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Beef 2 recensione: su Netflix il matrimonio è morto, ma il rancore gode di ottima salute

C’è qualcosa di profondamente romantico in una serie che prende due coppie, le infila in un resort per ricchi, aggiunge ricatti, tradimenti, assistenza sanitaria inesistente e una miliardaria coreana interpretata da Youn Yuh-jung, poi osserva tutto collassare con la tranquillità di chi ha prenotato il tavolo migliore. Quel qualcosa si chiama Beef 2, ed è meravigliosamente sgradevole. Ed è disponibile su Netflix.

La prima stagione di Beef – Lo scontro era una crisi di nervi col motore acceso: Steven Yeun e Ali Wong, un diverbio stradale, due clacson, tre traumi infantili e dieci episodi di autodistruzione organizzata come se Ingmar Bergman avesse scritto un remake di Fast & Furious dopo una lite nel parcheggio dell’Esselunga.

Era il 2023. La serie di Lee Sung Jin, prodotta da A24, diventò rapidamente uno di quei rari oggetti Netflix che la piattaforma riesce a nascondere nel catalogo e malgrado tutto fanno il pieno di premi: otto Emmy, tre Golden Globe e una quantità di elogi tale da far sospettare che qualcuno, per errore, l’avesse davvero guardata. Tra cui anche i nostri. Ne scrivemmo qui.

La seconda stagione riparte da zero: niente Danny e Amy, niente rabbia da incidente stradale, niente vecchi rancori riciclati come franchising. Beef 2 è una nuova storia, con un nuovo cast e un’altra forma di guerra: meno “ti inseguo con l’auto fino all’annientamento”, più “ti sorrido durante la riunione mentre preparo con calma la tua rovina professionale, sentimentale e possibilmente fiscale”.

Ecco, la grande intuizione di Lee Sung Jin è questa: il vero inferno contemporaneo non è la lite furibonda. Sono il rapporto di lavoro e quello sentimentale.

Hai visto quanto è grosso quel televisore?

Beef 2 – Lo scontro: dal road rage alla guerra passivo-aggressiva

Al centro della stagione ci sono Josh e Lindsay, interpretati da Oscar Isaac e Carey Mulligan: una coppia millennial benestante, elegante, già emotivamente deceduta ma ancora in attesa che qualcuno compili il certificato.

Lui dirige il Monte Vista Point, esclusivo country club della California del Sud, quel genere di posto dove le persone non sudano mai: trasudano patrimonio. Lei vive insieme a Josh a Ojai, su una proprietà che avrebbe dovuto ospitare un raffinato bed & breakfast e che invece sembra diventata la dépendance deluxe del loro matrimonio fallito.

Josh e Lindsay avevano sogni, ambizioni, desideri. Adesso hanno debiti, frustrazioni, risentimenti e il genere di conversazioni matrimoniali disturbate da un tagliaerba in cui ogni frase sottintende: “Ti detesto da anni, ma abbiamo ancora troppa roba intestata insieme”.

A sorprenderli durante una lite violenta sono Ashley e Austin, interpretati da Cailee Spaeny e Charles Melton: giovani, precari, apparentemente innamorati, soprattutto economicamente ricattabili dalla realtà. Lei lavora nel country club; lui orbita nello stesso ambiente cercando di costruirsi un futuro, che nell’America contemporanea significa più o meno evitare di ammalarsi e sperare che nessun ricco ti distrugga la vita per sport.

Ashley registra la lite. Il video diventa una moneta di scambio. “Il turbo capitalismo è ricatto”. Non per comprarsi una Lamborghini, una villa a Malibu o un’isola con piscina a forma di Drake, ma per ottenere ciò che dovrebbe essere normale: una posizione lavorativa migliore e un’assicurazione sanitaria.

Benvenuti nel sogno americano, dove l’ascesa sociale comincia sempre con una cartella clinica e un ricatto.

Un country club come The White Lotus, ma senza il piacere della vacanza

La seconda stagione di Beef prende il thriller di classe, lo chiude dentro un country club pieno di prati perfetti, sorrisi dentali e persone irreparabilmente marce, poi lo agita come un cocktail servito a qualcuno che considera “disagio” il fatto di non trovare parcheggio per la Porsche.

Il paragone più immediato è con The White Lotus: ricchi a bordo piscina, personale subordinato, privilegi mostrati come se fossero qualità morali, rapporti umani gestiti con la stessa trasparenza di una società offshore. E nel sottofondo i social che rimbecilliscono tutti. Ma Beef 2 non ha l’euforia turistica, il mistero da resort o la leggerezza omicida di Mike White. Qui nessuno è davvero in vacanza. Tutti stanno lavorando, anche quando stanno tradendo, mentendo, manipolando o semplicemente provando a restare sposati cinque minuti più del necessario.

