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Muhammad Ali e il cinema

quando eravamo re

Quando eravamo re

Il Rumble in the jungle non fu solo un incontro di boxe. Non lo fu perché anticipato da un grande evento musicale in cui i “campioni del mondo” del funk e rhythm and blues americano come BB King e James Brown incontrarono grandi interpreti africani per un live-bagno di folla a Kinshasa, ma perché, per la prima volta, il continente africano era al centro del mondo e nel suo cuore c’era la causa degli afroamericani.

Il Rumble in the Jungle aprì un’era e segnò il mondo della comunicazione sportiva e non solo. Quando replicato dalle televisioni sportive in tutto il mondo, è un evento che ancora oggi raccoglie intere masse davanti al piccolo schermo ed è per tutti questi motivi che divenne oggetto di un documentario di Leon Gast che nel 1996 vinse l’Oscar.

When we were kings – Quando eravamo re racconta i giorni che precedettero l’incontro di pugilato del secolo e il match stesso, il cosiddetto Rumbe in the Jungle, quando nel settembre-ottobre del 1974 a Kinshasa in Zaire, Muhammad Ali sfidò George Foreman per il titolo mondiale dei pesi massimi. L’incontro era in un primo momento previsto per la fine di settembre, ma un infortunio in allenamento di Foreman costrinse gli organizzatori a spostarlo al 30 ottobre. È stato il primo incontro organizzato dallo spregiudicato Don King che per oltre due decenni dominò la boxe mondiale. Ali era il campione avanti con gli anni che cercava di tornare sul tetto del mondo; Foreman l’emergente dal pugno di ferro, una potenza impressionante che aveva messo giù grandi pugili come Frazier e Norton.

When we were kings – Quando eravamo re è in tutto e per tutto una proiezione in 3D della figura di Ali con il suo carisma e il peso politico, gettato sul ring mediatico di un evento che fu tutto tranne che solamente un appuntamento di sport.

La figura di Muhammad Ali non è assolutamente monodimensionale. Lui non si batte solo sul ring ma la sua fu una lotta politica e sociale. Ali non fu solo un boxer, ma un fomentatore delle folle, un grande oratore, un uomo con una visione chiara, ma anche il più grande interprete di quella che alcuni chiamano ancora la Nobile Arte.

When we were kings – Quando eravamo re mette in risalto tutto ciò, la figura di profeta delle masse di diseredati e poveri e discriminati.

Il documentario è impreziosito dal contributo di giornalisti e scrittori che vissero quel momento come George Plimpton e Norman Mailer che con la sua intervista fortemente evocativa nobilita il documentario, lasciando Ali emergere come un’autentica Statua della Libertà americana impersonificata che ha tenuto alta la torcia delle lotta per il progresso sociale e civile della nazione economicamente più importante del pianeta.

Non solo. Il giornalista Plimpton ricorda un episodio importante: chiamato a tenere un discorso davanti ai laureati di Harvard, fu acclamato dalla folla enqualcuno lo esortò a recitare una poesia. Ali disse: “Me. W”e. Io. Noi. Sintesi perfetta. Lui, Noi, una storia che continua nella perenne ricerca di progresso su questa palla sempre meno azzurra persa nella Via Lattea.

Sport & Cinema – Muhammad Ali’s Greatest Fight: “Ho scosso il mondo!”

La storia di Muhammad Alì è un orizzonte emotivo e ideale, un’autentica ispirazione per qualsiasi essere umano. Tutt’oggi, il suo corpo malato, quasi ritirato dalla sua potenza, agilità e vigore continua a incutere rispetto, perché la più grande aspirazione spirituale dell’Umanità dovrebbe essere travalicare l’esperienza corporea e crescere spiritualmente, battersi non solo nei piccoli e gretti duelli quotidiani, in quelli dello sport o dela professione, ma per conseguire una vera crescita dell’essere umano.

Alì ci è riuscito.

Che noia!

Lo so, questo blog non è proprio lo spazio per prediche però Muhammad Alì non smette mai di ispirarmi e commuovermi. Io e gli immarcescibili ragazzi della adidas.

Girato per HBO, presentato al Festival di Cannes e trasmesso in Italia da Sky Cinema, Muhammad Alì Greatest Fight di Stephen Frears racconta un episodio chiave dell’esistenza e della battaglia dell’uomo, quando Alì rifiutò la leva e fu oggetto di una persecuzione politica e morale, fu processato e condannato alla prigione da un’America reazionaria e razzista, privato del titolo mondiale dei pesi massimi. Alì non si arrese mai, non piegò mai la testa e portò la sua battaglia fino all’ultimo grado del sistema giuridico a stelle e strisce. La Corte Suprema.

Il film di Stephen Frears racconta questa battaglia, intervallandola con immagini d’epoca di Alì, con i suoi interventi pubblici e alcuni dei suoi incontri più entusiasmanti. Si prende il suo tempo Frears a presentare tutta la vicenda, un po’ perché si tratta di fatti  ormai di oltre 40 anni fa che forse non tutti sono in grado di inquadrare nell’epoca e in riferimento alla rivoluzione sportiva, mediatica, politica e sociale che Alì rappresentò, un po’ perché la storia è eminentemente politica e giuridica. Si tratta dell’esteso clima di ribellione alla guerra in Vietnam e la difficoltà dell’Amministrazione Nixon di portare avanti il conflitto. In effetti, ancora oggi un tema attuale. La Corte suprema di allora era a maggioranza repubblicana e il primo giudice, Warren E. Burger, un amico fidato dello stesso Nixon. Quando il caso “Clay alias Alì vs il Governo degli Stati Uniti” arriva al loro cospetto, la Corte era influenzata politicamente dalla reazione (la Corte Suprema dovrebbe avere come suo faro solo la legge e la Costituzione degli Stati Uniti d’America) e in preda ai giochi tattici del primo giudice, più preoccupato dei suoi gerani e dell’amico Nixon che di rispettate la Costituzione. Soprattutto, Frears mostra un gruppo di 9 giudici che, per l’età avanzata sono appesi alla vita con un filo, vecchi, malati, ma con uno spirito indomito di amore per la legge e l’agone politico. Che ironia pensando ad Alì oggi e valutando quanto di coraggioso fecero allora.

