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Arrival

arrival di denis villeneuveArrival di Denis Villeneuve con Amy Adams e Jeremy Renner potrebbe essere uno dei film più significativi degli ultimi 23 anni.

23? Perché 23?

Dodici astronavi arrivano sul pianeta Terra. Nel momento più importante nella storia del genere umano si presenta subito un enorme problema: come comunicare con le superiori entità aliene? ‘Sti tizi so’ superiori, hanno attraversato l’universo e non si sono nemmeno presi la briga di portare un vocabolario tascabile per ordinare al bar oppure rimorchiare terrestri bone. Una roba che sa pensare anche un subumano che crede alle bufale su internet. Infatti, i subumani hanno mandato Amy Adams ad accogliere gli alieni. Deve essere stato un problema grosso per i superiori calamaroni giganti sbarcati illegalmente sul pianeta Terra comunicare con Amy Adams. Migranti che vengono a rubare il nostro lavoro e le nostre donne. E a imporre i loro costumi.

Arrival è la storia del primo contatto con gli alieni, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo in salsa XXI secolo, che nella poetica di Villeneuve diventano una categoria del pensiero e dell’emozione. Arrival è l’esperienza cinematografica del nostro tempo non solo visivamente, ma dal punto di vista emotivo. È un film che emoziona e strappa il cuore, è come se Malick facesse fantascienza coniugandola con il rigore formale di Kubrick o Nolan.

Arrival snocciola le nostre difficoltà nel comprenderci e toccarci, le nostre ansie per il futuro, i nostri dolori, le nostre gioie, la paura della Cina e degli altri e le gioca insieme, come se dovessimo prendere la nostra vita tutta in un istante e disegnarla come se fosse eterna, ma dentro un battito di ciglia che racconta cosa siamo e dove stiamo andando.

Se c’è un riferimento è sicuramente Interstellar, ma Villeneuve ha compreso la lezione di Nolan ma decide di giocarsela tutta sul piano della semplicità, dell’umiltà, della vulnerabilità: tutti i momenti familiari di Amy Adams sono raccontati con profonda  fragilità e partecipazione del narratore e dentro, nascosta, c’è anche un po’ di felicità. Non c’è il tesseratto multidimensionale, ma solo la vastità del tempo, lo spazio e del nostro cuore da riempire, dove tutto si incontra e infine si concilia.

Già al minuto 25 vi verrà voglia di alzarvi in piedi e applaudire e non perché Amy Adams ha fatto uscire le tette. Il momento del contatto con la prima squadra amerigana che entra nell’astronave aliena è una roba che coniuga gli astronauti di Kubrick che nuotano in assenza di gravità con l’azione senza peso e impossibile di Nolan, ma immaginata come andare a ritroso verso il grembo materno, come muoversi in un’altra dimensione, ciò anche grazie alla fotografia di Bradford Young che sostituisce Roger Deakins con cui Villeneuve aveva precedentemente fatto furore. Avete presente i soldati al tramonto di Sicario? Una roba enorme ma Young al cospetto non è certo il nanetto di Biancaneve: date un’occhiata a 1981 indagine a New York per capirlo (tra l’altro Young sarà direttore della fotografia anche del film su Han Solo, ma penso che sarà tutta un’altra storia). Per la prima volta al lavoro con un film ambientato nei giorni nostri, Young ha creato un’atmosfera che non si confa a un film di fantascienza, eterea e comune, come se fosse un dramma da interno, utilizzando diverse lenti per diversi momenti creando una composizione che parlasse al nostro cuore e non solo agli occhi e e non raccontasse precisione di teorie spazio temporali, ma piegasse il tempo.

Menzione speciale per la colonna sonora di Johansson che si conferma una delle cose più belle per il cinema da quando riuscirono ad aggiungere la musica durante la proiezione di un film.

Serve un poeta per raccontarlo disse Jodie Foster in Contact ed è lo stesso che scrivo io. Arrival è come aver visto gli alieni, una roba che per un film di fantascienza non è mica male.

 american beauty pagelle voti stelle film***** A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla…

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