Widow’s Bay recensione: Stephen King incontra Lost, ma senza perdere la bussola

C’è una cosa che il cinema e le serie televisive ci insegnano da decenni: sopravvivere a una maledizione è difficile. Sopravvivere a un cambio di tono lo è molto di più. L’horror e la commedia sono due coinquilini che finiscono quasi sempre per odiarsi, sgomitare per l’uso del bagno e mettere l’etichetta sullo yogurt in frigorifero tutto magari parte da una piccola cosa, magari un dentifricio lasciato sul lavello del bagno senza essere riposto. E così basta una battuta fuori posto e la tensione evapora. Basta uno spavento infilato nel momento sbagliato e la comicità smette di funzionare. È il motivo per cui ogni anno arrivano decine di horror comedy e quasi tutte finiscono nel gigantesco cimitero delle “buone idee sulla carta”. Dell’involontariamente ridicolo. Ridere mentre dovresti avere paura è complicato. Far paura mentre stai ancora sorridendo è quasi impossibile.
La nuova serie di Apple TV+ Widow’s Bay non reinventa il genere, e forse è proprio questo il suo pregio. Katie Dippold prende tre immaginari che conosciamo benissimo – It di Stephen King, Lost e il cinema di Sam Raimi – li mette dentro uno shaker e, invece di agitare tutto fino a farne una poltiglia indistinguibile, dosa ogni ingrediente con una precisione quasi chirurgica. Il risultato è una serie che non vive di colpi di scena o di trovate geniali, ma di una qualità sempre più rara: l’equilibrio.
La trama di Widow’s Bay: un’isola maledetta tra Lost e Stephen King
L’idea di partenza è semplice e proprio per questo funziona. Tom Loftis, il sindaco di Widow’s Bay interpretato da Matthew Rhys, sogna di trasformare la sua piccola comunità nella nuova Martha’s Vineyard. Vuole progresso per la sua comunità, ferma agli anni Settanta, senza segnale per i telefoni cellulari, che comunica con il telefono fisso e le ricetrasmittenti. Per riuscirci convince un giornalista del New York Times a raccontare al mondo quanto sia meraviglioso vivere su quell’isola sperduta. L’articolo funziona. Arrivano i turisti. Arrivano i soldi. E, naturalmente, si risveglia anche qualcosa che sarebbe stato meglio lasciare dormire.
Da quel momento Widow’s Bay diventa un posto in cui ogni vicolo sembra custodire un segreto e ogni abitante pare sapere qualcosa che preferisce non raccontare. L’atmosfera è quella delle cittadine di Stephen King, dove il male non arriva mai da fuori ma è sempre rimasto lì, sotto terra, nascosto tra le fondamenta della comunità. Allo stesso tempo la serie dissemina misteri, simboli e piccoli indizi con un gusto che ricorda apertamente Lost. A un certo punto compaiono persino dei filmati informativi che sembrano lontani parenti dei vecchi video della Dharma Initiative. Non sono copie, sono ammiccamenti. E funzionano proprio perché non cercano mai di esserlo.
Tom Loftis, poi, è un protagonista irresistibile. Sembra l’incrocio tra il sindaco de Lo squalo, quello di Stromboli in Caro diario di Nanni Moretti e uno di quei personaggi che nei racconti di Stephen King sono convinti che il problema più urgente sia salvare il turismo locale mentre il Male sta letteralmente uscendo dal sottosuolo. È un amministratore che continua a ragionare come un politico anche quando la realtà gli suggerisce che forse sarebbe il caso di chiamare un esorcista anziché l’ufficio stampa.
Ma il punto non è la trama. La trama, in fondo, l’abbiamo già vista in cento varianti diverse. Il punto è il modo in cui Widow’s Bay la racconta. Ed è lì che Katie Dippold dimostra di conoscere il genere meglio di tanti autori che si prendono infinitamente più sul serio.
Perché Widow’s Bay funziona così bene tra horror e commedia
Il bello è che Katie Dippold non inventa praticamente nulla. Fa una cosa molto più difficile: capisce quando fermarsi.
Dippold arriva dalla commedia. Ha scritto con Paul Feig il reboot di Ghostbusters – diciamolo un film che ha goduto di pessima stampa –, ha lavorato a Parks and Recreation, è una che nel 2016 diventò virale presentandosi a una festa vestita da The Babadook mentre nessun altro era in maschera. Insomma, appartiene a quella categoria di autori che l’horror lo conoscono, ma soprattutto ci si divertono. E questa leggerezza si percepisce in ogni episodio.
Il rischio più grande di una horror comedy è che, a forza di rincorrere la battuta, finisca per chiedere scusa dell’orrore. Oppure, al contrario, che diventi così seria da dimenticarsi di essere nata anche per divertire. Widow’s Bay non cade mai in nessuna delle due trappole. La comicità non serve ad abbassare la tensione, serve a renderla più efficace. Ti fa rilassare giusto il tempo necessario perché la scena successiva possa colpirti ancora più forte.
