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Il Primo Re di Matteo Rovere

il primo re locandinaIl Primo Re di Matteo Rovere inizia con un diluvio, la pioggia incessante causa l’esondazione del Tevere che travolge i due protagonisti: Romolo e Remo. Ora non fatevi distrarre dal fatto che il bonazzo di turno, Alessandro Borghi, è Remo, il fratello sfigato, e l’altro, Alessandro Lapice, è Romolo. “Eh ma Borghi sta sulla locandina”. Una recensione ubriaca deve ignorare questo dato, prendetevela con Rovere o con la Storia o con la leggenda.

Ciò che interessa è che Matteo Rovere prende subito alla sprovvista: a quanto pare piove da giorni e il fiume rompe gli argini e travolge i nostri eroi – l’ho detto che sono sporchi, barbuti, vestiti di stracci e randagi? Be’ sono sporchi, barbuti, vestiti di stracci e randagi –. Nubifragi e devastazioni provocate dalla Natura ci sono sempre state. Greta, prenditela nder posto. Greta, stacce. Virginia non è solo colpa tua se Roma si allaga come cascano du’ gocce e forse non era colpa nemmeno di Marino. Ma questa è un’altra storia. L’importante è il concetto: il riscaldamento globale non esiste, Il Primo Re è un potente atto di accusa… a chi? Non lo so. A nessuno. 

Comunque i nostri eroi si salvano dal nubifragio e sono presi prigionieri dai brutti ceffi di Alba Longa, i burini laziali che nel 753 a.C. dettavano il bello e il cattivo tempo nella zona. I burini usano i prigionieri per i duelli rituali che invochino il favore degli dei, ma, prima di farli lottare, je danno le ciriole, tipico pane del Lazio. Scampati al fiume in piena, prigionieri, i nostri eroi magnano una ciriola e vedono una femmina, la vestale, una cozza che pensa solo ad alimentare il fuoco che per i primitivi (e i burini) è dio. Però è l’unica femmina che si vede in giro e come esce dalla capanna, tutti in ginocchio. La tipa fa sempre er segno del 3. Sarà qualche presa per il culo proto-calcistica.

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Questa. È. Romaaaa

Insomma, dopo mezz’ora siamo pieni de diluvi, sangue, merda, duelli all’ultimo sangue con armi arrugginite, ci si capisce a gesti o grugniti, anche perché parlano un proto-latino che io avevo 5 a tradurre Cicerone e Tito Livio figurasse co sta roba zozza e sporca, facce spaccate a forza di pugni, il grande agro romano pieno de zanzare, due attori belli e zozzi, insomma sembra l’epoca del grande cinema italiano, al tempo dei peplum o al tempo di Attila flagello di dio. 

È una lotta senza quartiere per la vita, siamo a una versione aggiornata delle scimmie di 2001 – Odissea nello spazio. E il punto è che, chi sopravvive in questa lotta, è il più disperato e i due fratelli, contro ogni probabilità, contro ogni possibilità, riescono piano piano ad avere la meglio di nemici meglio armati e meglio nutriti. È Remo a guidare la ribellione e i prigionieri di Alba conquistano un posto nel mondo, ma il mondo, per questo motivo, non diviene meno brutale, ma in un certo senso si allarga e vediamo come, fin dall’alba dei tempi, il potere ha bisogno di controllare la superstizione e trasformarla in rito, fede, religione. Remo crede solo in se stesso, si sente un dio, perché solo grazie alle sue forze è riuscito a sopravvivere; invece, Romolo crede che le insondabili forze della Natura siano guidate da una misteriosa forza mistica, la chiama Dio, rappresentata dal fuoco e che solo possedendola e venerandola si possa prosperare. Nel mezzo il dibattito irrazionale del tipo “ragno porta guadagno” e pulsioni animali, per lo più omicide, che puntano a garantirsi il favore del “dio”,  in sostanza del caso; così accade che tutti vogliono ammazzare Romolo, sono convinti porti sfiga. Lui, di suo, è già mezzo morto e Remo deve andare nel bosco per trovare del cibo per fargli recuperare le forze, ammazzare l’animale più grosso e offrire pappardelle al sugo di cervo a tutta la tribù.

