Obsession recensione: Bart Simpson con più trauma
Quando ti chiedono di esprimere un desiderio forse è meglio che fai come certe offerte assicurative o per un contratto con un nuovo operatore telefonico: sembra tutto bellissimo finché non leggi le condizioni. Esprimi un desiderio, lo ottieni, e subito dopo scopri che l’universo ha un senso dell’umorismo molto peggiore di quello di Salvini. O La Russa. O del tuo. Cinema e televisione ci hanno offerto nei decenni tanti strumenti che consentobo la soddisfazione di un dersiderio: la lampada dio Aladino, ad esempio o la zampa di scimmia dei Simpson. E proprio qui Curry Barker ha trovato ispirazione per il suo Obsession: da una sera davanti la televisione, aspettando la messa in onda di Always Sunny in Philadelphia, il destino pone BArker di fronte allo speciale di Halloween dei Simpson in cui Bart e famiglia entrano in contatto con una zampa di scimmia capace di esaudire desideri e rovinare vite con grande efficienza. In Obsession si parte esattamente da lì: cosa succede se un ragazzo timido scopre casualmente uno strumento magico e desidera che la ragazza di cui è innamorato lo ami sopra ogni cosa? Succede che il desiderio si avvera. Ed è proprio quello il problema.
Obsession è un piccolo horror intelligente, imperfetto, molto più interessante quando resta addosso ai suoi personaggi che quando prova ad allargare il campo. Non è il film che reinventa il genere, non è il nuovo vangelo dell’horror contemporaneo e non serve organizzare un convegno universitario ogni volta che qualcuno impugna un ramo magico. Però ha un’idea forte, una buona dose di cattiveria narrativa e una capacità abbastanza rara: prende una fantasia romantica da adolescente emotivamente bloccato e la trasforma in un incubo sentimentale. In pratica: Bart Simpson con più trauma, Ai confini della realtà con più disagio relazionale e una commedia romantica finita malissimo perché nessuno ha avuto il coraggio di dire le cose prima.

Curry Barker, Kane Parsons e YouTube come nuova miniera di Hollywood
La cosa interessante, prima ancora del film, è il percorso. Barker è un altro dei talenti che Hollywood sta andando a pescare dove ormai pesca tutto: YouTube. Un tempo cercava romanzi, fumetti, videogiochi, vecchi film da rifare anche quando nessuno li aveva richiesti. Oggi guarda agli autori nati online, cresciuti con pochi mezzi, molte idee e una familiarità naturale con l’immaginario di una generazione che ha imparato ad avere paura dei corridoi vuoti, delle stanze gialle, delle videocamere sgranate e dei luoghi dove sembra sempre che sia appena successo qualcosa di terribile, anche se magari era solo una riunione condominiale. Una volta gli studios cercavano il nuovo Spielberg nei festival. Adesso lo cercano tra un video sgranato, un corridoio inquietante e uno che nel 2016 probabilmente faceva sketch con tre amici e una lampada dell’Ikea. Su YouTube c’è gente capace di far paura con due stanze vuote e un neon rotto, mentre per ottenere lo stesso risultato di solito le grandi produzioni spendono 120 milioni e chiamano Jared Leto.
Il paragone più immediato è con Kane Parsons, autore di Backrooms. Parsons ha preso l’estetica dei luoghi liminali e l’ha trasformata in un discorso sull’alienazione contemporanea: spazi deserti, città svuotate, architetture senza uscita, anime parcheggiate male dentro corridoi che sembrano uffici comunali progettati da un’entità ostile. Barker parte da un’altra direzione. Meno spazio, più relazione. Meno incubo architettonico, più imbarazzo umano. Se Parsons racconta i posti in cui ci perdiamo, Barker racconta le persone da cui non riusciamo a staccarci. Che, a una certa età, fanno anche più paura dei corridoi gialli.
In questo senso Obsession conferma una cosa: YouTube non è più soltanto il posto dove nascono video virali, tormentoni e gente che urla davanti a una miniatura con la bocca aperta. È diventato una palestra narrativa. Chi ci cresce dentro impara a lavorare sul ritmo, sull’idea immediata, sull’immagine che resta. Poi certo, il cinema è un’altra cosa. E infatti, quando Barker prova ad allargare il mondo di Obsession, ogni tanto si vede ancora la cucitura. Ma quando resta sul nucleo del film, cioè Bear, Nikki e quel desiderio espresso nel momento sbagliato, il salto funziona.