È una questione di ritmo, più che di scrittura. Di pause. Di tempi comici. Di silenzi. La serie sembra sapere sempre quando concederti un sorriso e quando, invece, togliertelo dalla faccia. È un equilibrio che ricorda quei pugili che non vincono perché tirano più forte degli altri, ma perché sanno esattamente quando colpire.
In questo senso il lavoro di Dippold dialoga perfettamente con quello dei registi. Cinque episodi sono affidati a Hiro Murai, uno degli artefici del linguaggio visivo di Atlanta, autore capace come pochi di trasformare l’assurdo in quotidianità. Il sesto episodio, invece, è diretto da Ti West, e la sua mano si riconosce subito: l’horror diventa più sporco, più fisico, più inquietante, senza che la serie perda mai la propria identità. È come cambiare chitarrista durante un concerto e accorgersi che la canzone continua a suonare esattamente come deve.
Matthew Rhys guida un cast praticamente perfetto
Poi c’è il cast. E qui bisogna fare un discorso che va oltre il semplice “sono tutti bravi”. Una serie costruita su un equilibrio così delicato può crollare per colpa di un solo attore fuori registro. Basta uno che reciti come se fosse in una sitcom e tutto diventa una parodia. Basta uno che si convinca di essere in un horror “elevato” e il resto della compagnia sembra partecipare a un’altra produzione. Non succede mai. Matthew Rhys è il collante di tutto. Gli viene chiesto di essere divertente senza diventare macchietta, autorevole senza sembrare pomposo, tragico senza scivolare nel melodramma. È una prova molto più difficile di quanto sembri perché il suo Tom Loftis passa continuamente da un registro all’altro. In una scena è un sindaco che pensa ai flussi turistici, in quella dopo è un uomo costretto a confrontarsi con qualcosa che mette in discussione ogni certezza. E nell’ultimo episodio Rhys tira fuori tutta la sua sensibilità drammatica, quando il personaggio si trova davanti a un dilemma morale che nessuna battuta può alleggerire. È probabilmente il momento migliore dell’intera stagione.
Attorno a lui nessuno sbaglia una nota. Stephen Root conferma di essere uno di quegli interpreti capaci di rendere memorabile anche una semplice espressione, Kate O’Flynn dà alla bizzarra Patricia Moyer una leggerezza mai caricaturale, Kevin Carroll e Dale Dickey contribuiscono a costruire quella sensazione di comunità che è fondamentale in una storia come questa. E poi ci sono due guest star come Hamish Linklater e Betty Gilpin, che pur comparendo meno del protagonista riescono a lasciare un segno evidente.
La sensazione è che tutti abbiano capito perfettamente il film che stanno facendo. E sembra una banalità, ma nel panorama seriale contemporaneo è quasi un miracolo.
Widow’s Bay è un’altra vittoria di Apple TV+
C’è poi un altro aspetto che Widow’s Bay conferma. Negli ultimi anni Apple TV+ sta costruendo il catalogo più interessante tra le piattaforme streaming. Magari non è quella che produce il maggior numero di titoli, né quella che monopolizza la conversazione social ogni settimana. Ma continua a scegliere progetti con una personalità precisa, affidandoli ad autori che sembrano avere ancora voglia di raccontare storie e non soltanto di alimentare l’algoritmo.
Widow’s Bay rientra perfettamente in questa filosofia. Non ha bisogno di gridare per farsi notare. Non rincorre il colpo di scena ogni dieci minuti. Non vive nell’ansia di diventare meme. Preferisce costruire personaggi, creare atmosfera e lasciare che sia lo spettatore a entrare lentamente nella maledizione dell’isola. Quando ci riesce, e ci riesce spesso, ricorda che il mistero è molto più affascinante quando non ha fretta di spiegarsi.
Il fatto che Apple TV+ abbia già ordinato una seconda stagione non sorprende. Anzi, dopo aver visto questi dieci episodi sembrava quasi inevitabile.
Conclusione
Le isole maledette esistono da quando esistono i racconti. Cambiano il nome, cambiano il mostro, cambiano le vittime. Quello che cambia molto più raramente è la mano di chi le racconta.
Katie Dippold ha capito che l’orrore e la commedia non sono due generi da mettere uno accanto all’altro, ma due strumenti da accordare con la stessa precisione. Widow’s Bay suona bene perché nessuno prova a fare l’assolo: scrittura, regia e cast seguono lo stesso spartito. E alla fine il vero miracolo non è che un’isola possa nascondere una maledizione. È che una horror comedy riesca a non perdere mai l’equilibrio. Ed è una specie molto più rara.
Ecco le migliori frasi e citazioni di Widow’s Bay
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