In The Grey, recensione: Guy Ritchie si perde nella sua stessa zona grigia
Henry Cavill, Jake Gyllenhaal ed Eiza González nel nuovo action di Guy Ritchie: stile, voice over e molta confusione.
In The Grey: trama, cast e contesto del nuovo film di Guy Ritchie
In The Grey è il nuovo action thriller scritto, prodotto e diretto da Guy Ritchie, con Henry Cavill, Jake Gyllenhaal, Eiza González, Rosamund Pike, Fisher Stevens, Kristofer Hivju e Carlos Bardem. Il film è arrivato nelle sale statunitensi il 15 maggio 2026 dopo un percorso distributivo piuttosto accidentato, tra rinvii e cambi di programma, ed è stato presentato come un ritorno di Ritchie al cinema d’azione, tutto piani elaborati, uomini pericolosi, criminali battute secche e gente vestita benissimo mentre fa cose moralmente discutibili.
La trama, almeno in teoria, è semplice come un bonifico fatto con l’home banking alle tre di notte e complicata come il 730 precompilato quando scopri che non era precompilato per niente. Rachel Wild, interpretata da Eiza González, è un’avvocata specializzata nel recuperare somme di denaro gigantesche da personaggi che abitano quella deliziosa terra di mezzo dove la legalità si guarda allo specchio e vede Gomorra con il completo sartoriale. Quando deve rientrare di un miliardo di dollari legato a un uomo d’affari criminale, Rachel chiama in aiuto Sid e Bronco, cioè Henry Cavill e Jake Gyllenhaal: due ex militari, contractor, specialisti dell’estrazione, uomini che probabilmente anche quando devono andare a comprare il pane preparano tre vie di fuga, due diversivi e una bomba fumogena nel reparto gastronomia.
Da qui In The Grey diventa una lunga operazione di sabotaggio, recupero, fuga, trappole, doppi giochi, inseguimenti, sparatorie e spiegoni. Soprattutto spiegoni. Perché Guy Ritchie costruisce il film come un grande trucco da prestigiatore, solo che invece di far sparire la moneta dietro l’orecchio passa un’ora e mezza a spiegarti chi ha comprato la moneta, quale società offshore la possiede, quale clausola contrattuale consente di spostarla da un paradiso fiscale all’altro e perché Henry Cavill, in tutto questo, deve entrare da una finestra con la faccia di uno che ha appena annusato una candela da 80 euro.

Guy Ritchie e la sindrome dello spiegone permanente
Il problema principale di In The Grey non è che non si capisca nulla. Sarebbe quasi meglio. Il problema è che si capisce troppo spesso che il film ha una paura matta di non essere capito. Ritchie, che un tempo faceva del montaggio sincopato e della narrazione a incastri una specie di jazz criminale da pub londinese, qui sembra intrappolato nella versione PowerPoint di se stesso: nomi, piani, oggetti, passaggi, contromosse, grafiche su schermo, voice over, dialoghi che non respirano mai davvero perché sono sempre impegnati a dirti cosa sta succedendo, cosa succederà, cosa è appena successo e cosa tu, spettatore povero cristo, dovresti provare mentre succede.
La voce narrante diventa quasi un personaggio abusivo, uno di quelli che al cinema ti si siedono accanto e commentano tutto: “Adesso lui farà questo, perché prima lei ha fatto quello, ma in realtà il piano vero è un altro”. Grazie, Guy. A un certo punto sembra di essere finiti in un tutorial di YouTube intitolato “Come recuperare un miliardo di dollari in 10 mosse senza farsi ammazzare – spiegato facile”. Solo che il tutorial dura tutto il film e, quando finalmente dovrebbe esplodere l’azione, hai già ricevuto talmente tante informazioni che la sparatoria sembra la verifica pratica dopo la lezione teorica.
Ritchie ama da sempre i meccanismi, i labirinti, i gangster eleganti, i criminali logorroici, le partite a scacchi travestite da rissa da bar. Il punto è che nei suoi film migliori il meccanismo produceva ritmo, sorpresa, piacere. Qui invece spesso produce ingorgo. In The Grey è insieme semplicissimo e inutilmente complicato: sotto il labirinto di strategie finanziarie, recuperi miliardari e manovre legali, resta un film su gente molto cool che fa cose molto cool sparando a persone molto meno cool. Il che, intendiamoci, può bastare tranquillamente per passare due ore felici. Però bisogna almeno farci sentire che qualcuno rischia qualcosa. Qui invece il rischio sembra soprattutto quello di perdersi una clausola del piano.

