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Le migliori frasi e citazioni di The Handmaid’s Tale, seconda stagione – L’America al tg delle 20, in streaming

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Tempo di lettura: 4’21’’

L’ultima cosa che vorrei vedere è The Handmaid’s Tale girare nella ruota come un criceto, alternando immagini forti prese dalla nostra quotidianità all’insolubile teorema di come tirarla per le lunghe tenendo June (Elizabeth Moss) prigioniera a Gilead, struggendosi per fuggire e raggiungere la salvezza, ma non poterla afferrare perché significherebbe la fine. Ovvero: come praticare l’eutanasia alla serie più urgente e necessaria della televisione prima che diventi un’altra edizione di un telegiornale in tempo di crisi di valori?

Intorno alla metafora della dittatura teocratica di Gilead, la schiavitù di June e delle donne si muovono dubbi, paure e ansie delle nostre democrazie, strette tra tentazioni autoritarie e, quel che è peggio, voglia di ritorni al passato. La chiusura della stagione 2 (SPOILER se ancora non l’avete vista) ci consegna una June/Difred dilaniata tra passato e futuro, di fronte a un suv che rappresenta la libertà e abbandonare Hannah oppure rinunciare alla fuga nella speranza del ricongiungimento. 

La prima stagione aveva esaurito il libro di Margaret Atwood, da cui è tratta e, sebbene la scrittrice sia una consulente dello show, Bruce Miller e il suo team si muovono in un terreno vergine. Qual è il loro obiettivo? Rovesciare Gilead? Lasciar fuggire June? O coinvolgerci in una sorta di The Walking Dead in cui i personaggi si muovono in una situazione senza via di uscita, parlando, parlando, parlando, mentre intorno a loro zombie fanno da corredo a considerazioni ormai smunte? 

Al di là dei legittimi dubbi, la seconda stagione è forte ed evocativa, allarga i confini della storia, parla al nostro tempo riesumando fantasmi del passato e alcuni personaggi chiave hanno preso coscienza. 

La stagione 2 riprende con June/Difred in fuga. I luoghi che attraversa sprigionano tutta la loro potenza e hanno parlato direttamente alle nostre ansie: il toccante tour della sede del Boston Globe (quello de Il caso Spotlight) le cui le ferite ancora sanguinanti e sanguinose hanno raccontato la brutale repressione di giornalisti e media liberi; la tesa scena al Fenway Park, stadio trasformato da palcoscenico per partite di baseball e concerti rock in tetra scenografia da una dittatura latinoamericana, sequenze di una intensità capace di attutire i sensi e lasciare un senso di assoluta impotenza, la stessa di June/Difred legata e con il volto stretto in una museruola, la telecamera stretta su di lei che la guarda dall’alto dalla prospettiva del cappio mentre la sentenza viene pronunciata, un’immagine che rischia di alimentare il vostro sonno travagliato per mesi. 

The Handmaid's Tale s2e1

La geografia di The Handmaid’s Tale si è allargata. I coniugi Waterford sono spediti in missione diplomatica a Toronto, in un Canada che, dopo gli strali satirici del passato (ricordate Blame Canada?), è diventata terra di libertà e dimora dei coraggiosi rifugiati dagli ex Stati Uniti. Qui avviene il teso confronto tra il Comandante Waterford e il marito di June (a proposito, da quando non deve stuprare più l’ancella, la media dell’interpretazione di Joseph Fiennes è tornato alla consueta mediocrità); nel racconto delle vicende di Emily (dimenticate Alexis Bledel di Una Mamma per amica) scopriamo le Colonie, spedita a spalare rifiuti tossici e poi tornata ancella dopo l’attentato che ne ha uccise a decine durante l’inaugurazione del centro a loro dedicato. Sì, perché a Gilead sussurra la resistenza lungo le linee di contatto rappresentate dalla rete della Marte oppure membri dell’establishment che si stanno rendendo conto dell’orrore. 

