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Westworld vs Il Trono di Spade: narrazione, metafora e allegoria

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Alla base dell’impianto di Westworld c’è una forte metafora sulla narrazione. I visitatori umani del parco si immergono in una miriade di storie alimentate dagli hosts con i loro personaggi al fine di vivere avventure spericolate. Ogni storia non si può che concludere con il trionfo del “protagonista” ovvero l’essere umano in vacanza, perché i robot non possono ferirlo in nessun modo. L’escapismo è la strada verso la ricerca di trasgressione o lo sfogo della propria aggressività repressa, ma William/Il Cavaliere Nero (Ed Harris) e il compagno nella sua prima esperienza, Logan (l’uomo che si tocca sempre il pacco Ben Barnes), sottolineano come la realtà “aumentata” di Delos aiuti a trovare il proprio vero e autentico “io” portandoti all’estremo dove tirar fuori ogni risorsa e aandare oltre le proprie possibilità, migliorandosi, conoscendosi. Ma l’escapismo (o la sua critica) non è l’unica “storia” presente dentro Westworld.

Le persone scelgono le letture sulle cose che vogliono di più e di cui hanno meno esperienza. (Robert Ford)

Qualsiasi storia, romanzo o racconto che valga davvero il tempo impiegato per leggerlo echeggia profondamente nella nostra anima, rivelando qualcosa di noi stessi. Un libro può cambiare il modo di guardare a se stessi e alla propria esistenza, mostrando la materia di cui sono fatti i sogni e come realizzarli. La narrazione è anche lo strumento con cui Robert Ford (Anthony Hopkins) e Arnold (Jeffrey Wright) cercano di sviluppare le potenzialità dei robot e proprio grazie alla narrazione, a storie che si sviluppano attraverso cicli ben definiti dentro cui il robot può progressivamente apprendere, ricordare, sbagliare, ripetere e migliorare, gli androidi possono sviluppare una coscienza sempre più vicina a essere definita “umana”. Le storie di Teddy, Maeve e Dolores li hanno portati al centro del “loro” labirinto, al cuore dell’autopercezione di sé e lo sviluppo del libero arbitrio.

Hai detto che le persone vengono qui per cambiare le loro vite. Io ne voglio una in cui non sono più una ragazza indifesa. (Dolores)

In questo “racconto”, la serie ideata da Jonathan Nolan e LIsa Joy può rappresentare una sorta di allegoria de Il Trono di Spade, la serie HBO dal successo planetario e l’enorme eco mediatico. In Westworld, Ford ha creato un circuito chiuso in cui fa muovere i suoi personaggi attraverso cicli di morte e resurrezione, un universo in cui, dal magma primordiale, emergono due donne, Maeve (Thandie Newton) e Dolores (Evan Rachel Wood). Anche Il Trono di Spade è un mondo a parte, un circuito chiuso in cui elementi opposti sono messi a contatto per scatenare una reazione, “un parco” con draghi, magia, uomini e altre creature da cui apparentemente stanno emergendo come dominus due donne, Cersei e Daenerys. Promosso generale dei Confederados, Logan indossa una spilla molto simile a quella portata dalla Mano del Re di Westeros. Il season finale di Westworld rappresenta una sorta di Red Wedding a firma Jonathan Nolan e Lisa Joy, un massacro in cui uccidere il proprio deus ex machina, il proprio “Ned Stark”, Robert Ford. Un finale che sembra suggerire a George R.R. Martin di fare in fretta a chiudere la sua narrazione e “liberare” gli amatissimi Jon Snow, Daenerys, Tyrion e Jaime Lannister, un po’ come Robert Ford fa con i suoi host prima di farne la fine. Soprattutto, la potenza della narrazione di Westworld, la sua “finzione”, la bugia di un parco giochi che nasconde il fine ultimo di creare una nuova forma di vita, rivela la natura stessa del gioco dei troni de Il Trono di spade, una lotta perenne per il potere dietro cui si nasconde un percorso di automiglioramento e presa di coscienza di come un mondo e un’umanità diversa – e migliore – sono possibili: liberare schiavi, distruggere i padroni, spezzare le catene, porre fine a massacri ingiustificati e garantire l’autodeterminazione dei popoli di Westeros (vedi alleanza Targaryen-Greyjoy).

Parte del successo della saga letteraria e televisiva di Martin risiede nella totale imprevedibilità del destino dei personaggi: nessuno è al sicuro. I robot di Westworld erano destinati a soccombere per mano dei “protagonisti”, gli esseri umani ma passano attraverso un atto cruciale, un “tributo di sangue”: uccidere l’uomo, il protagonista di tutte le loro infinite storie, per essere liberi. Come Martin nei libri e Benioff e Weiss in televisione, anche Nolan e Joy uccidono il loro protagonista al termine della prima stagione: nessuno è “troppo” protagonista per essere ucciso, narrativamente parlando è un mondo davvero libero, niente è prevedibile, niente è predeterminato.

Sono morta un milione di volte. Cazzo, sono brava in quello. Quante volte sei morto tu? (Maeve)

Cinque stagioni dopo la sua morte, i valori di Eddard Stark pervadono ancora il “gioco” del Trono di Spade, attraverso suo “figlio” Jon Snow che punta a diventare il signore di Westeros, malgrado il suo essere un eroe riluttante fortemente legato al senso del dovere; in Westworld, il codice madre degli hosts è l’eredità spirituale ed economica di Robert Ford, destinata a programmare e forgiare il futuro di Delos. Come gli androidi devono essere liberati, anche l’obiettivo di Jon, Daenerys è la “liberazione” degli spiriti e delle anime, come la Madre dei Draghi e Spezzatrice di Catene sta facendo da sei stagioni.

Di allegoria in metafora, lo stesso George R.R. Martin ha dichiarato che la serie di Nolan e Joy è il suo show preferito e che gli piacerebbe vedere un parco a tema Il Trono di Spade dentro Westworld. Se non è un segno questo…

Il messaggio è che il dono divino non proviene da un potere superiore, ma dalla nostra mente. (Robert Ford)

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