The Mandalorian and Grogu, recensione: Star Wars torna al cinema, sembra Disney+ con il biglietto maggiorato, ma almeno non è The Acolyte
La recensione di Mandalorian & Grogu parte da una considerazione amara: Disney ha preso due puntatone della serie TV, ci ha messo sopra il vestito buono, ha spento le luci in sala e ha chiesto ai fan di pagare il riscatto emotivo della nostalgia. Però Favreau e Filoni conoscono il giocattolo, sanno dove mettere le mani e confezionano uno show dignitoso, godibile, furbo.

Mandalorian & Grogu, recensione: Star Wars torna al cinema, ma Disney+ si sente ancora sotto il casco
Mandalorian & Grogu è il nuovo film della saga Star Wars, spin-off cinematografico della serie disponibile su Disney+, ma soprattutto è la prova che ormai Hollywood ha trovato il modo definitivo per trasformare la serialità in parcheggio a pagamento. Prendi due episodi belli cicciotti, li incolli con una struttura in atti, ci metti dentro navi spaziali, mostri, Hutt, sabbia morale, Grogu che mangia come se avesse appena scoperto il buffet dell’hotel a Sharm, e poi dici: “Ecco il grande ritorno di Star Wars al cinema”. Disney come Gualtieri che ti fa respirare pure l’aria per girare in città.
E noi, naturalmente, ci andiamo.
Perché siamo deboli. Perché siamo nostalgici. Perché abbiamo visto Il ritorno dello Jedi a un’età in cui credevamo ancora che il mondo potesse essere salvato da un contadino biondo con problemi familiari e una spada laser. Perché davanti alla galassia lontana lontana ci comportiamo come quei vecchi zii che dicono “non mi fregano più” e poi comprano il quarto cofanetto restaurato in 8K con la scena del Sarlacc che adesso ha pure il dermatologo.
La sala, infatti, dà subito il quadro clinico: pubblico perlopiù adulto, nostalgico, affezionato, gente che non sta guardando un film ma facendo una visita di controllo alla propria infanzia. Un check-up emotivo con popcorn da 9 euro e gommose che si attaccano al lavoro del tuo dentista. La Disney lo sa e, con la delicatezza di Jabba the Hutt che apre una pizzeria gourmet, mette le mani in tasca ai fan e dice: “Tranquilli, è cinema”. Ma sotto sotto si sente il rumore dell’app Disney+ che si aggiorna.
Mandalorian & Grogu è un film o una miniserie Disney+?
La prima cosa da dire è anche la più evidente: Mandalorian & Grogu sembra una miniserie di due o quattro puntate portata al cinema con il mantello stirato e baby Yoda ha pure una baby armatura da mandaloriano. La struttura è televisiva, il ritmo è televisivo, la divisione in blocchi narrativi è televisiva. Manca solo il “negli episodi precedenti” e il tasto “salta intro”.
Non è necessariamente un male assoluto, sia chiaro. Non siamo davanti a una catastrofe, non siamo nel reparto “idee usate male” della galassia, quello dove ultimamente parcheggiano troppi progetti Star Wars con l’aria di essere stati scritti durante una call su Teams. Però la sensazione è netta: il film procede per missioni, tappe, livelli, boss intermedi, briefing, gag, scena d’azione e nuova destinazione. Più che un arco cinematografico, sembra un season finale espanso. Una roba che al cinema funziona perché c’è il grande schermo, ma che a casa avrebbe avuto esattamente lo stesso peso narrativo, forse persino più onesto.
E allora l’asticella si abbassa. Non precipita, attenzione. Non finiamo nel burrone con le ossa rotte e Jar Jar che chiama l’ambulanza. Però si abbassa abbastanza da farci capire il trucco: il film non nasce per essere necessario, nasce per essere evento. Che è diverso. Un film necessario ti cambia la percezione della saga. Un film evento ti ricorda che hai ancora il portafoglio.