C’è un bel cast, con Christopher Plummer nei panni del giudice Harlan, Frank Langella in quelli di Warren E. Burger, Benjamin Walker è il giovane avvocato Kevin Connolly. Addirittura c’è il regista Barry Levinson nei panni di uno dei giudici della Corte Suprema, e Danny Glover. Frears tocca tutti i tasti, costruisce un dramma storico-politico in cui Alì è l’agnello sacrificale che cambia la storia, inducendo l’America a fare i conti con lui. Mostra un sistema che tra mille difetti fa sempre vincere il bene, perché c’è sempre qualcuno pronto a fare la cosa giusta e forse in questo c’è il limite del film tv. Ma c’è Alì, la sua poesia, i suoi pugni, la sua battaglia. Che grande uomo.

C’è anche un’epoca ormai lontana, in cui la boxe era la noble art, la gente sentiva gli incontri alla radio e si batteva a macchina e niente copia e incolla.

Alla fine griderete con Alì “Ho scosso il mondo” sapendo, infine, che è vero.

ALI

Alì di Michael Mann e l’eta d’oro della boxe

Mohammad Alì come musica: fluido come un assolo jazz, sexy come una canzone soul, una storia struggente con un sound blues.

È cosi il biopic di Michael Mann dedicato a uno dei piu grandi sportivi della Storia dell’umanità. Alì racconta vita, parola, opere e omissioni di The Greatest dal giorno in cui vinse il titolo dei pesi massimi per la prima volta contro Sonny Liston a metà degli anni Sessanta fino all’ormai mitico Rumble in the jungle di metà dei Settanta. Nel mezzo Alì ha incarnato la figura del campione di boxe e simbolo della lotta per i diritti degli afroamericani.

Dal film di Mann emerge la sua figura iconica, l’espressività del gesto, senza scendere in eccessivi particolari della lotta politica. Sì, c’è l’amicizia con Malcom X, è una parte importante, ma sembra impressionare il suo valore simbolico più quello di messaggero.

Emoziona la cura con cui è preparato il fotogramma finale quando, dopo aver vinto il Rumble in the jungle (come era stato chiamato l’incontro con George Foreman, “la rissa nella giungla”, svoltosi a Kinshasa nel settembre del 1974), Ali guarda il pubblico che lo inneggia, sale sulle corde del ring e alza le braccia al cielo. È tutto lì, nella bellezza del gesto e nell’amore di Mann nel raccontarlo.

La potenza di Alì non era solamente nei suoi pugni e nella sua eleganza, ma nell’essere stato lo sportivo espressione di un momento storico di turbolenze politiche e sociali. Lui era la schiuma del movimento, lui prendeva a pugni il mondo mentre i neri lottavano nelle strade, nelle marce per l’uguaglianza. Ha colpito forte perfino la Corte Suprema e l’intero sistema giudiziario statunitense (battaglia legale e non solo raccontata nel film HBO di Stephen Frears Mohammed Alì’s Greatest Fight). Lui è stato la musica di quell’epoca. Ecco perché il soundtrack di Alì è tanto importante. Alcune sequenze sono degli autentici video di black music, perché Alì era musica e la musica fu uno dei modi con cui l’universo afroamericano si rivelò.

Ad ogni modo, negli spazi lasciati dalla regia di Mann, filtrano bagliori della personalità di Alì: fedele e devoto seguace dell’Islam e del Corano, gli piacevano le gonnelle, si sposa almeno due volte, nel film: la prima la molla perché non si vestiva col burka, la seconda la cornifica con Veronica Porsche (che all’epoca era diciottenne e nel film è interpretata dall’allora 35enne Michael Michele). Alì si scriveva il nome sulla maglietta e poi dici che l’America è razzista; in pubblico parlava spesso in rima. A Mann la storia dell’obiezione non sembra interessare molto: gli importa delle conseguenze che ha implicato ovvero l’impossibilità di boxare quindi lavorare, quindi guadagnare. Ma il riflesso che ce ne offre Mann non è quello di un uomo particolarmente interessato alle implicazioni politiche della sua obiezione di coscienza.

Ciò che emerge fortissimo dalle quasi due ore di Alì è il peso mediatico e culturale che ha avuto la boxe tra gli anni Sessanta e Settanta: pugili carismatici (Alì era capace di minacciare di uccidere il rivale facendo ridere 200 giornalisti e poi magari andare a mangiare con l’uomo che a parole voleva ammazzare) ed eventi oceanici. Il cinema se ne è accorto se è vero che Rocky è figlio di quel tempo (e i rimandi ad Alì, sportivi e non, dentro i film con e di Stallone sono tantissimi) e tutt’oggi il pugilato è uno degli sport più attrattivi per il cinema, uno dei pochi a rendere bene sul grande schermo (e anche sul piccolo). Tutto questo a Mann interessa nell’estasi del momento, nell’amore impressionista per il gesto e l’immagine. Se solo ci fosse stato un attore migliore per incarnare tutto questo. Perché insomma… Will Smith… Starebbe bene giusto in un esercito di figuranti opacizzati.

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