È proprio questo il punto: Lee Sung Jin sostituisce la collisione frontale della prima stagione con l’usura. Il rancore non esplode subito. Filtra. Si deposita negli scambi di favori, nelle gerarchie, nelle promozioni negate, nei sorrisi rivolti al capo, nelle conversazioni tra compagni che fingono di volersi ancora bene perché l’alternativa sarebbe ammettere di aver sbagliato vita. Momenti affidati ai monologhi dei diversi personaggi che cristallizzano come in una goccia d’ambra una sorda disperazione.

Se la prima stagione era un pugno in faccia, la seconda è una microplastica nel sangue. Non la senti subito, ma alla lunga ti ammazza.

‘sti vecchi se devono toglie’ gli occhiali per leggere il telefonino

Quattro generazioni, quattro coppie e una sola grande nevrosi capitalista

Beef 2 allarga notevolmente il gioco. Il centro non è più soltanto una rivalità, ma un sistema di coppie, generazioni e dipendenze reciproche.

Ashley e Austin sono la Gen Z cresciuta nell’idea di essere emotivamente più evoluta delle generazioni precedenti, finché la vita non presenta il conto e scoprono che anche la decostruzione costa parecchio, soprattutto senza assicurazione sanitaria.

Josh e Lindsay sono i millennial della disillusione premium: quelli che avevano sogni creativi, progetti autentici, una visione personale del futuro e si sono risvegliati a quarant’anni con un mutuo emotivo, un lavoro odiato e un matrimonio che sembra un gruppo WhatsApp silenziato da mesi.

Poi ci sono la presidente Park e il dottor Kim, la Generazione Silenziosa, interpretati da due giganti come Youn Yuh-jung e Song Kang-ho. Lei è la miliardaria coreana che possiede il country club; lui il secondo marito, apparentemente ornamentale, ma legato a una storyline capace di trascinare la stagione verso territori più cupi e internazionali. Intorno a loro, altre coppie e altri corpi sociali completano il quadro: come iil baby boomer Troy e la moglie trofeo Eva, vecchi ricchi, nuovi arrampicatori, privilegiati convinti di essere perseguitati e subalterni pronti a diventare carnefici non appena gli si offre una stanza con vista sul potere.

L’idea è bellissima: ogni generazione guarda quella precedente pensando “io non diventerò mai così”, per poi ritrovarsi identica ma con playlist migliori e un lessico terapeutico più aggiornato.

La serie mette in scena proprio questo inganno: non basta sapere nominare il trauma per evitare di trasmetterlo agli altri. A volte serve anche smettere di essere stronzi, cosa evidentemente meno instagrammabile.

Beef 2 parla di matrimonio, soldi e salute: l’amore ai tempi dell’assicurazione sanitaria

Dentro il meccanismo del ricatto, Beef 2 accumula temi come se avesse paura di dover chiudere domani: l’infelicità matrimoniale, l’illusione del sogno americano, la violenza domestica, il divario economico, l’accesso alle cure, la corruzione, il peso dell’eredità familiare, la rincorsa a uno status sociale che continua ad arretrare ogni volta che ti avvicini.

È tanto. Forse troppo.

Eppure, nei momenti migliori, questa abbondanza funziona proprio perché nessun problema viene isolato dagli altri. Ashley non ricatta soltanto perché è ambiziosa: lo fa perché è vulnerabile. Josh non è soltanto un marito fallito: è un uomo che si sente vittima di un sistema del quale rappresenta il middle management unto e sorridente. Lindsay non è soltanto la moglie triste del ricco insoddisfatto: è una donna che ha trasformato la propria vita in un compromesso talmente lungo da sembrare ormai una vocazione. E tutto armonicamente contribuisce al degrado generale della nostra società, come se il sistema fosse marcio perché siamo infelici, corrotti, corruttori, poveri e meschini. Non il contrario.

In Beef 2 nessuno litiga davvero per il motivo dichiarato. Si urla per una cena, un video, una promozione, un favore. Ma sotto ci sono anni di rinunce, paure, umiliazioni e contabilità morale tenuta in Excel con le celle color sangue.

Lee Sung Jin è bravissimo a raccontare questa economia del risentimento: l’amore come contratto in perdita, il lavoro come forma di ricatto, la famiglia come posto dove si accumulano le fatture mai pagate dell’esistenza.

