Masters of the Universe recensione: He-Man torna dagli anni Ottanta con 200 milioni di dollari e zero vergogna
Cosa succede quando prendi He-Man, Skeletor e i pomeriggi passati sul tappeto del soggiorno negli anni Ottanta e ci investi 200 milioni di dollari? Masters of the Universe prova a rispondere alla domanda.
Ci sono film che cercano disperatamente di convincerti di essere importanti. Poi c’è Masters of the Universe, che entra nella stanza come il ragazzino di dodici anni che nel 1987 aveva appena ricevuto il Castello di Grayskull a Natale e decide di usare il soggiorno come campo di battaglia tra He-Man e Skeletor. Solo che quel ragazzino, stavolta, aveva a disposizione 200 milioni di dollari, Idris Elba, Jared Leto, Morena Baccarin e Alison Brie con la pubertà alle porte, e un reparto effetti speciali grande quanto una piccola nazione europea.
E sapete una cosa? Non sono proprio sicuro che in fondo funzioni tutto. Non è un grande film fantasy. Non rilancia davvero una saga destinata a dominare il box office per il prossimo decennio. Le battute sono per un pubblico di dodicenni, che possono far ridere dei dodicenne e dei 40enni-50enni rimasti ancora a quel Natale del 1987. Ma senza crederci davvero. Ma, del resto, nessuno va a vedere Masters of the Universe per assistere a una riflessione geopolitica sul destino delle monarchie costituzionali di Eternia. Va a vedere He-Man che mena Skeletor.
He-Man rifugiato politico e Skeletor che non molla mai
La trama è talmente assurda da risultare quasi tenera. Esiliato da Eternia e rifugiato politico sulla Terra, il Principe Adam vive una vita apparentemente normale. Apparentemente. Perché continua a ricordare il suo mondo perduto, gli allenamenti con Man-At-Arms, l’amicizia con Teela, i genitori spodestati e soprattutto quella maledetta Spada del Potere smarrita durante la fuga dal suo pianeta. Racconta la sua storia a tutti, anche a una bella donna che incredibilmente ha rimorchiata, anche se lei sembra una che lavora in una posizione apicale in un’azienda di pubbliche relazioni e lui un bambacione nerd che lavora in un negozio di gadget. Nessuno gli crede. Tanto meno la fatalona con decoltè in bella vista. Del resto provate voi a presentarvi a scuola dicendo di essere il legittimo erede di un regno fantasy invaso da uno scheletro stregone con la voce di Jared Leto.
Insomma Adam va in giro a cercare la spada che perse quando precipitò sulla terrà e frequentare corsi di incisività nella divisione risorse umane dove lavora. Poi trova la spada e riesce a tornare a casa. Il problema è che ormai è troppo sensibile per le regole spartane della sua patria e troppo strano per il mondo terrestre. È un disadattato ovunque vada. Un principe fantasy cresciuto abbastanza nel nostro mondo da diventare incompatibile con quello da cui proviene. Come fai a non amarlo?