Obsession trama: una cotta, un desiderio e molti danni collaterali
Bear è innamorato di Nikki, collega e amica d’infanzia. Solo che Bear appartiene a quella categoria maschile molto diffusa e poco raccomandabile: quelli che preferiscono elaborare una dichiarazione perfetta nella propria testa piuttosto che aprire bocca nel mondo reale. Il film inizia così: Bear prova la sua confessione d’amore di fronte all’amico Ian e alla cameriera del diner dove fa colazione. Più tardi quel giorno Nikki gli chiede quasi direttamente se lui abbia un debole per lei, e lui nega. Poi probabilmente torna a casa e immagina la scena perfetta, con la luce giusta, il discorso da Oscar, la musica che sale e il pubblico in piedi. Il problema è che nella vita vera, di solito, mentre tu costruisci la dichiarazione perfetta, l’altra persona sta già pensando dove ordinare il pranzo. E con chi.
Una sera Bear vuole fare un regalo a Nikki, ma non trova il coraggio di consegnarlo. Il regalo è un ramo di salice. “One wish Willow” c’è scritto su una scatola che per forma ricorda il Toblerone. Il ramo all’interno è capace di esaudire un desiderio. Lui lo spezza e chiede che Nikki lo ami sopra ogni cosa. Che è una frase che in una canzone pop è certamente romantica, una NAtalie IMbruglia meno problematica, ma in un horror diventa immediatamente materiale da denuncia cosmica. Il desiderio si avvera: Nikki comincia ad amare Bear in modo assoluto, totale, incontrollabile. Solo che non è amore. È una versione di Nikki che ha sequestrato Nikki.
Qui Obsession trova la sua idea migliore. Nikki non viene semplicemente posseduta da un demone, da uno spirito, da un’entità col vocione o da una roba che richiede un prete con problemi familiari e poca voglia di andare in pensione. Dentro di lei prende il controllo una Nikki innamorata di Bear fino all’annullamento, mentre la Nikki vera resta lì, cosciente, relegata in un angolo del proprio corpo. Può guardare, può subire, può essere testimone di quello che accade, qualche volta salta fuori, ma non può fermarlo. E il film, quando resta su questa intuizione, diventa davvero disturbante.

Non chiamatela possessione: il vero orrore di Obsession
La forza di Obsession sta nel non comportarsi davvero come un film di possessione classico. Nikki non è la solita creatura dagli occhi neri che parla al contrario e fa capire a tutti che forse è il caso di lasciare la casa. È qualcosa di più vicino, più riconoscibile e per questo più scomodo: una persona disperata, gelosa, manipolativa, emotivamente devastata, completamente dipendente dall’attenzione di Bear. Non fa paura perché sembra un mostro. Fa paura perché, a tratti, sembra una fidanzata tossica portata alle estreme conseguenze da un dispositivo fantastico.
Dentro questa idea c’è anche una metafora evidente sui rapporti di potere e sul corpo femminile, ma il film funziona soprattutto perché non ha bisogno di fermarsi a spiegarla con il puntatore laser. La lascia lavorare dentro la situazione. Nikki è lì, intrappolata nel proprio corpo, mentre una versione costruita sul desiderio di Bear agisce al posto suo. È un’immagine forte, forse persino più forte del film che la contiene. E Barker ha il merito di non trasformarla subito in una predica. La tiene dentro il genere, dentro il disagio, dentro scene che oscillano tra l’assurdo, il crudele e il grottesco.
Anche Bear, in questo meccanismo, è più interessante di quanto sembri. Non è il cattivo facile, non è l’incel da forum, non è il maschio violento che odia le donne perché il mondo non gli ha consegnato una fidanzata insieme alla tessera sanitaria. È un ragazzo timido, impaurito, immaturo, incapace di reggere il rischio del rifiuto. E proprio per questo è più ambiguo. Perché quando capisce che qualcosa non va, non si tira indietro subito. Quando vede che Nikki non è più davvero libera, ci mette troppo tempo a considerarlo un problema. Obsession non lo trasforma in un villain da fischiare comodamente. Lo lascia in quella zona più fastidiosa: quella delle persone deboli che, appena ottengono un vantaggio, scoprono di non essere così nobili come pensavano.

Bart Simpson, Ai confini della realtà e Jordan Peele: i riferimenti di Obsession
La parentela con la zampa di scimmia dei Simpson è perfetta perché Obsession ragiona proprio così: desiderio, esaudimento, fregatura. Quella sera davanti la tv Barker capì che la maledizione doveva essere un semplice oggetto, quasi innocuo da comprare e con una clausola scritta in corpo 4, nascosta in fondo al contratto, possibilmente in una lingua morta. Barker prende quella struttura popolarissima e la sporca con un’attitudine da Ai confini della realtà: una situazione semplice, quasi quotidiana, viene spinta un passo oltre il realistico fino a rivelare qualcosa di molto più inquietante sui personaggi.