Il problema di Beef 2: prima di mordere, mastica parecchio

La scelta di costruire una stagione più sotterranea, più passivo-aggressiva, più legata alle dinamiche lavorative e sentimentali, è coraggiosa. Ed è anche il motivo per cui Beef 2 rischia di perdere una parte del pubblico prima di aver mostrato davvero i denti.

La prima stagione partiva in quarta: incidente, rabbia, inseguimento, vendetta. Ti prendeva per la collottola e ti costringeva a guardare due esseri umani precipitare insieme nel burrone, possibilmente mentre si insultavano.

La seconda invece prepara il terreno. Osserva. Lascia sedimentare il disagio. Chiede allo spettatore attenzione, memoria e una certa disponibilità a restare dentro conversazioni in cui apparentemente non accade niente, salvo che una relazione sta evaporando e una persona ha appena deciso di rovinare la vita a un’altra. Intanto, la scrittura e la regia riescono a rendere davvero ridicola questa generazione cresciuta con i messaggi, le chat e i telefonini.

In un’epoca in cui molti guardano le serie mentre rispondono ai messaggi, preparano la cena, controllano il fantacalcio e valutano se iniziare a interessarsi alla crioterapia, è una richiesta quasi rivoluzionaria.

Il problema è che non sempre questa complessità viene governata alla perfezione. Otto episodi, durate variabili, molte coppie, molte tensioni, molti livelli sociali e una deriva finale che sposta gli equilibri verso la Corea: a un certo punto la stagione tende a diventare più contorta che stratificata. Le sottotrame si moltiplicano e, invece di stringere il cappio, talvolta distraggono dal nucleo più potente: quel video, quel matrimonio, quelle due coppie che si usano come specchi deformanti.

Il finale ritrova accelerazione e cattiveria, ma dà anche l’impressione di aver montato un secondo motore su una macchina che funzionava meglio quando procedeva lentamente, seminando tossine tra i vialetti rasati del country club.

A proposito: divertentissimo il momento action con il piano sequenza della fuga disperata dal centro di chirurgia plastica, quasi un riferimento ironico a una soluzione visivo molto abusata, soprattutto nell’action, film che serie tv.

Oscar Isaac è un verme irresistibile, Carey Mulligan soffre con eleganza

Oscar Isaac si prende Josh e lo trasforma in una delle creature più sgradevolmente umane della stagione. Josh è patetico, manipolatore, servile verso l’alto e aggressivo verso il basso: il classico uomo che accusa il mondo di non aver riconosciuto il suo talento, trascurando il dettaglio che nel frattempo ha fatto di tutto per diventare il peggior nemico di sé stesso.

Isaac lo interpreta senza cercare attenuanti. Gli lascia addosso quel misto di fascino e viscosità che aveva già reso interessanti parecchi suoi personaggi: sembra sempre sul punto di chiederti scusa o venderti una multiproprietà abusiva a bordo lago. È bravissimo proprio perché riesce a rendere Josh ridicolo, crudele e perfino fragile senza mai chiederti di assolverlo.

Carey Mulligan, dal canto suo, è Carey Mulligan: cioè un’interprete capace di trasformare uno sguardo vuoto in una denuncia penale per abbandono emotivo. Lindsay è una donna svuotata, sessualmente frustrata, sentimentalmente rancorosa, incastrata in una vita che avrebbe dovuto essere rassicurante e invece ha il profumo di una sala d’attesa privata.

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Charles Melton convince, Cailee Spaeny resta un passo indietro

Charles Melton è una delle conferme più interessanti. Dopo May December, continua a dimostrare di avere quella qualità rara: sembrare bellissimo e contemporaneamente profondamente spaventato dalla possibilità che qualcuno gli chieda cosa voglia davvero fare della propria vita.

Austin è tirato da tutte le parti: la relazione con Ashley, il desiderio di fare la cosa giusta, il bisogno di migliorare la propria posizione e il rapporto con la propria eredità culturale. Melton gli dà presenza e ambiguità, senza trasformarlo né nel bravo ragazzo assoluto né nel semplice complice di una vendetta.

Più problematica Cailee Spaeny. Ashley dovrebbe essere il nervo scoperto della stagione: malata, precaria, rabbiosa, vulnerabile, pronta a usare l’unica arma a disposizione contro chi ha tutto. Ma Spaeny sembra spesso procedere in sottrazione anche quando il personaggio avrebbe bisogno di una fiammata, di una presenza più feroce.

Quella fragilità lattiginosa che in Priscilla funzionava perfettamente, perché Sofia Coppola stava raccontando una donna trasformata in soprammobile di lusso, qui rischia di diventare inerzia. Ashley non dovrebbe sembrare soltanto spaesata: dovrebbe dare l’impressione di poter appiccare il fuoco all’intero club con un bicchiere di Chardonnay e una storia Instagram.

