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Frost/Nixon – Il duello ma parliamo di Rebecca Hall

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frost nixonL’endorsement di questo blog è: Rebecca Hall è una gran gnocca. É il caso di dirlo apertamente, senza “se” e senza “ma”. Se Vicky Cristina Barcellona aveva visto nascere in noi il dubbio – scolpendola nel nostro cuore malgrado la contemporanea presenza sullo schermo della Johansson e della Cruz – è Frost/Nixon a regalare la certezza. Un’attrice che non ha paura di girare due ore rifiutando stoicamente il reggiseno, evidentemente incapace di allacciarlo, lasciando le proprie protuberanze mammarie al vento, alle intemperie, alla mercè della bava di Nixon (Frank Langella) e del sorriso mellifluo di Frost (Michael Sheen). Tra i due mostri sacri è la stella della Hall a brillare. Sfila davanti ai nostri occhi, ogni movimento è seducente ed anche un ginocchio scoperto suscita sconcerto e sconvolge quanto abbiamo imparato sul fascino femminile al cinema.

Ecco quindi il primo merito del film di Ron Howard, seguito, poi, da molti altri. È un sublime ritratto psicologico di un uomo, un potente caduto, sulle cui gambe cammina la filosofia e la forza che lo tiene in vita come animale politico: la ferma convinzione nello scontro, la battaglia, dialettica e ideale quale unica strada per il progresso personale e collettivo. Il Nixon di Langella e Howard è un essere indomito, convinto della propria politica ma conscio, in fondo all’animo, di aver sbagliato, di essere molto odiato e timoroso di non essere all’altezza. Ecco da dove arriva l’abuso di potere: dalla paura di non piacere e dalla convinzione della necessità ultima del ricatto.

Nessun grande personaggio è tale se dall’altra parte non c’è un alter ego alla sua altezza: Michael Sheen conferma di essere uno dei più interessanti esponenti della nuova generazione. Il suo Frost è sorridente, vanesio, donnaiolo, effimero, un uomo che vive di feste e di sponsor ma che non esita a tirare fuori gli artigli quando il gioco si fa duro.

Frost/Nixon si specchia nei dettagli: i gesti, il sudore, i particolari che danno il respiro e l’anima di un film. Forse la scelta stilistica del mockunentary è discontinua e non del tutto convincente, soprattutto nel mescolare le interviste con stile documetaristico, quasi da indagine televisiva, alla parte ‘fiction’ in cui Ron Howard sceglie di rimpiazzare l’occhio indagatore con quello meno disincantato del pubblico. ma dove effettivamente riesca a costruire il film è nel caratterizzare il duello: le schermaglie verbali, il sottile gioco di potere psicologico dell’intervista, il sudore, la paura, la sconfitta sui volti dei personaggi.

3 buonowoody*** È stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere
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