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#RomaFF12 – Hostiles, recensione, trama e cast: Soldato blu sull’orlo di una crisi di nervi 

hostiles scott cooper christian bale

Tempo di lettura: 2’27’’

New Mexico, 1892. In una romantica e amena casa nella prateria, una mamma insegna grammatica alle sue bambine. Nella culla dorme un neonato. Insomma, mamma e papà ci hanno dato dentro, del resto, nella prateria non c’è un cazzo da fare e la famiglia Ingalls insegna. Il capo famiglia sega tronchi per sublimare la carica sessuale e finire di costruire la casa o una stalla o un piccolo bunker sotterraneo per le torture. In cima alla collina appaiono delle ombre: la più classica delle scene western, i Comanche si preparano ad attaccare. L’allegra famigliola nella prateria tenta la fuga, purtroppo non servirà: dopo appena tre minuti vedremo le cervella di uomo esposte al sole della prateria e tre bambini assassinati; la madre (Rosamund Pike) riesce a fuggire a un destino senz’altro peggiore nascondendosi sotto una roccia.

Il capitano Blocker (Christian Bale) combatte da oltre vent’anni una guerra strappando ai nativi americani la terra che hanno abitato per secoli. Ha commesso ogni genere di crimine perché il suo governo gli ha ordinato di essere spietato tanto quanto il suo nemico, ha perso commilitoni e amici e sembra ricordare, uno per uno, il nome, il volto e il modo in cui sono stati massacrati. Un sacco di terabyte di memoria che pesano sulla sua capoccia e il suo cuore. Così piagne.

Gli indiani sono stati cacciati, uccisi, imprigionati o rinchiusi nelle riserve e ora che la guerra sembra vinta, sotto la spinta sempre più forte dell’opinione pubblica, il governo vuole mostrare clemenza. Il capitano Blocker deve scortare il capo Cheyenne Aquila Gialla nella terra dei suoi antenati dove morirà. Dovrà proteggere il nemico che disprezza da ogni tipo di pericolo che possano incontrare lungo la strada, anche dalla sua furia e dal desiderio di vendetta.

Inizia così il viaggio di Hostiles, un percorso dentro la natura monumentale che ha sempre fatto parte della tradizione western, un racconto che si snoda dentro tutte le cose che un uomo può perdere e guadagnare liberandosi dell’odio sordo e cieco in cui è stato avvolto per decenni.

I soldati blu di Scott Cooper combattono nel cuore del nascente impero americano e compiono una parabola verso la comprensione del nemico da cui sono separati dai reciproci massacri. Lo stesso Blocker ne uscirà “spogliato” dei suoi pregiudizi, “scalpato” dalle incomprensioni e disidratato dalle lacrime versate. Piangono tanto i cavalieri assassini di Cooper, si inteneriscono per un orsacchiotto mentre scalpano nemici, aprono dalla gola all’ombelico i cattivi, dicono addio (in lacrime) a un commilitone ferito, curano le ferite psicologiche di una donzella che ha perso tutto, si preoccupano che in fondo la giustizia trionfi in un mondo in cui di selvaggio non c’è solo la Natura, ma anche le lacrime scomposte versate nel deserto. Insomma, manco i soldati blu so’ tosti come quelli di una volta.

Di rilievo le interpretazioni: Christian Bale è pura roccia, coperto di polvere e scolpito dal dolore, in cui ogni grugnito esprime più di mille parole. Rosamund Pike strappalacrime: alla sua Rosalie che ha perso marito e tre figli spetta il compito di attraversare per prima la distanza che separa dal nemico. La regia di Cooper come sempre si prende il suo tempo per lasciar vivere ogni momento e, sebbene il film sembri prendere le parti del capire ad ogni costo le ragioni del “nemico (quello di ieri ma soprattutto quello di oggi), le opinioni “progressiste” sono messe in bocca a un giornalista viscido e mezzo ubriacone e alla moglie petulante di un capo reggimento dell’esercito yankee. Come dire “lallero”.

forrst gump**** La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare

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