Una confusione narrativa molto elegante, ma sempre confusione resta
La zona grigia del titolo dovrebbe essere il cuore morale del film: quel territorio ambiguo tra legge e crimine, giustizia e profitto, necessità e violenza, dove chi fa il lavoro sporco può raccontarsi di stare dalla parte giusta solo perché il cattivo ha un conto in banca più sporco del suo. È un’intuizione interessante, perfettamente ritchiana, perché consente al regista di muoversi in mezzo a squali in giacca, mercenari impeccabili, avvocati che sembrano usciti da una copertina di Vanity Fair dopo aver studiato a Mordor e miliardari criminali con l’aria di chi non ha mai pagato una multa in vita sua.
Il film però questa intuizione la spiega subito, la mette in vetrina, la lucidissima e poi la lascia lì, come quei soprammobili costosi che nessuno osa toccare. Il concetto di “in the grey” viene esplicitato con una chiarezza quasi scolastica, ma poi non diventa mai davvero una crisi, un dilemma, una ferita. È più un’atmosfera che una domanda morale. Un’etichetta di design incollata su un action che, alla fine, vuole soprattutto farci godere la vista di Cavill e Gyllenhaal – anche abbastanza sudati a unti, so che a qualcuno piace così – che si muovono dentro un mondo di armi, automobili, ville, yacht, corridoi, vetri infranti e criminali destinati a durare quanto una mutande in un film porno.
Anche la struttura risente della solita iperattività di Ritchie, ma senza la precisione chirurgica dei momenti migliori. Il montaggio corre, la trama salta, alcune ellissi sembrano nate più da tagli di post-produzione che da vere scelte narrative, e il finale arriva con una rapidità quasi brusca, come quando il cameriere ti porta il conto mentre stai ancora masticando il dolce. Il film tiene botta finché resta nel territorio del gioco, del trucco, dell’eleganza da fumetto criminale; quando però prova a dare peso emotivo alle sue macchinazioni, rischia di inseguire la propria coda.

Azione senza vera tensione: quando tutto sembra già deciso
Il paradosso di In The Grey è che contiene inseguimenti, sparatorie, fughe, infiltrazioni, sabotaggi e momenti di pura azione, ma raramente riesce a generare vera tensione. Non perché Ritchie non sappia girare: tecnicamente il mestiere c’è, eccome. La macchina da presa sa dove mettersi, il ritmo visivo non manca, la confezione è solida, l’estetica muscolare funziona, il cast ha facce che riempiono lo schermo anche quando la sceneggiatura gli chiede di spiegare per l’ennesima volta un piano dentro un altro piano dentro un altro piano ancora. Il problema è a monte: il film non sembra avere davvero voglia di creare problemi ai propri eroi.
Tutto viene apparecchiato, preparato, annunciato, previsto. La voice over semina, l’azione raccoglie. E allo spettatore resta spesso il “piacere” di verificare che il piano funzioni quasi esattamente come era stato spiegato. Ma il cinema d’azione vive anche dello scarto, dell’imprevisto, del momento in cui il corpo dell’eroe smette di essere invincibile e diventa vulnerabile, stanco, spaventato, umano. Qui invece il rischio pare amministrato da un notaio. Anche quando qualcosa va storto, il film lo assorbe con una facilità tale da far sembrare ogni ostacolo un disguido logistico, non una minaccia.
Manca la pressione. Manca la sensazione che il mondo possa davvero crollare addosso ai protagonisti. Manca quel fiato corto che trasforma un inseguimento in un’esperienza fisica e non solo in una bella sequenza di movimento. Ritchie mette in scena l’azione con competenza, ma spesso la svuota della sua funzione primaria: farci temere che qualcuno possa non arrivare vivo alla scena dopo. E quando in un extraction movie, o in un action di recupero, hai la sensazione che nulla possa davvero andare male, allora il bazooka può anche fare rumore, ma emotivamente spara a salve.

