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Perché Stranger Things è la serie tv di cui tutti parlano? 

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Stranger Things è la serie Netflix di cui tutti parlano perché il canale per la distribuzione di serie tv e film a pagamento distribuisce bonifici a tutti gli influencer e ai siti che seguite (a proposito l’Iban di Coccinema è disponibile nella pagina Chi sono), ma anche perché racconta personaggi e storie che idealmente si richiamano all’universo narrativo di chi è nato e cresciuto negli anni Ottanta e di quella grammatica possiede tutte le regole. Pensiamo ai Goonies e i ragazzini in bicicletta di E.T., alieni e telefono casa, mostri alla Carpenter, citazioni direttamente da Elm Street fino a Stephen King.

Come è stato?

Novembre 1983, quattro ragazzini trascorrono l’intera giornata a giocare a Dungeons & Dragons. Terminata la campagna, ognuno torna a casa sua (il più classico gioco dell’uva, ah citazionismo canaglia ho già le lagrime di nostalgia nostalgia canaglia), ma uno di loro (Will Byers) è raggiunto nel bosco da una presenza. Abbandona la sua inseparabile bicicletta, fugge a casa, ma quel misterioso qualcosa lo raggiunge. Will scompare e contemporaneamente un evento inspiegabile avviene in un vicino impianto del Dipartimento dell’Energia. Il dottor Brenner parte alla ricerca di qualcuno o qualcosa che sembra essergli sfuggito, portando dietro di sé un orrore indicibile.

Stranger Things si muove intorno alla ricerca di Will, novella Laura Palmer, i tentativi dei suoi amici Mike, Dustin e Lucas di ritrovarlo in un’avventura che, episodio dopo episodio, somiglia a una campagna di Dungeons&Dragons diretta da Carpenter con la produzione esecutiva di Steven Spieberg, Stephen King, John Hughes, Richard Donner e Chris Columbus. Infatti, se la polizia segue le tracce di un comune rapimento, i tre amici di Will aiutati da Eleven (o El come la soprannominano i ragazzi), indagano sulla misteriosa presenza.

A causa della loro disponibilità a credere al fantastico, alimentata dall’universo nerd anni Ottanta da Star Wars a It che dimostrano di conoscere come noi nati negli anni Settanta, gli amici di Will entrano subito in contatto con il mistero che si nasconde dietro la scomparsa del loro amico, che chiamano Demogorgon come il principe dei demoni di Dungeons & Dragons, ma anche la stessa madre di Will, Joyce, interpretata da Wynona Rider, riesce in qualche modo a comprendere che c’è del marcio in Danimarca e che la vicenda nasconde molto di più di quanto possa spiegare la nostra filosofia. Piano piano Joyce riesce a portare dalla sua parte il figlio maggiore, Jonathan, e il capo della polizia locale, Jim Hopper (interpretato da uno che abbiamo visto un sacco di volte, David Harbour, il tipo che si trombava Kate Winslet in Revolutionary Road, per intenderci), convincendolo a dare la caccia al mostro.

Come è stato?

Qui la domanda si fa interessante perché la prima reazione sarebbe di rispondere a chi ha acclamato Stranger Things come un “capolavoro” o un film di otto ore ispirato al meglio degli anni Ottanta come I Goonies, E. T., The Breakfast Club (per certe tensioni adolescenziali). Oppure potrei lamentarmi che l’assegno di Netflix ancora non è arrivato e gridare alla scopiazzatura.

In verità, Stranger Things non è né un capolavoro né una schifezza residuale e citazionista. Gli anni Ottanta ci sono, a piene mani, così come abbiamo imparato ad amarli grazie ai Maestri di cui sopra, tutto è messo in un frullatore da cui è estratto un succo saporito e originale. C’è anche qualcosa di più: lo sceriffo Hopper beve, fuma le canne e si droga, sua figlia è morta di cancro qualche anno prima; Joyce è una madre single della working class che tira su due figli senza l’aiuto del padre, un disperato che entra ed esce di galera; la sorella maggiore di Mike, Nancy è un’adolescente che vive i primi amori e la prima esperienza sessuale, ma racconta anche la distanza con il mondo dei genitori con il distacco che Spielberg mostrava non inquadrando mai gli adulti in E. T.. Il figlio maggiore di Joyce e fratello di Will, Jonathan, è un ragazzo quasi post adolescente che lavora per aiutare economicamente la madre, prepara la colazione per tutta la famiglia e cerca di trasmettere al fratellino Will gusti e preferenze per la musica e la tv “normali”, cosciente che lui e i suoi amici sono irrimediabilmente nerd e ciò contribuisce a renderli oggetti di bullismo da parte dei ragazzi più grandi proprio perché irrimediabilmente diversi.