Il primo He-Man che preferisce un seminario a un consiglio di guerra
Il punto più interessante del film è probabilmente questo. Travis Knight e gli sceneggiatori si chiedono cosa succederebbe se He-Man venisse reinventato nel 2026 senza tradire completamente il mito. La risposta è un Adam che mantiene l’eroismo classico ma lo filtra attraverso la sensibilità contemporanea. Sì, combatte. Sì, impugna la spada. Sì, mena fortissimo. Però è anche il figlio del nostro tempo. Un ragazzo che preferisce ascoltare piuttosto che comandare, che mette il gruppo davanti all’ego personale e che arriva perfino a sostituire l’espressione “consiglio di guerra” con “seminario”. Uno che col cattivo ci vuole parlare per risolvere la situazione. Una scelta che farà venire un leggero mancamento a chi negli anni Ottanta possedeva venti action figure Mattel e considerava Conan il Barbaro un filosofo.
Eppure funziona. È la parte migliore e più divertente del film. Nicholas Galitzine riesce nell’impresa più difficile: rendere credibile sia Adam sia He-Man. Ha l’ingenuità, la bontà quasi disarmante e quella faccia da bravo ragazzo perennemente spaesato che permettono al personaggio di aggiornarsi senza trasformarsi in una parodia.
Battute ridicole, pupazzoni di gomma e una sorprendente coerenza
Gli attori passano due ore a recitare dialoghi che sembrano usciti da una scatola di cereali del 1986. E il bello è che nessuno prova a nasconderlo. L’umorismo è elementare, spesso infantile, a volte persino sciocco. Ma il film fa una scelta molto precisa: accettare la propria natura di residuato bellico della cultura pop anni Ottanta e giocarsela fino in fondo. Ed è anche pieno di autoironia: quindi se proprio non è esattamente un capolavoro, anzi ‘na monnezza, almeno è monnezza intelligente. La sceneggiatura è costantemente autoironica. Sa perfettamente che stiamo guardando una storia costruita attorno a personaggi che nascevano come giocattoli muscolosi pensati per vendere altri giocattoli muscolosi.
Invece di scappare da questa eredità, la abbraccia. I personaggi sembrano spesso giganteschi pupazzoni di gomma lanciati dentro una campagna di Dungeons & Dragons scritta da un bambino sotto l’effetto combinato di Conan il Barbaro, Star Wars e una maratona di wrestling anni Ottanta. È una frivola idiozia. Ma è una frivola idiozia perfettamente consapevole di esserlo.

Un cast che si diverte più del pubblico
Nicholas Galitzine regge sulle spalle gran parte del film e ne esce vincitore. Attorno a lui c’è un cast che sembra essersi presentato sul set con l’unica indicazione di divertirsi. Idris Elba interpreta un Man-At-Arms tormentato dal PTSD con una serietà quasi commovente.
Morena Baccarin continua la sua missione personale di ricordare all’umanità quanto sia ingiusto il passare del tempo e porta sullo schermo una Sorceress/Maga carismatica e autorevole. Alison Brie si diverte nei panni di Evil-Lyn. E poi c’è Jared Leto.
Dopo il Joker che ha diviso il pianeta in fazioni più delle elezioni americane, eccolo tentare nuovamente la scalata al monte del villain iconico. Il suo Skeletor è sopra le righe, teatrale, minaccioso il giusto e soprattutto supportato da un design visivo eccellente.

Travis Knight sa vendere sogni. E anche merchandising
Bisogna riconoscere un merito enorme a Travis Knight. Viene dal mondo dei giocattoli, dell’animazione e degli adattamenti impossibili. Dopo Bumblebee aveva già dimostrato di sapere come trasformare proprietà intellettuali nate per vendere plastica in intrattenimento dignitoso. Qui si conferma onesto mestierante.
Visivamente Masters of the Universe non delude. La computer grafica cartoonesca convive con costumi, trucco e scenografie che sembrano progettati da qualcuno che ha passato l’infanzia sfogliando cataloghi Mattel. È tutto finto, un giocattolone di un bambino, forse almeno nel gioco della fantasia accetti le sbavature.
Ogni inquadratura valorizza il merchandising come una pubblicità da duecento milioni di dollari. E lo dico come complimento. Perché Eternia è colorata, brillante, artificiale, camp e rumorosa. Esattamente come la ricordavamo.

Per il potere di Grayskull e della nostalgia
Il problema di Masters of the Universe è che probabilmente non riesce a costruire fondamenta abbastanza solide per una nuova grande saga fantasy. Il pregio di Masters of the Universe è che probabilmente non gliene importa nemmeno troppo. Se l’obiettivo era riportare in vita l’energia di quei pomeriggi in cui facevamo combattere pupazzi di plastica sul tappeto del salotto inventando trame improbabili, allora Travis Knight ha centrato il bersaglio con la precisione di un colpo di spada del Potere. Sembra il pomeriggio di giochi di un ragazzino degli anni Ottanta. Solo che quel ragazzino aveva 200 milioni di dollari.
** Ragazzi, state commettendo un grosso sbaglio.
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