Youn Yuh-jung domina Beef 2: la presidente Park è la vera regina del massacro

Poi arriva Youn Yuh-jung e, con la calma di chi ha già visto fallire intere dinastie prima di colazione, si prende la stagione.

La presidente Park è il personaggio più affascinante di Beef 2: miliardaria, opaca, elegantissima, capace di osservare le tragedie degli altri con lo stesso interesse con cui si valuta una tappezzeria da cambiare. Non ha bisogno di alzare la voce, né di dimostrare quanto sia potente. È potente proprio perché tutti gli altri passano il tempo a cercare di capire cosa potrebbe desiderare.

Youn Yuh-jung la interpreta con una miscela meravigliosa di ironia, freddezza e stanchezza cosmica. Ogni sua scena sembra arrivare da una serie ancora migliore, una specie di Succession coreano con meno riunioni aziendali e più cadaveri metaforici nei corridoi.

Anche Song Kang-ho aggiunge alla stagione un peso specifico enorme: basta vederlo comparire per capire che il livello della questione non sarà più soltanto chi ha filmato chi durante una lite domestica. La loro presenza espande l’universo di Beef, anche se contribuisce a quella sensazione di abbondanza narrativa che, soprattutto nel finale, rischia di soffocare il racconto originario.

Personaggi respingenti, quindi perfetti: nessuno in Beef 2 merita il vostro affetto

Una delle qualità migliori della serie è che Lee Sung Jin non ha alcun interesse a regalarci personaggi facilmente amabili. Non c’è il buono a cui aggrapparsi mentre tutti gli altri affondano nel liquame morale. Non c’è la vittima pura, il carnefice definitivo, il povero cucciolo da adottare emotivamente.

Sono tutti fastidiosi, deboli, opportunisti, narcisisti, feriti, comprensibili e spesso intollerabili. Esattamente come le persone, solo vestite meglio e fotografate da A24.

Ed è una cosa positiva.

Perché Beef non ha mai parlato davvero della rabbia come incidente isolato. Ha sempre raccontato il momento in cui una frustrazione privata incontra un’altra frustrazione privata e insieme decidono di trasformare l’intero mondo in un cratere fumante.

Nella prima stagione bastava un parcheggio. Nella seconda bastano un video, una promozione, una diagnosi, un matrimonio esausto e un ambiente professionale dove ogni favore nasconde un coltello con il logo aziendale.

Beef 2 – Lo scontro, recensione finale: meno esplosiva, più velenosa

La seconda stagione di Beef non ha l’impatto immediato della prima. Non ti assale alla gola al minuto cinque, non offre subito il piacere infantile di due persone che decidono di distruggersi con entusiasmo quasi sportivo. È più lenta, più cerebrale, più affollata e talvolta inutilmente complicata.

Ma quando funziona, funziona benissimo.

Perché Lee Sung Jin ha avuto il coraggio di non rifare lo stesso spettacolo cambiando soltanto le facce. Ha trasformato la rabbia urlata in aggressività repressa, l’incidente automobilistico in dinamica del grande capitale, la vendetta in mobilità sociale avariata. Ha capito che oggi il vero duello non avviene sulla strada: avviene tra chi può pagarsi le cure e chi deve ricattare il proprio capo per non finire schiacciato dal sistema.

Beef 2 è una serie meno pop, meno immediata e probabilmente meno facile da amare. È anche una serie più malata, più sofisticata e più vicina alla nostra vita quotidiana, dove quasi nessuno insegue davvero qualcuno in macchina, ma tutti almeno una volta abbiamo fantasticato di vedere crollare un superiore, un ex, un coniuge, un vicino o chiunque abbia scritto “gentile reminder” in una mail.

Oscar Isaac è magnificamente viscido, Carey Mulligan soffre con classe, Charles Melton continua a crescere, Youn Yuh-jung governa il caos come una imperatrice che non ha mai avuto bisogno del telecomando. Cailee Spaeny resta il punto meno incisivo di un cast altrimenti impressionante.

E Netflix, naturalmente, farà il possibile perché voi non scopriate mai che questa serie esiste. Perché l’algoritmo è fatto così: ti propone sei volte un documentario su un uomo che truffava le persone allevando alpaca digitali, ma per trovare una delle sue serie migliori devi avere la pazienza di Indiana Jones davanti al tempio maledetto.

Verdetto: Beef 2 è un manzo meno sanguinolento della prima stagione, ma marinato molto più a lungo nel rancore. Non si divora: si mastica lentamente. E alla fine lascia in bocca quel sapore amaro delle cose molto buone e molto spiacevoli.

