La Sala Professori recensione: benvenuti nell’algoritmo che genera il caos
Immaginate L’attimo fuggente riscritto da un algoritmo pessimista e supervisionato dai commenti di Facebook. Ecco, più o meno, La sala professori. Un film che osserva la scuola come un laboratorio sociale e racconta come le migliori intenzioni possano trasformarsi nel detonatore di un caos collettivo.
Ci hanno raccontato per anni che la scuola serve a prepararti alla vita. La sala professori di İlker Çatak fa una cosa ancora più inquietante: dimostra che la scuola è già la vita, soltanto concentrata in una provetta da laboratorio come un virus osservato al microscopio.
E infatti il film non parla davvero di furti. Parla di potere. Parla di verità. Parla di come una comunità apparentemente civile, un laboratorio multietnico di inclusività, democrazia ma di tolleranza zero possa trasformarsi in una guerra di tutti contro tutti nel tempo necessario a compilare un modulo disciplinare.
Nella scuola dove lavora la giovane e idealista Carla Nowak avvengono dei furti. Durante un consiglio di classe i suoi colleghi “convincono” i due rappresentanti a denunciare un compagno. La delazione si risolve in una accusa ingiusta e nelle accuse dei genitori del ragazzo di razzismo e islamofobia. Nowak decide di indagare per conto suo e lascia il suo computer accesso nella sala professore, registrando quello che accade. Lascia il suo portafoglio incustodito, conta i soldi all’interno e quando recupera le sue cose scopre il colpevole. Il video farà deflagrare la guerra civile all’interno dell’istituto e tutte le linee di frattura – etniche, religiose, culturali, generazionali – entreranno in contrasto, spaccando la comunità scolastica.
Se L’attimo fuggente era il sogno romantico del professore che cambia il mondo e L’onda era la dimostrazione che il fascismo può nascere anche durante una settimana didattica, La sala professori sembra chiedersi una domanda ancora più scomoda: e se il problema non fosse l’autoritarismo ma l’incapacità di gestire la libertà?

La scuola come microcosmo del mondo
Da Spasimo di Sjöberg fino a oggi il cinema scolastico ha sempre raccontato una battaglia. Da una parte chi educa per dominare. Dall’altra chi educa per liberare. La scuola è il luogo perfetto perché contiene già tutto: politica, classi sociali, conflitti etnici, lotte di potere, propaganda, burocrazia, ribellione, conformismo. Un piccolo Parlamento popolato da persone che non possono ancora votare. E La sala professori usa questo microcosmo con una precisione quasi entomologica. Ogni aula diventa una piazza. Ogni riunione una seduta parlamentare. Ogni corridoio un social network. Ogni sospetto una fake news.
La sala professori è un algoritmo che produce caos
La cosa più divertente – e terrificante – è che il film sembra costruito come un algoritmo.
Input:
- piccoli furti;
- una professoressa idealista;
- una scuola progressista;
- regole condivise;
- dialogo democratico.
Output:
il caos.
Carla Nowak, insegnante di matematica e educazione fisica interpretata da una Leonie Benesch chirurgica come una calcolatrice Casio posseduta da Kant, è convinta che la razionalità possa risolvere tutto. Individui il problema. Cerchi la verità. Applichi una soluzione.
Fine.
Peccato che gli esseri umani non siano numeri. Sono commenti Facebook.
Tolleranza zero contro democratizzazione
La scuola del film vive una contraddizione che sembra uscita direttamente da un talk show contemporaneo. Da una parte la preside proclama la “tolleranza zero”. Dall’altra si celebra continuamente la partecipazione democratica. Peccato che le due cose convivano male. Perché mentre gli adulti parlano di ascolto e inclusione, gli studenti vengono invitati a fare nomi, indicare sospetti, confermare voci. La scena del consiglio disciplinare è illuminante. I rappresentanti di classe dovrebbero essere coinvolti come soggetti attivi. In realtà vengono trattati come figuranti in una decisione già scritta. Manipolati, tanto so’ bambini.
La democratizzazione promessa finisce per assomigliare a quelle consultazioni online dove puoi scegliere il colore della carta da parati mentre qualcun altro decide dove costruire il palazzo.

Carla Nowak, l’idealista che apre il vaso di Pandora
Nowak è convinta che esista una posizione equidistante e razionale da cui osservare i conflitti. È il personaggio più puro del film. E proprio per questo diventa il più pericoloso. Quando decide di scoprire la verità sui furti, La sala professori si trasforma quasi in un thriller.
Un thriller senza pistole. Senza serial killer. Senza inseguimenti. Ma con qualcosa di molto più spaventoso: una comunità che smette di fidarsi di sé stessa. Ogni passo avanti verso la verità genera due passi verso il sospetto. Ogni chiarimento produce nuove accuse. Ogni tentativo di mediazione apre una nuova frattura.
La guerriglia educante
La grande intuizione del film è mostrare come il sogno progressista della comunità educante venga lentamente divorato da ciò che dovrebbe contenere. Nowak cerca di tenere insieme tutto: studenti, genitori, colleghi, istituzione, principi.
Ma attorno a lei si accumulano rivendicazioni individuali, interessi di categoria, rancori personali, paure collettive. La comunità educante diventa guerriglia educante. Ognuno difende il proprio territorio. Ognuno reclama il proprio diritto. Ognuno pretende la propria verità. Finché la verità stessa smette di avere importanza.
I ragazzi imitano gli adulti
Il colpo più feroce del film arriva però dagli studenti. Perché non rappresentano un’alternativa morale agli adulti. Li imitano. Perfettamente. Il giornale scolastico diventa un tabloid. La ricerca della verità lascia il posto allo scandalo. Il sensazionalismo conta più dei fatti. Le mezze frasi diventano titoli. Le supposizioni diventano notizie. Le percezioni diventano condanne. Sembra una redazione scolastica. In realtà è Twitter. O Facebook. O una qualsiasi trasmissione pomeridiana che vive di indignazione a gettone. I ragazzi non stanno costruendo un mondo nuovo. Stanno facendo cosplay degli adulti. Ed è questa forse la cosa più deprimente.

Quando arriva lo Stato
Alla fine il magnifico piano di Nowak implode. L’ordine razionale che avrebbe dovuto garantire uguaglianza genera soltanto conflitto. La fiducia collettiva si lacera. La scuola entra in crisi. E quando tutte le mediazioni saltano, quando il dialogo fallisce e la comunità si autodistrugge, resta una sola soluzione. La forza. L’intervento dell’autorità. Lo Stato. Come se il film ci stesse dicendo che ogni sistema fondato esclusivamente sulla buona volontà prima o poi incontra il proprio limite.
Una delle migliori parabole sul presente
La sala professori è un film teso, intelligente e spietato. Un thriller morale travestito da dramma scolastico. Un racconto in cui nessuno è davvero colpevole e proprio per questo tutti finiscono per esserlo un po’. Ma soprattutto è un film che osserva la scuola e vede il mondo. Perché fuori da quei corridoi non c’è nulla di diverso. Ci sono soltanto persone che parlano di democrazia mentre manipolano gli altri, istituzioni che invocano il dialogo mentre preparano sanzioni, giornali che cercano lo scandalo e cittadini che scambiano il sospetto per verità. La sala professori non è una stanza. È internet con le sedie.
****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.
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