e che continua a ronzare in testa anche quando scorrono i titoli di coda. Non è se Christopher Nolan abbia realizzato il suo miglior film. Non è nemmeno se sia stato fedele a Omero. La domanda è un’altra: e se Ulisse fosse soltanto un pretesto?

Perché la sensazione è proprio questa. Nolan prende il poema fondativo della cultura occidentale, lo apre come si fa con un vecchio atlante e poi lo richiude senza averlo usato per parlare del passato. Lo usa per parlare di noi. Credevamo di entrare in sala per assistere al ritorno dell’eroe verso Itaca. “Forza Ulisse, manca poco a casa”, no, non avete sbagliato sala. No, non è Oceania live action. In realtà stavamo guardando una civiltà che prova disperatamente a convincersi che ogni guerra, ogni violazione e ogni scorciatoia possano restare senza conseguenze.

È qui che Odissea smette di essere un adattamento e diventa qualcos’altro. Nolan non aggiorna Omero come fanno tanti registi contemporanei. Non gli mette addosso un vestito nuovo. Fa un’operazione molto più sottile: lascia il mito dov’è e cambia lo specchio. Così il casting contemporaneo, una Elena lontana dall’iconografia classica, personaggi provenienti da culture diverse, perfino il modo in cui vengono rappresentate le divinità, all’inizio sembrano semplici scelte di inclusione. Stai lì e ascolti il vicino muoversi nervosamente nella sedia mentre protesta contro l’attore di origini cinesi, il soldato greco buono come alzatore di stecchini e sì, una Elena di Troia non ortodossa. Poi ci si accorge che sono tasselli di un’idea molto più ambiziosa. Il mito non appartiene più ai Greci. Appartiene a chiunque viva in un mondo che continua a ripetere gli stessi errori.

Quanto cazzo pesa sto cavallo… ma semo sicuri che è vuoto?

Gli dèi di Nolan sono la nostra coscienza

La vera intuizione del film arriva quasi in punta di piedi. Gli dèi non sembrano più entità soprannaturali che muovono gli uomini come pedine. Diventano qualcosa di infinitamente più inquietante: la nostra coscienza.

Ogni volta che Ulisse viene chiamato, il suono si incupisce, il cielo sembra rispondere con un tuono, come se il mondo intero gli ricordasse chi è stato e cosa ha fatto. Non è una semplice scelta sonora. È una sentenza. Zeus, Poseidone, Atena smettono di essere personaggi e diventano il tribunale morale davanti al quale nessuno può mentire, nemmeno a sé stesso. Noi ce li immaginiamo presi dalle nostre colpe e i nostri peccati, gli antichi li credevano distanti. Ma non è così. Ed è in quel momento che il film cambia pelle. È come andare a vedere un concerto degli AC/DC e ritrovarsi improvvisamente a una seduta di terapia di gruppo. Quello che sembrava un kolossal mitologico si rivela il racconto di un uomo che non riesce più a distinguere il mare dai propri ricordi.

Il vero mostro non è il Ciclope. È il senso di colpa. Per tre quarti del film Odissea è probabilmente il Nolan più lineare degli ultimi vent’anni. Il viaggio procede, gli incontri si susseguono, la narrazione sembra quasi classica. È come vedere Mourinho fare tiki-taka. Ti viene il sospetto che qualcuno gli abbia rubato il telefono. Troppo classica, verrebbe da dire. Ed è proprio questa la trappola.

Gli dèi di Nolan non lanciano fulmini. Fanno una cosa molto peggiore: ti lasciano solo con quello che hai fatto. Con i tuoi dubbi, i rimorsi, le paure. Un po’ come tua moglie che smette di parlarti e non ti dice cosa hai fatto di sbagliato, perché “devi capirlo da solo”.

Perché lentamente si insinua un dubbio. E se quello che stiamo vedendo fosse filtrato dagli occhi di un reduce?

A quel punto tutto cambia.

Il Ciclope smette di essere soltanto un mostro. Calipso non è più soltanto una dea. Il mare non è più soltanto il mare. Ogni tappa del viaggio sembra assumere il peso di un trauma che continua a riaffiorare. Nolan non gira un fantasy. Gira un film sul ritorno impossibile di chi ha attraversato la guerra e scopre che le battaglie finiscono molto prima dei loro fantasmi.

È un’intuizione che rende gigantesca anche l’ambiguità del racconto. Quei mostri esistono davvero? Oppure sono il modo con cui una mente devastata prova a dare un volto ai propri sensi di colpa? Nolan non risponde mai. Ed è proprio questa incertezza a rendere il film così potente.