Le migliori frasi e citazioni di Beef 2 – Lo scontro

I ricchi sono così volgari. Ashley

I problemi devono venire a galla in qualche modo. Mi capisci? Lindsay

Questo è un luogo dove sentirsi al sicuro, dove far finta che vada tutto bene. Questo è il paese delle favole. Josh 

Tutto il mondo ama la luce, comunque. Non c’è essere umano che non la ami. Josh

Darla vinta è il mio lavoro. Fidati. È quello che faccio tutti i giorni in quanto general manager. Josh

Tutti quanti evadono le tasse mentre noi qui sgobbiamo. Josh 

Siamo una coppia mista. Per me eri dell’Arizona. Ashley

In Corea ci si inchina per mostrare rispetto. Più basso l’inchino più grande il rispetto. Park

Una mente fuori controllo pensa in modi misteriosi. E negativi. Austin

Tra la vita e il lavoro ci vuole equilibrio.  Troy

Buon sesso e buon cibo. È questo il segreto di ogni coppia felice. Troy

Mi ha mostrato i miei sbagli, ma a sbagliare sono io. Josh

Io non so come arrivare dall’altro lato. Capisci? È come se vedessi così tanto amore laggiù ma non riuscissi ad arrivare da lui. Josh

Io mi aggrappo a tutte queste cose e le rubo, rubo tutto quanto per provare a costruire questa stampella che mi sorregga perché non so più come stare in piedi da solo. Capisci? Ti capita mai?… Qualunque sia il tallone da Achille, quel punto scoperto, so che credi di avere tutto il tempo per lavorarci sopra ed è vero certo ce l’hai il tempo, ne hai un sacco, ma giorno dopo giorno la vita non farà altro che scalfirlo. E allora ti dirai “va bene… in fondo non sto così male… sono solo pensieri passeggeri”, tipo qualche piccola tentazione qua e là “ma quando otterrò quel lavoro allora me ne occuperò davvero”. Però poi devi pensare alla promozione, poi devi pensare alla casa e ben presto ogni rapporto umano è finalizzato a me, a me, a me, se faccio questa cosa per Troy, allora lui farà quest’altro per me. Inizierai a ragionare così perché è l’unico modo per restare a galla e quando riesci a prendere fiato e provi a rimetterti in piedi da solo ecco che il tallone d’Achille torna a cedere e cadi di nuovo e allora provi ad aggrapparti a chiunque tu abbia intorno, ma è troppo tardi stai affondando e quel pensiero passeggero adesso è ciò che sei. È tardi e ti ha già cambiato. Josh

Un rimedio per cosa?
Al dolore di aver scelto la persona sbagliata

Magari è vero o magari invece è solo qualcosa di cui la gente si autoconvince perché è troppo dura ammettere che questa cosa, che finalmente ha dato la tua esistenza una parvenza di significato, sia solo finzione, perché poi ti ritrovi ad avere quarant’anni senza la minima idea di chi tu sia. Lindsay

Il mio secondo marito diceva sempre: “Amare è mettere l’altro prima di te stesso”. Ma prendiamo ad esempio un bambino appena nato, che piange. Non vuole la madre, vuole solo il suo latte. Capita di mettere qualcun altro prima di noi qualche volta. Ma accade solo quando è facile, l’essere umano è fatto per pensare a se stesso. Non è un caso che in miliardi di anni l’uomo sia passato da essere una cellula a un batterio a una scimmia, pensando solo ed esclusivamente a se stesso. Ecco perché il capitalismo funziona, perché è un sistema innato in natura, è il sistema del sé. E l’amore esiste in questo sistema, tutte le relazioni esistono in questo sistema, ma sono tutti i modi in cui l’uomo serve se stesso. Ecco cos’ero io per il dottor Kim, ma è anche tutto ciò che lui era per me. Ed è per questo motivo che ora non sto piangendo ed è per questo motivo che non mi dispiace per voi. Park.

Non abbiamo idee e quindi possiamo non averle insieme? Josh

Niente è come il presente.

Ti ho sempre detto una cosa, ricordi? Che non sarei mai e poi mai voluta diventare come mia madre ovvero vecchia e piena di rimpianti. Ma nonostante gli sforzi mi sa che ho fallito perché ora sono vecchia e piena zeppa di rimpianti. Tutti i soldi del mondo non compreranno mai il passare del tempo, il cambio delle stagioni e, inoltre, ho capito che questo enorme bellissimo ciclo della vita noi in fondo possiamo solamente accoglierlo e accettarlo. Park.

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