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This Must Be the Place di Paolo Sorrentino – Did I find you, or you find me?

placeHome is where I want to be
Pick me up and turn me round
I feel numb – burn with a weak heart
(so I) guess I must be having fun
The less we say about it the better
Make it up as we go along
Feet on the ground
Head in the sky
It’s ok I know nothing’s wrong nothing

this must be the placeDevo ammettere che l’idea di un film su una rockstar in pensione che va a caccia di criminali nazisti mi aveva un po’ irritato. Diciamo che ci sta come i cavoli a merenda. Poi, a dover essere proprio sinceri, volendoci dire proprio tutto, anche le pulsioni interiori più profonde, i film sull’Olocausto mi hanno un po’ rotto il cazzo. Ecco, l’ho detto. Però è vero che mi hanno rotto il cazzo anche i film sulla necessità di crescere quindi insomma, capite che è un giudizio estetico? Non mi riempite i commenti di minacce, grazie.

Però mi ha sostenuto la fiducia in Paolo Sorrentino e in quel grande attore che è Sean Penn. Così ho visto This must be the place. La lenta macchina del racconto si inceppa a tratti – è bello tacere certe cose per lasciare un alone magico ma forse è anche meglio spiegarle – però a me sembra che ci troviamo di fronte a un gran film.

Sorrentino divide sostanzialmente in due la sua narrazione: nella prima parte ci introduce nel mondo di Cheyenne, la sua vita noiosa e ripetitiva, il paradosso di un look da rockettaro trasgressivo e drogato dentro una vita omologata e borghese, anche piccolo borghese, con la spesa al supermercato per comprare una pizza vegetariana marca Valsoia, fedele alla moglie dopo 35 anni di matrimonio, appassionato di ping pong, una casa disegnata da un architetto di grido che scrive a caratteri cubitali “Cucina” nella cucina, gli investimenti, con successo, in Borsa. Il paradosso, come scritto, crea anche un clima quasi da commedia e i momenti di ilarità non mancano, come non mancano gli spunti letterari in una figura di uomo con evidenti paradigmi legati alla realtà (il look di Cheyenne è tale e quale a quello di Robert Smith dei Cure, come lo stesso Sorrentino ha ammesso, il nome è ispirato da Siouxsie and the Banshees e quando qualcuno gli domanda perchè non ha figli risponde “C’è il rischio che venga fuori una stilista strampalata”, quasi un verso a Paul McCartney). Il personaggio di Sean Penn conquista non solo per la solita precisa interpretazione dell’americano, ma per la sua inadeguatezza a un mondo che è cambiato da quando lui, dopo la morte di due fans di cui si sente responsabile, è uscito dalle scene. Fermo ormai al 1988 e con il fisico minato dagli stravizi di gioventù, si trova di fronte un mondo che va a mille e dove perfino i vecchietti 79enni sembrano più in forma di lui, scoprendo presto che anche chi dà la caccia ai criminali nazisti segue le regole dello show business: prendi il pezzo grosso per avere i titoloni sui giornali.

Dopo averci fatto conoscere questo personaggi, con i suoi amici e i suoi interessi, lo catapulta in un’avventura: il padre, con cui non parlava ormai da 30 anni, muore. Tornato a casa in America, scopre che il genitore era ossessionato dal trovare un ufficiale nazista che lo umiliò nel campo di concentramento di Auschwitz. Cheyenne decide di continuare la ricerca del padre. Il film diventa un on the road movie in cui finiscono tante cose: la ricerca di se stessi, l’America profonda e già vista con la gente piena di tatuaggi, i matti che presidiano il quartiere vestiti da Batman, le pompe di benzina (ma quanto piacciono a Sorrentino le pompe… di benzina?), la musica e i motel. Luoghi, sensazioni, panorami. Un racconto per immagini mentre il personaggio segue un percorso emotivo: non si mette a frugare nei bidoni della spazzatura per cercare l’indirizzo del nazista, ma entra nelle vite dei suoi familiari per carpirne la fiducia e strappare delle informazioni. E sempre per picchi emotivi ci muoviamo, con il facile trasporto dell’Olocausto (ho apprezzato però che Cheyenne/Penn si alzi durante la carrellata di immagini dei campi di concentramento), il momento commuovente della canzone con il bambino (anche qui una botta di furbizia?), il SUV in autocombustione, fino a raggiungere il proprio obiettivo, in una terra che sembra fuori dal mondo, passando dall’autunno giallo dello Utah a una immensa distesa di ghiaccio in cui il nazista si nasconde. Raggiungendolo nell’inverno dei nostri cuori, qui accade qualcosa che non svelo ma che è un altro dei motivi per cui innamorarsi di questo film. Quando capisci a un certo punto che una canzone può essere una potente ispirazione, perchè tutti alla fine cercano solo un posto da chiamare casa.

Home – is where I want to be
But I guess I’m already there
I come home – -she lifted up her wings
Guess that this must be the place
I can’t tell one from another
Did I find you, or you find me?
There was a time before we were born
If someone asks, this where I’ll be where I’ll be

La citazione
Passiamo facilmente dall’età in cui diciamo “Farò così” a quella in cui diciamo “È andata così”. (Cheyenne)

4 buonoforrst gump

****
La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare

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