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BlacKkKlansman: c’è poco da ridere, siamo nella merda – la recensione che non aspettavate

Blackkklansman locandina manifesto italianoTempo di lettura: 4’

C’è lo sketch in Bianco, Rosso e Verdone, quando Mimmo e la nonna Teresa si fermano in un cimitero a cercare una tomba e il ragazzo chiede a un visitatore se conosce una tomba con un cognome del tipo “Sorride, rise, risata, come me viene da ride” e il tizio in risposta “sccccc c’è poco da ridere” e lo accompagna a uscire col gesto della mano. Lo ricordate? È quello che mi viene da pensare guardando il trailer di BlacKkKlansman che mette in macchietta i temi del film sulle questioni razziali inducendo i commenti su quanto sia divertente il film di Spike Lee. 

E invece, BlacKkKlansman non fa ridere per niente e il magnamose li tramezzini mentre pianifichiamo un attentato dinamitardo, il cameriere di colore che scuote la testa perché lo hanno mandato a portare i vassoi a un convegno del Ku Klux Klan, le chiacchierate intorno al biliardo insultando neri ed ebrei tracannando birra, le battute stupide su donne-politica-guerra di chi sembra avere un cromosoma in meno eppure ha il diritto di voto, gli scherzi telefonici a un leader suprematista con le risatine dei colleghi in sottofondo, le proiezioni di Nascita di una nazione con la ola e il pubblico chiassoso come trovi a Roma sud o a qualche multisala sperduta chissà dove, sono tutti momenti leggeri che la pioggia si porta via, lasciando il lerciume delle anime e i mille nodi irrisolti che paghiamo e scontiamo ancora oggi. BlacKkKlansman non fa ridere perché racconta una storia vera, impregnata di errori e pregiudizi e stupidità come quasi tutte le umane vicende. È Spike Lee, che torna con il suo cinema di critica sociale. È Spike Lee che, dicono, “dà uno schiaffo a Trump” oppure è Spike Lee che gira “il primo film apertamente anti-Trump”. Quel che è certo è che Blackkklansman affonda le mani negli anni Settanta per inscenare un racconto che punta il dito verso il nostro tempo. E probabilmente è un dito medio.

BlacKkKlansman

Ron Stallworth (John David Washington, figlio di Denzel, nipote di Pdor e pronipote di Kmer, e daje con la critica del malcostume di assumere qualcuno perché possiede un cognome importante che i giornalisti ce vanno a nozze e quelli del marketing ce se fanno le pippette, bravo Spike, falli neri…ops scusate) è il primo agente afro-americano del Dipartimento di Polizia di Colorado Springs. L’inizio non è facile e deve confrontarsi con l’ostilità di alcuni colleghi e la diffidenza dei superiori. Dopo essere stato mandato sotto copertura ad assistere a un comizio del black panther Stokey Carmichael, forse per adesione ai discorsi sull’identità afroamericana dell’uomo politico o forse per reazione all’indifferenza della polizia verso chi propagandava odio nella comunità dei bianchi d’America, decide di indagare le attività del Ku Klux Klan. Dopo un paio di contatti telefonici con il leader del KKK di Colorado Springs, è chiaro a tutti che i suprematisti bianchi razzisti e ammazzaneri del KKK potrebbero notare che Ron è di colore malgrado siano stupidi col botto e così ecco Flip Zimmermann (Adam Driver), agente di origine ebraica, che inizia il suo viaggio dentro l’odio della piccola America e i piccoli uomini di provincia e i loro piani criminosi. 

Prendendo spunto da Maestri come Kubrick (Dottor Stranamore), Lumet (Quinto Potere), Kazan (Un volto nella folla) e Wilder (Stalag 17), dialogando con Via col vento e Nascita di una nazione, Lee brucia le battute lasciandone il fumo nero e l’odore acre a riempire occhi e naso. Un po’ di ironia, un po’ Tarantino (a proposito, in Blackkklansman pronunciano 29 volte la parola “nigger”, ma non ti dava fastidio Spike?), un po’ di azione, un po’ affabulatorio e potentemente drammatico, BlacKkKlansman è un film duro, violento, spietato, ma che, soprattutto, trova nei turbolenti anni Settanta i semi di un odio che germina tuttora. Perché questa è una storia stupidamente vera, raccontata da un testimone oculare (dialogando qui con Harry Belafonte che a sua volta nel film è testimone oculare di qualcosa di orribile, lui protagonista per davvero delle lotte per i diritti civili degli anni Sessanta) e, non a caso, l’America First (“Prima l’America”), slogan di Donald Trump alle elezioni presidenziali, era lo stesso del Ku Klux Klan di quel periodo. Anche questa è una stupida storia vera. 

Così, mentre abbiamo negli occhi gli stolti che saltano in aria mentre cercano di piazzare una bomba in una casa durante un raduno di persone di colore, altri stupidi dell’anno 2017 sono protagonisti dei gravi incidenti razziali di Charlottsville dello scorso anno con cui Spike Lee chiude il suo racconto. 

Ci sono diversi aspetti che si sedimentano tra una scena e l’altra e inducono alla riflessione. La considerazione che essere neri o ebrei o appartenere a qualche altra comunità sia un comportamento: i razzisti di Colorado Springs sono convinti di poter riconoscere una persona di colore dal loro modo di fare o la conversazione, così tanto da indurre l’amato Flip (uno spento Adam Driver) a concludere sul suo essere ebreo: «Non ci avevo pensato molto prima e ora ci penso continuamente»; spogliate dagli orpelli e la polemica quotidiana e la dialettica e l’odio e l’amore che ci trasciniamo sempre con noi, le dinamiche sociali e politiche appaiono sempre più rispondenti alla terza legge di Newton – che per come vedo io la vita, l’amore e anche le vacche, è la legge fondamentale della vita: «Ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria». Così comprendi che Trump è una reazione a Obama, e Obama stesso è una reazione a qualcosa, così tornando indietro fino al Big Bang e oggi, e andando avanti così, tra botte e risposte, forse qualcosa di giusto la combineremo, come un ebreo e un ragazzo di colore coi capelli troppo cotonati che mettono in galera dei coglioni assassini. 

forrst gump**** La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare

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Un pensiero riguardo “BlacKkKlansman: c’è poco da ridere, siamo nella merda – la recensione che non aspettavate Lascia un commento

  1. Ma quanto è stata figa l’ultima telefonata tra David Duke e il vero Don Stallworth? Nel cinema in cui l’ho visto Blakkklansman si è preso l’applauso a fine proiezione, e secondo me buona parte del merito è proprio di quella spassosissima scena! 🙂

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