Proprio Serena Waterford (Yvonne Strahovski) ne è la rappresentante più convincente. The Handmaid’s Tale è pur sempre un racconto con una sola soggettiva, quella di June, Serena vive a stretto contatto con la protagonista: questa vicinanza è una potenza capace di indurre un cambiamento. Abbiamo imparato a conoscere la donna che ha sacrificato la sua vita per un progetto politico che recuperasse un determinato ruolo alle donne. Serena ha creduto in esso e per esso ha sacrificato “la carriera”, accettando di restare al fianco di un uomo di potere per supportare e vivere secondo quelli che lei considerava i dettami di Dio. Poi, ha assaporato la possibilità di incidere direttamente in quel processo politico e la vita dei cittadini. Diciamo che la sua storia è incredibile, quasi mitologica, un po’ come le donne che votano Trump o i meridionali la Lega o i gay che sostengono i Repubblicani. La seconda stagione vive prepotentemente nel conflitto tra lei e June/Difred, la donna che porta in grembo la sua bambina, ma che rappresenta il suo opposto: donna in carriera, non accetta la nuova realtà. E se le punizioni fisiche inflittele dal marito non spezzano, ma forse fiaccano la sua fedeltà ideologica, la goccia che fa traboccare il suo vaso è la comprensione, indotta dalla triste storia di Eden, che, secondo le leggi che regolano lo stato teocratico, sua figlia non potrà mai leggere la parola di Dio, non potrà avere un’istruzione, in una parola, non avrà mai la possibilità che a Serena era stata data: la scelta. Ecco la sua ribellione, ecco il suo atto d’accusa, ecco il suo cambiamento. Come il comandante Lawrence (Bradley Whitford), uno dei leader di Gilead che, sotto la maschera dell’ortodossia, nasconde la comprensione del suo errore e la volontà di porre rimedio. 

Luce che filtra dietro la cortina di ferro, come spesso accade nelle stanze o i corridoio, sempre nell’oscurità ma, qua e là, nelle crepe filtrano i raggi di sole e con essi la speranza. Questa è un’altra delle cifre stilistiche della seconda stagione di The Handmaid’s Tale. Il tenue filo di speranza è tessuto nella totale compressione dei sentimenti, nel nascondersi, nella diffidenza. Poi, qua e là, l’esplosione come tra Eden e il suo amante, giustiziato in un altro dei luoghi strappati alla nostra quotidianità e gettati nell’incubo: una piscina. 

Le migliori frasi e citazioni di The Handmaid’s Tale 2

2×1 June

Esistono due tipi di libertà: la libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia c’era la libertà di. Oggi c’è la libertà da. 

2×3 Bagaglio

Crescerò mia figlia femminista, così non dovrà mai aspettare che un uomo la salvi

2×4 Altre donne

Una volta ho sentito alla radio una storia su delle palle per maiali. Per i maiali tenuti all’ingrasso dentro ai recinti. I maiali facevano rotolare le palle con il muso. Secondo gli allevatori serviva a migliorare il loro tono muscolare. I maiali ne erano incuriositi. Erano felici di avere qualcosa a cui pensare. Le cavie si provocano l’elettroshock per avere qualcosa da fare. Ci sono 71 fiori sul copriletto. 71. Vorrei avere una palla per maiali. 

June partorirà in questa stanza, June verrà giustiziata. Difred ha un’opportunità. 

Ci è stato mandato bel tempo.

2×8 Il lavoro delle donne

Janine: Ciao!
June: Sia benedetto il frutto.
Janine: Che la Forza sia con te.

2×10 L’ultima cerimonia

Penso che in questo posto, devi prendere l’amore ovunque tu possa trovarlo.

2×11 Holly 

Serena Joy: La gestirai come hai gestito tutto questo? Ci metteranno al muro!
Fred: Sì, forse ci impiccheranno l’uno di fianco all’altro. La mia solita maledetta fortuna.

2×12 Postpartum

Capisci qual è il problema? Come pensano che io possa motivare gli impiegati se non posso far leva sul salario? 

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