Eiza González è bella in maniera imbarazzante
La cosa migliore di In The Grey, e non è una nota a margine, è Eiza González. Ritchie la valorizza davvero, almeno nella prima parte, trasformando Rachel Wild in una specie di burattinaia sofisticata, fredda, seduttiva, lucidissima: una che non entra nella stanza per partecipare alla partita, ma per spostare il tavolo, cambiare le carte e far credere agli altri di aver deciso qualcosa. È il terzo film insieme al regista, dopo Il ministero della guerra sporca (2024) e Fountain of Youth – L’eterna giovinezza (Fountain of Youth)(2025) e questo nuovo passaggio nel suo universo di criminalità patinata, e qui González conferma una presenza scenica magnetica, capace di tenere insieme glamour, intelligenza e pericolo. Il cast principale riunisce infatti interpreti già passati dal cinema recente di Ritchie, con Cavill, Gyllenhaal e González al centro del progetto.
Rachel è presentata come la madre e la regina di un oceano di squali, una figura che potrebbe spostare il baricentro del film dal solito giocattolone virile fatto di uomini armati, sopracciglia aggrottate e dialoghi da spogliatoio per mercenari. Per un po’ funziona. González ha quella qualità rarissima per cui sembra sempre sapere qualcosa che gli altri non sanno, e quando la camera la segue il film si accende. Non solo perché è bellissima – cosa che il film sa benissimo e utilizza con una certa gioia quasi imbarazzata – ma perché porta una temperatura diversa: meno goliardia muscolare, più controllo, più ambiguità, più cinema.
Poi però In The Grey fa una cosa abbastanza frustrante: dopo averla costruita come centro strategico e intellettuale, tende a ricondurla dentro una funzione più tradizionale. Rachel, che prometteva di essere il cervello occulto dell’operazione, finisce progressivamente palleggiata tra uomini, veicoli, salvataggi e ribaltoni. Non scompare, non viene annullata, ma il film arretra proprio quando avrebbe potuto spingere. È come se Ritchie avesse tra le mani una regina degli scacchi e ogni tanto si ricordasse di usarla come pedone perché, in fondo, la partita vuole risolverla ancora a fucilate.

Cavill e Gyllenhaal: chimica sprecata tra muscoli, baffi e piani troppo spiegati
Henry Cavill e Jake Gyllenhaal sono uno dei motivi principali per cui In The Grey può portare pubblico in sala. L’idea di metterli insieme dentro un action di Guy Ritchie ha un potenziale quasi pornografico per chi ama il cinema di genere: due star diversissime, due fisicità opposte, due tipi di carisma che potrebbero creare scintille. Cavill è la statua greca che ha imparato a usare il sarcasmo, Gyllenhaal è la nevrosi americana con lo sguardo da uomo che potrebbe offrirti un caffè o sequestrarti in un furgone senza cambiare espressione. Insieme, sulla carta, sono dinamite.
Il film però sfrutta questa chimica solo a metà. Li mette nello stesso spazio, li fa dialogare, li fa muovere come una coppia di professionisti con un passato comune, ma raramente concede loro scene capaci di diventare memorabili. Non c’è abbastanza attrito, non c’è abbastanza gioco, non c’è abbastanza differenza trasformata in relazione. Cavill e Gyllenhaal sembrano spesso pronti a far esplodere una buddy chemistry da manuale, ma la sceneggiatura li tiene intrappolati nel funzionamento del piano, come due attori carismatici costretti a leggere il libretto d’istruzioni mentre intorno esplode una centrale elettrica.
È uno spreco perché il pubblico non va a vedere un film così solo per sapere se un miliardo di dollari verrà recuperato. Va per vedere Cavill e Gyllenhaal insieme, per godersi gli sguardi, le battute, i silenzi, le differenze di ritmo, la possibilità che il film diventi una giostra di ego, corpi e personalità. Invece In The Grey sembra a tratti più interessato al proprio meccanismo che ai suoi interpreti. Li usa come icone, li fotografa bene, li veste meglio, ma non sempre li lascia respirare come personaggi.

Il problema emotivo: tutto succede, ma poco resta
Il limite più evidente di In The Grey è la mancanza di un vero centro emotivo. Succedono molte cose, vengono evocati sacrifici, tradimenti, pericoli, ferite, lutti potenziali o reali, ma raramente il film trova il tempo o la profondità per trasformarli in qualcosa che colpisca davvero. I personaggi funzionano come silhouette affascinanti, archetipi lucidati a specchio: la stratega, i due operativi, il criminale, la manager, il bersaglio, il traditore, il contatto. Tutti hanno una funzione precisa nel gioco, pochi hanno una vita che sembri esistere oltre il gioco.
Anche quando la sceneggiatura prova a introdurre tragedie e sacrifici, questi rischiano di sembrare strumenti per alzare artificialmente la posta, non conseguenze inevitabili di un conflitto. Sono picchi emotivi dichiarati, non costruiti. È come se il film dicesse: “Adesso dovresti sentire qualcosa”. Ma il cinema, maledetto lui, non funziona così. Non basta mettere una musica più grave, rallentare il montaggio o far tacere per un secondo la macchina dello spiegone. Bisogna aver seminato prima un rapporto, una paura, un desiderio, una perdita possibile. Qui invece spesso la semina è burocratica e la raccolta emotiva arriva già un po’ appassita.
Questa assenza di battito penalizza anche l’azione. Perché se non temo davvero per i personaggi, la scena spettacolare resta scena spettacolare: magari ben girata, magari piacevole, magari anche divertente, ma non necessaria. In The Grey guarda spesso ai suoi protagonisti come oggetti di stile più che come esseri umani. E finché il film resta una passerella armata può anche andare bene. Quando però pretende di diventare qualcosa di più, si vede la crepa sotto la vernice.

