Weapons: horror, commedia, disastro. In quest’ordine
Zach Cregger torna dopo Barbarian e fa un film che vorrebbe essere Kubrick e finisce Massimo Boldi. E c’è pure Wong. Woke.
Ero carico. Avevo amato Barbarian. Un horror furbo, pieno di sottotesti, uno di quei film che ti fanno dire “ah, guarda un po’, il cinema ancora c’ha voglia”.
E poi arriva Weapons, e dici “ah, guarda un po’, Hollywood c’ha anche finito i soldi per la voglia”.
Tutto comincia alle 2.17 di una notte qualsiasi. Diciassette ragazzini escono di casa di corsa, a braccia aperte, come se volessero prendere il volo. Li vediamo attraverso le telecamere di sicurezza, poi spariscono nel buio come lo stipendio a fine mese. L’unico che si presenta a scuola il giorno dopo è Alex. Entra in classe, si siede. Il vuoto attorno è totale. Nessun compagno. Nessuna spiegazione.
La maestra, Justine, è interpretata da Julia Garner, che a Hollywood stanno mettendo un po’ dappertutto manco fosse la Pedro Pascal femminile se non fosse che Sydney Sweeney ha già prenotato il ruolo, ma con le tette.
Sydney è quella che ti spiega l’anatomia femminile col costume di Euphoria. Julia è quella che ti guarda i film di Tarkovskij senza chiederti poi “ma quindi il cavallo… era un simbolo?”

La polizia brancola nel buio. I genitori impazziscono. La comunità si spacca. E compare anche Wong, sì, proprio quel Wong. Si chiama Andrew Marcus, è omosessuale, woke, e fa il preside illuminato.
Wong è woke. E giuro che quando me ne sono accorto in sala ho riso per dieci minuti da solo come un cretino. Ma è anche il momento più vivace del film.
Weapons cerca di raccontare lo stesso evento da più punti di vista. Cioè: vedi la scena, poi la rivedi da un altro personaggio. Poi la rivedi ancora. Poi ti viene voglia di chiamare il medico per capire se hai avuto un colpo di calore. L’ho visto in anteprima stampa. Alle anteprime c’è la sicurezza che controlla che teniate i telefonini spenti nella borsa per paura che tu possa riprendere tutto il film e metterlo online. Be’, stavo per offrire dei soldi alla guardia che stava vicino alla mia fila per lasciarmi usare il cellulare e guardare culi su Instagram tanto mi annoiavo.
Ogni volta cambia un dettaglio, ogni volta non cambia niente. La tensione si spegne, diventa ridondante e farraginoso, il ritmo si affossa, e lo spettatore diventa una parabola: riceve, ma non trasmette.
A un certo punto Cregger sembra in difficoltà. Cambia stile, tono, genere. Prova l’horror psicologico, la commedia nera, il grottesco.
Finisce che sembriamo dentro Piranha 3DD girato con la pretesa di essere Hereditary.
Il finale — oh raga, il finale.
Cita con ambizione Shining ma finisce come se Gigi e Andrea avessero fatto un reboot di The Ring.
I personaggi diventano caricature involontarie, i momenti drammatici scivolano nel ridicolo. E la metafora sociale (perché Cregger ce l’ha, giuro) si sgonfia come un pallone da spiaggia bucato.

Vuole dirci che una comunità ferita si trasforma facilmente in un’arma — weapons, capito il titolo eh? — pronta a sparare sul bersaglio più comodo, serve solo il “giusto” incantatore di serpenti: la maestra, la scuola, lo Stato, l’altro.
E per un attimo ci credi. Poi arriva la gag involontaria, l’ennesima ripetizione, e tutto va in vacca.
Una pallottola spuntata in un film che voleva sparare alto. Ma ha mirato al piede.
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