Stranger Things è stata creata dai fratelli Duffer, nati nel 1984, un anno dopo gli eventi immaginari raccontati dalla serie, e prodotta, tra gli altri, da Shawn Levy. Non è un prodotto pianamente originale, ma riesce a vivere di vita propria, incatena lo spettatore alla poltrona sebbene da subito si comprenda dove stia andando a parare. È peculiarmente studiato per il binge watching, con episodi che iniziano esattamente un attimo dopo la conclusione della puntata precedente per garantire la continuità. Ciò è la sua forza e il nostro limite perché viene a mancare il tempo per computare quanto abbiamo visto. A caldo, grandinano sui social i commenti, con un effetto trascinamento che, se solo ci si soffermasse a riflettere sul peso specifico di quanto visto, non sarebbero della stessa entità. Stranger Things è leggero, ma non è evanescente, è una serie che vale per il tempo che trascorriamo in compagnia con quattro ragazzini degli anni Ottanta, impacciati e pieni di quei sogni in tutto simili a quelli che avevamo noi, alimentati da Star Wars, Goonies, giochi di ruolo, libri e film di paura.

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Il cast

L’ensemble dei ragazzi è pressoché perfetto. Il protagonista è Mike, Finn Wolfhard, attore con una vasta gamma di entusiasmi e tristezze tipiche di un’era. Poi ci sono Lucas e Dustin, interpretati rispettivamente da Caleb McLaughlin e Gaten Matarazzo, e soprattutto Millie Bobby Brown, la ragazzina che interpreta Eleven, Undici, dotata di superpoteri “alla X-Men” come Mike, Lucas e Dustin fanno notate a più riprese.

Detto del recupero di Wynona Rider (a me ad esempio non è piaciuta molto, troppo monodimensionale) ed il bravo David Harbour, segnaliamo anche Matthew Modine, l’argenteo dottor Brenner, mefistofelico manipolatore, interessato solo a recuperare la sua arma, Eleven.

Stranger Things in Italia

Io non ho mai giocato a D&D preferivo il Subbuteo. Che insegnamento avrebbe potuto darmi? Che il cattivo giocava con le schicchere e noi rigorosamente in punta di indice. Io feci una battaglia per giocare a punta di indice. E la persi, ma ottenni che si giocasse con queste tecnica sul campo del mio amico Angelo che il Subbuteo lo aveva conosciuto per primo e che poi fece proselitismo tra di noi. Era consentito solo un colpo speciale con il pollice puntato sul polpastrello dell’indice. Questo mi avrebbe salvato dal Demogorgon? Non credo. Ecco perché gli amerigani hanno vinto la Guerra Fredda e vegliano su tutti noi con gli Avengers, Batman e gli X-Men.

La colonna sonora di Stranger Things

L’idea dietro alla colonna sonora è qualcosa molto vicina a operazioni come le musiche composte da Cliff Martinez per Drive di Nicolas Winding Refn o il lavoro di Trent Reznor e Atticus Ross per David Fincher o anche ai temi musicali di The Knick per restare in televisione: suoni elettronici, freddi ma capaci di rievocare un intero mondo. Che in questo caso fa molto Carpenter, King, Spielberg. I gemelli Duffer hanno affidato il compito ai Survive, una band di Austin, Texas.

Ma non ci sono solo i suoni algidi dei Survive. C’è tanta musica che il pubblico di riferimento di Stranger Things ha nella propria collezione di dischi: qualcosa di country alla Dolly Parton, i Jefferson Airplane. E poi ancora Toto, Bangles, Foreigner e Joy Division, mentre la chicca è la Heroes di David Bowie interpretata da Peter Gabriel.

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Ci siamo montati la testa

Chi sono i Duffer Brothers creatori di Stranger Things?

The Duffer Brothers sono due gemelli nati nel 1984, un anno dopo gli eventi della serie tv. Hanno sceneggiato 4 episodi di Wayward Pines e ne hanno prodotti due. Evidentemente sentivano il prepotente bisogno di farsi perdonare. Sono nati a Durham, dove è ambientato Bull Durham – Un gioco a tre mani con Kevin Costner e Susan Sarandon.

Citazioni-Migliori frasi-Dialoghi-Battute

La mattina è fatta per il caffè e la contemplazione

Potremmo chiamarti El, diminutivo di Eleven

Un amico è qualcuno per cui faresti tutto gli presti le cose fighe che hai, tipo fumetti e figurine. E mantiene sempre le promesse. Soprattutto se fatte con lo sputo. Una promessa con lo sputo significa che non tradisci mai la parola data. È un vincolo.

Non mi piace la maggior parte della persone. È in un vasta maggioranza.

Chi esagera per primo deve stringere la mano all’altro. Sono le regole del gruppo.

Solo l’amore ti rende così folle e così dannatamente stupido.

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