Come cazzo faccio senza occhiali?

Benvenuti in un mondo senza regole

Se gli dèi sono la coscienza, allora le loro leggi non sono altro che le regole che gli uomini si sono dati per poter vivere insieme.
Ed è qui che Odissea smette definitivamente di parlare dell’antica Grecia.
Quando Ulisse contribuisce alla caduta di Troia non infrange soltanto un divieto divino. Rompe un patto civile. Supera un limite. Decide che il fine giustifica i mezzi. Da quel momento il viaggio verso Itaca non è più una ricompensa. È una condanna.

Nolan sembra suggerire una cosa tremendamente contemporanea: ogni civiltà comincia a morire quando si convince di poter violare le proprie regole senza pagarne il prezzo.

Per questo alcune immagini della distruzione di Troia evocano inevitabilmente iconografie moderne della guerra e delle città che crollano. Non importa se il riferimento sia voluto o meno. Conta l’effetto. Il mito smette di sembrare lontano. Diventa il telegiornale.

La potenza delle immagini

Sarà il 70mm. Sarà che quei volti giganteschi che parlano di cose come responsabilità, conseguenze, divinità, morte ti entrano dentro, sembri quasi poter interagire con loro, provare quello che provano loro. Non è solo questo. Le scene di “azione” sono potentissime: siamo davvero nella grotta del Ciclope. Siamo davvero su una barca costretti tra un gorgo mostruoso e una strettoia misteriosa. Siamo in una foresta cacciati come prede da giganteschi soldati che sembrano usciti da Il Trono di Spade. Mangiamo con Circe e sospettiamo qualcosa. Nolan usa l’horror, l’azione, il thriller, un mistery, ma è soprattutto la concretezza, la consistenza di ciò che vediamo e del pericolo che ti trascina dentro la storia e ti lascia semplicemente a bocca aperta. E nella sequenza del cavallo, ti fa pensare al triste destino del soldato troiano che con la spada dpveva verificare che il cavallo fosse vuoto. Il fallimento più clamoroso della storia.

Che milf ragazzi

Tutti i personaggi sono simboli

Nessuno, in questo film, è soltanto ciò che appare. Ulisse è l’uomo occidentale convinto di poter controllare il mondo e costretto a fare i conti con ciò che ha distrutto.
Penelope non rappresenta più soltanto la fedeltà. È chi resta, chi aspetta, ma anche chi pretende finalmente di decidere del proprio destino invece di vivere in funzione dell’eroismo degli altri.
Telemaco è la generazione che eredita macerie morali costruite dai padri e deve trovare un modo per abitarle.
Perfino Calipso cambia significato. Non è soltanto la tentazione dell’immortalità. È la tentazione dell’oblio. Restare con lei significa dimenticare tutto, smettere di soffrire, cancellare la guerra. Certo, dopo tutto quel tempo passato sull’isola qualche capello bianco in più a Ulisse l’ha fatto venire, ma il vero prezzo sarebbe stato un altro: rinunciare a ricordare.

È una galleria di simboli che funziona proprio perché Nolan non li trasforma mai in allegorie didascaliche. Li lascia respirare dentro il racconto.

Il finale ribalta tutto

Molti rimprovereranno a Odissea di essere meno labirintico del solito Nolan. È un’obiezione comprensibile, ma probabilmente nasce da un equivoco. La linearità è il trucco. Il regista ci convince di assistere a un grande racconto d’avventura per poi spostare lentamente il baricentro verso qualcosa di molto più intimo e doloroso. Quando il film arriva alla conclusione, ci si accorge che il vero viaggio non era verso Itaca, ma dentro un uomo che non riuscirà mai davvero a tornare da ciò che ha visto.

Ed è qui che Nolan compie il suo gesto più coraggioso. Rifiuta l’epica. Non gli interessa la gloria della guerra. Gli interessa quello che resta quando gli eserciti se ne sono andati, gli eroi sono stati celebrati e il rumore delle armi lascia spazio a quello, molto più assordante, della coscienza.

Questa è la vera rivoluzione di Odissea. Christopher Nolan non prende Omero per raccontare il passato. Prende il passato per raccontare il momento esatto in cui una civiltà smette di rispettare le proprie regole e comincia a distruggere sé stessa.

Credevamo di stare guardando Ulisse.

Alla fine scopriamo che Ulisse, per tutto il tempo, stava guardando noi.

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