Il film non somiglia ad Ai confini della realtà perché vuole imitarne l’estetica, ma perché ne condivide il meccanismo morale. Parte da una domanda elementare – e se lei ti amasse davvero sopra ogni cosa? – e poi costringe il protagonista a convivere con la risposta. È una premessa da racconto breve, da episodio crudele, da parabola fantastica che potrebbe chiudersi con un uomo seduto da solo mentre capisce troppo tardi di aver chiesto esattamente ciò che non avrebbe mai dovuto ottenere.
C’è anche, con tutte le cautele del caso, un’ombra di Jordan Peele. Non perché Barker sia già Peele, ci mancherebbe: calma, respiriamo, posiamo le corone d’alloro. Però il percorso dalla comicità al genere, il lavoro in duo con Cooper Tomlinson e la volontà di partire da situazioni apparentemente normali per farle marcire piano piano lo avvicinano a quel tipo di sensibilità. La comicità, qui, non serve a sdrammatizzare. Serve a rendere il disagio più credibile. Prima sorridi, poi ti accorgi che stavi sorridendo nel momento sbagliato. Che è una delle cose migliori che possa fare un horror.
Ian ha capito tutto: il desiderio più intelligente del film
In mezzo a gente che usa il desiderio per devastare la propria vita sentimentale, Ian si dimostra il più lucido del gruppo. Quando ha la possibilità di chiedere qualcosa, chiede un miliardo di dollari. Fine. Non l’amore eterno, non la realizzazione spirituale, non la pace interiore, non “vorrei che lei capisse finalmente quanto sono speciale”. Un miliardo. Cash, possibilmente. Non sarà Shakespeare, ma almeno ha un piano industriale.
Ed è uno dei momenti in cui Obsession mostra meglio la sua anima da commedia nera. Perché il film è disturbante, sì, ma non è mai completamente serioso. Barker sa che una premessa del genere ha bisogno anche di respirare, di concedersi il ridicolo, di far emergere quanto siano assurdi i personaggi quando provano a gestire l’impossibile con la maturità emotiva di un gruppo WhatsApp condominiale. Il desiderio di Ian funziona perché arriva come una battuta, ma anche perché dice qualcosa: forse, in un mondo in cui ogni desiderio sentimentale torna indietro sotto forma di tragedia, chiedere soldi è la forma più onesta di romanticismo contemporaneo.

Obsession funziona quando resta piccolo, inciampa quando allarga il campo
Il film dà il meglio quando resta vicino a Bear e Nikki, quando lavora sul disagio ravvicinato, sulle stanze, sui silenzi, sugli angoli bui in cui Nikki sembra nascondersi da se stessa prima ancora che dagli altri. Le scene più forti nascono dalla performance fisica, dalla risata sbagliata, dagli scatti di frustrazione, da quella disperazione che non sembra mai soltanto soprannaturale. È lì che Obsession trova una sua identità: non nella paura dell’entità esterna, ma nell’imbarazzo mostruoso di una relazione che non dovrebbe esistere e invece continua a camminare, parlare, toccare, chiedere, pretendere.
Quando invece il film allarga il discorso al gruppo di amici, alla festa, alle tensioni laterali tra Ian, Sophie, Nikki e Bear, perde un po’ di precisione. Non perché quelle parti siano inutili: servono a mostrare come il desiderio di Bear rompa gli equilibri intorno a lui. Però si sente che Barker è più forte nella scena compressa che nella coralità. Sa gestire molto bene il corto circuito intimo, la situazione assurda trattata come se fosse quasi normale. Quando deve muovere più personaggi, più conflitti, più spazio, il film ogni tanto respira meno di quanto dovrebbe. È il limite di un autore che arriva da un cinema più piccolo e controllato e che sta imparando a occupare una stanza più grande.
Ma è un limite interessante, non un difetto fatale. Perché Obsession resta un film con un’idea chiara, una voce riconoscibile e una capacità non banale di mescolare horror, commedia nera e inquietudine sentimentale. Non tutto arriva con la stessa forza, non tutto è perfettamente messo a fuoco, ma il nucleo centrale è potente: cosa succede quando il desiderio romantico viene esaudito senza passare dalla libertà dell’altra persona?
Obsession: un horror imperfetto ma con un’idea forte
Obsession non è un film perfetto, e forse nemmeno vuole esserlo. È uno di quegli horror piccoli che funzionano perché hanno un’idea forte, una metafora abbastanza chiara da non perdersi e abbastanza sporca da non sembrare una lezione. Curry Barker non ha ancora il controllo totale del campo, soprattutto quando la storia si allarga, ma quando resta vicino a Bear e Nikki trova qualcosa di davvero inquietante: il momento in cui un desiderio romantico smette di essere romantico e diventa una condanna.
Alla fine la zampa di scimmia fa sempre la stessa cosa. Ti dà quello che vuoi. Solo che poi ti presenta il conto. Con ricevuta fiscale, naturalmente.
**** La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare
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