Ritchie tra vecchia veracità e creatività in riserva
Guy Ritchie resta Guy Ritchie. Anche quando gira con il pilota automatico, il suo pilota automatico ha più mestiere di molti registi in modalità “capolavoro della vita”. La sua mano si vede: nel gusto per il ritmo, nella composizione delle scene, nell’ironia nera, nei dettagli citazionisti, nella capacità di costruire mondi criminali dove tutti sembrano usciti da una sartoria illegale. In The Grey ha momenti in cui la sua veracità torna a galla, tocchi di black humour, scelte musicali e citazioni cinefile — compreso l’uso della voce di Katharine Hepburn da La regina d’Africa — che ricordano quanto Ritchie sappia ancora trattare il cinema come un giocattolo sporco, elegante e un po’ bastardo.
Il punto è che la veracità non coincide più sempre con la vena creativa. Negli ultimi anni Ritchie ha lavorato moltissimo, anche tra cinema e serialità: The Gentlemen in versione televisiva, MobLand, il futuro Young Sherlock, oltre ai film realizzati in rapida successione. Il suo marchio è diventato così riconoscibile da rischiare l’autoparodia: criminali eleganti, montaggio nervoso, dialoghi a incastro, uomini che fumano metaforicamente anche quando non fumano, donne splendide e letali, cattivi più o meno pittoreschi, piani che sembrano scritti su una lavagna da un commercialista sotto anfetamine.
In The Grey rientra perfettamente in questa fase. È più sporco di alcune ultime uscite, meno plastificato di quanto si potesse temere, ma lontano dalla materialità e dall’invenzione degli esordi. È un prodotto assai più che guardabile e molto meno che interessante: brillante in superficie, solido nella confezione, pieno di attori che lottano e spesso vincono contro personaggi piatti, ma fragile appena si cerca qualcosa sotto la carrozzeria.
In The Grey funziona? Sì, ma solo come spettacolo usa e getta
Il risultato finale è un action movie volutamente leggero, spesso derivativo, a tratti confuso, figlio della sua natura usa-e-getta. Non è un disastro, non è un film da buttare nella raccolta indifferenziata del venerdì sera, non è neppure il Ritchie peggiore. Però è uno di quei film che mentre lo guardi ti dà continuamente la sensazione di poter essere molto più divertente, più teso, più emotivo, più cattivo, più sexy, più tutto. Ha gli ingredienti: Cavill, Gyllenhaal, Eiza González, Rosamund Pike, un miliardo di dollari, criminali, doppi giochi, luoghi esotici, action, humour nero, estetica. Ma la ricetta viene coperta da troppa salsa esplicativa.
La cosa più frustrante è che In The Grey non sbaglia perché non sa cosa vuole essere. Lo sa benissimo: vuole essere un heist-action criminale elegante, muscolare, ironico, un film da popcorn adulto con la camicia sbottonata e la pistola nel vano portaoggetti. Il problema è che non si fida abbastanza del proprio pubblico, dei propri attori e delle proprie immagini. Spiega troppo, sente poco, corre molto, colpisce meno di quanto dovrebbe. È un film che mostra i muscoli ma dimentica il battito cardiaco.
E allora sì, Eiza González resta l’asso nella manica, Cavill e Gyllenhaal restano una promessa di chimica più che una chimica pienamente esplosa, Ritchie resta un regista capace di rendere interessante anche una porta che si apre con un tizio armato dietro. Ma In The Grey finisce per essere esattamente quello che il titolo annuncia involontariamente: un film nella zona grigia. Non abbastanza brutto da odiarlo, non abbastanza bello da difenderlo con passione. Una serata non proprio buttata, perché Eiza González illumina lo schermo e il mestiere tiene botta, ma neanche una di quelle per cui esci dal cinema dicendo “ok, questa me la ricordo”. Più facile uscire pensando che Guy Ritchie abbia girato l’ennesimo film di Guy Ritchie, solo con meno cuore, più voice over e la sensazione che, da qualche parte, dentro il montaggio, ci fosse un film molto più divertente che chiedeva solo di essere lasciato respirare.
*1/2 Male, signor Anderson. Sono deluso, molto.
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