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The French Dispatch: la teoria del tutto

The French Dispatch – La sala da pranzo del commissario di polizia


-Non sono coraggioso, è solo che non ero in vena di deludere tutti quanti. Sono straniero lo sa?
-La città è piena di noi. Lo sono anche io. 
-In cerca di qualcosa che manca, lasciato alle spalle. 
-Forse un giorno, con un po’ di fortuna, troveremo ciò che ci sfugge nei luoghi che un tempo chiamavamo casa. 

the french dispatch locandinaIn The French Dispatch, come in tutto il suo cinema, per Wes Anderson il rigore formale è come la gravità: una legge della fisica, fondamentale per lasciar dispiegare pienamente la vita, consentendogli di elaborare i concetti che gli interessano, raccontando proprio quelle esistenze. Ecco perché sorrido quando accusano il regista texano di superficialità: come disse qualcuno “non c’è niente di più profondo di ciò che si vede sulla superficie”, in secondo luogo perché Anderson lavora costruendo un mondo immaginario dove si accumulano ossessivamente dettagli, spesso divertenti, ma sempre definenti i suoi personaggi da dentro e da fuori. Ancor di più spiegano qualcosa del suo autore. Non potrebbe non essere così, per uno degli artisti del nostro tempo che mette in scena un cinema così personale che non è possibile non riconoscerlo anche guardando una singola inquadratura.

The French Dispatch è il supplemento di una quotidiano statunitense che racconta la vita nell’immaginaria cittadina francese di Ennui sur Blase, che tradotto in italiano equivale più o meno a “noioso, sofisticato” (Blase è il nome del fiume che attraversa Ennui, da qui la preposizione sur). Alla morte del caporedattore Arthur Howitzer Jr., la redazione vuole omaggiarlo, mandando in stampa un numero speciale con gli articoli migliori usciti sul magazine. Questo sarà anche l’ultimo, perché Howitzer ha disposto nel suo testamento che il supplemento venga chiuso per sempre dopo la sua scomparsa. Le storie scelte dalla redazione riguardano un viaggio in bicicletta, un pittore ergastolano, una piccola rivolta studentesca sessantottina e il rapimento del figlio del commissario di polizia.

Così, The French Dispatch si dipana nel corso di quattro corti, tenuti insieme da un legame, fisico, rappresentato dallo spazio della redazione. Dentro i 108 minuti di The French Dispatch c’è la teoria del tutto: i luoghi che abitiamo, l’arte, la politica, la famiglia. Anderson indica i nuclei energetici che alimentano la vita dell’Uomo e dell’uomo Arthur Howitzer Jr., e del genere umano nella sua complessità. Sono dimensioni che, come mai aveva elaborato nei suoi precedenti lavori, Anderson mette in relazione con il nostro retaggio e un possibile futuro. Non è un caso che Howitzer pretenda che la rivista chiuda dopo la sua morte; non è un caso se le celebri carrellate laterali andersoniane spesso muovano da destra a sinistra, verso il passato, e in alcune rare eccezioni facciano il percorso contrario, verso destra, verso il futuro; non è un caso se, nella vicenda del pittore pluriomicida ed ergastolano, sia proprio la testimonianza di noi dopo la nostra morte sotto forma di un quadro o di un’opera scultorea a ossessionare il gallerista Adrien Brody e a mettere così tanto sotto pressione il personaggio interpretato da Benicio del Toro, tanto da bloccarlo fino a dichiarare: “Non so cosa dipingere”.

E il passato in relazione con il futuro è il cuore del primo delizioso corto, in cui il giornalista Owen Wilson passeggia in bicicletta per Ennui e la rivela: la sala giochi, il caffè Le Sans Blague (tradotto “non si scherza) e il vicolo di borseggiatori, mostrando il prima, ma soprattutto il dopo, come è diventata con il trascorrere lento e noioso del tempo, che non ha risparmiato nulla.

E se le illusioni giovanili durano lo spazio di una partita a scacchi prima di essere schiacciate dalla repressione, è la fine dell’amore impossibile tra la giornalista, che ha revisionato il manifesto politico degli studenti, e il ragazzo chiamato Zeffirelli, che proprio a capo di quei giovani rivoluzionari si è posto, a mettere a confronto le illusioni con la cruda realtà degli anni che trascorrono. È l’ultima storia, il racconto del ragazzino rapito da una eterogenea banda di criminali e salvato solo grazie al sacrificio di uno chef e la sua ricetta “miracolosa”, a indicare il punto specifico di un mondo che si trasforma definitivamente in cartone animato, in una lunga sequenza disegnata: una scelta dettata probabilmente dalle difficoltà produttive, ma soprattutto perché proprio nel cartone animato può e deve sfociare l’arte visiva di Wes, un mondo in cui i Looney Tunes sembrano aver inghiottito ed elaborato anni di rubriche di architettura e moda di The New Yorker e Paris Match.

È qui, alla fine del viaggio di noi spettatori e di Arthur che capiamo come le cose “fanno fatte sembrare di proposito”, che “non si piange” e che “siamo tutti stranieri alla ricerca di una casa”. La sua casa, Anderson la costruisce e la distrugge in ogni film, per raccontare qualcosa di se stesso, troppo timido per dire apertamente: non mi ritrovo in questo mondo e ho la testa e il cuore perennemente spostati da un’altra parte, in un altro tempo, inseguendo stanze che si spostano, si scompongono e rinascono a ogni inquadratura, seguendo rigide regole formali dove gente bizzarra, con gusti elaborati e un po’ pazzoidi, vestiti in maniera buffa, ma sempre in pendant vivono assaporando tutto, senza negarsi niente, se non l’occasione di poter dire “ho sbagliato, sbaglierò ancora, voglio vivere”.

Notate il garbo con cui non ho accennato allo splendido nudo integrale di Lea Seydou. Sto diventando una persona migliore. Anche per questo, grazie Wes.

 

american beauty pagelle voti stelle film***** A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla…

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