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«Fratè, bevi, è sangue de cervo laziale»

È il momento della scena più incredibile de Il Primo Re. Dovendo andare a caccia, Remo chiede alla vestale di proteggere il fratello dai commilitoni e lei compie la missione: armata solo di un cerchio delimitato da sei fuochi e di una maledizione degna della zingarella del marchese del Grillo, attraverso una lunga notte la donna protegge Romolo dai coltelli affilati dei compagni incazzati. In un mondo dominato dalla forza del ferro e in cui è vero solo ciò che un uomo può strappare al vicino con le nude mani, è la parola che ferma la spada. Riporto qui la maledizione della vestale, dovesse tornarmi utile nel traffico romano, fatene buon uso:

«Possa la terra ricoprire di spine il tuo sepolcro, o Cai, e la tua ombra sentire per sempre la sete, e non siedano i Mani accanto alle tue ceneri e il vendicatore atterrisca le tue turpi ossa col suo lamento di cane digiuno.  Sia tuo tumulo una vecchia anfora col collo mozzato e tutti colpiranno quella tomba con sassi appuntiti, se empio sfiderai il fuoco del dio, e cadranno contro di te per sempre parole maledette». 

Le parole di chi ricopre una funzione sacra sono un’arma potentissima, tanto quanto lance, frecce e spade. Così una notte, nel fegato di un agnello, la vestale vede il destino dei due uomini: un fratello ucciderà l’altro, ma chi? La “profezia”, letta nel sangue, segnerà ciò che resta dei giorni di Romolo e Remo, portandoli verso l’inevitabile conclusione. Soprattutto perché, quando Remo arrapato si avvicina alla vestale con l’ovvio intendimento di copulare, la donna dice: “Solo il dio può avermi. Sei tu il dio?”. Remo ancora non conosceva la saggia risposta di Winston dei Ghostbusters (“Ray, quando qualcuno ti chiede se sei un dio, tu gli devi dire sì!!”). E Remo disse no. 

Se la “storia” la conoscono “quasi” tutti, il merito di Rovere e degli sceneggiatori è di usare la leggenda per spiegare l’Uomo, individuare le sue origini animalesche, vittima di superstizione e di paura, di violenza e di prevaricazione, spossato, spaventato dai rumori della foresta che non comprende, sballottolato come dalla corrente del fiume da queste forze oscure; alcuni danno ad esse un mero significato casuale, convinti che è l’individuo a determinare il proprio destino; gli altri preferiscono pensare di essere sballottolati qua e là da forze, a loro superiori, da ingraziarsi con sacrifici. 

Tremate… questa è Roma 

Tra i riferimenti di Rovere non possono non esserci Valhalla Rising e Apocalypto, ma in una visione fortemente antropologica: sebbene ce ne sia tanta, non è la violenza che interessa, ma come, provocata dalla paura, dallo spirito di sopravvivenza o semplicemente dagli auspici di una vestale che crede di sentire la voce del dio, essa si sfoghi senza alcuna remora, anche contro il fratello che fino a un momento prima si è protetto al costo della propria vita. Il Primo Re è grande cinema, senza aggettivi di appartenenza geografica, non fa parte della nostra tradizione anche se alla storia che tutti noi conosciamo fa riferimento. Per dirci una cosa: non serve essere cresciuti dalla lupa, come vuole la leggenda, per sopravvivere e prosperare, nel mondo primitivo bisognava essere dei lupi, costruire un branco ed essere pronti a cacciare e sbranare qualsiasi cosa avesse sangue caldo nelle vene. Così sono nati gli imperi, e sempre sarà così. Dal 753 avanti Cristo in poi. Tremate… questo è l’Uomo. 

american beauty pagelle voti stelle film***** A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla…

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