Jon Favreau e Dave Filoni riportano Star Wars al western galattico
La cosa che salva Mandalorian & Grogu dal diventare una truffa con il casco cromato è che Jon Favreau e Dave Filoni conoscono Star Wars. Lo maneggiano con rispetto, furbizia, mestiere. Sanno dove infilare un mostro, quando piazzare un riferimento, come usare il western, quanto fanservice concedere prima che diventi una piadina troppo farcita.
E infatti il film è dignitoso. Non miracoloso, non epocale, non da mettersi in ginocchio davanti alla statua di George Lucas con l’offerta votiva di una VHS consumata. Però dignitoso sì. Divertente sì. Guardabile sì. Con due ore che scorrono tra pianeti, scazzottate, inseguimenti, creature aliene, draghi-serpente, arene, meccanici-minion e tutto quell’armamentario di ferraglia spaziale che allarga i confini della saga senza fare troppi danni strutturali.
Diciamolo: dopo The Acolyte, vedere una cosa Star Wars che non ti fa venire voglia di chiamare il servizio clienti della Forza è già quasi un atto di misericordia. Mandalorian & Grogu è probabilmente la cosa meno peggio accaduta nella galassia lontana lontana da allora. Non siamo al risorgimento, ma almeno non siamo alla dissoluzione dell’impero grammaticale.
La trama di Mandalorian & Grogu: Mando contro i resti dell’Impero
Il film ritrova il Mandaloriano impegnato in una nuova missione, con il solito aplomb da libero professionista galattico: poche parole, casco sempre in testa, fattura forse in regime forfettario. Mando è sulle tracce dei gerarchi dell’Impero che si sono dati alla macchia, cercando la loro personalissima Argentina post-bellica. La suggestione storica è evidente: criminali di un regime sconfitto che scappano, si riciclano, si nascondono nei margini del nuovo ordine. Star Wars, come spesso accade quando si ricorda di essere nato anche come mitologia politica popolare, guarda alla Storia del Novecento e ci infila dentro il suo lessico di pianeti, armature e blaster.
Il rapporto con la Nuova Repubblica passa attraverso il colonnello Ward, interpretato da una Sigourney Weaver in formissima, che spiega a Mando una cosa molto semplice e molto poco contemporanea: i cattivi non vanno eliminati per vendetta, vanno presi vivi per ottenere informazioni, smantellare reti, capire dove si nasconde il resto dell’Impero. Insomma, un’idea quasi rivoluzionaria in un presente in cui i potenti della Terra sembrano spesso preferire la vendetta istantanea alla giustizia, la rappresaglia al processo, il comunicato muscolare alla strategia.
C’è anche il riferimento ai “cattivi del mazzo di carte”, evidente eco di quel modo tutto nostro, tutto moderno, tutto mediatico, di trasformare i nemici pubblici in figurine del male. Una specie di album Panini della guerra globale, una briscola al bar per pensionati dell’anti-terrorismo: ce l’ho, ce l’ho, mi manca quello con la barba nel bunker, ora calo l’asso di spade, tu carica. Star Wars non diventa improvvisamente Costa-Gavras con i droidi, ma qualche lampo sulla contemporaneità lo piazza. E funziona.

Jon Favreau e Dave Filoni riportano Star Wars al western galattico
La struttura resta quella del western. Siamo ancora nell’orlo esterno senza legge, tra frontiere, taglie, accordi sporchi, pianeti polverosi, clan, criminali e civiltà che si regge con lo sputo e due bulloni. Mandalorian & Grogu conferma la natura più riuscita di questo esperimento: Star Wars come western spaziale, con il pistolero solitario, il bambino magico, gli sceriffi improvvisati e i mostri al posto degli indiani immaginari del cinema classico.
Ma dentro ci sta anche il fantasy residuale: il drago-serpente, le creature da arena, le prove da superare, il piccolo apprendista con poteri misteriosi, il drago-serpente-basilisco di potteriana memoria. È, in fondo, Cowboys & Aliens fatto meglio. Non che ci volesse un conclave di sceneggiatori bizantini, però qui almeno la fusione tra generi ha un senso. Favreau e Filoni sanno che Star Wars vive proprio lì: nel rimescolare Akira Kurosawa, John Ford, Flash Gordon, mitologia, giocattoli, western, samurai, fantasy e merchandising, tutto insieme, come un’insalata di rinforzo servita sulla Morte Nera.
Il risultato non è raffinato, ma ha una sua efficacia. È cinema pop nella sua forma più onesta e più furba: ti dà esattamente quello che ti aspetti, qualche volta anche un filo meglio, e poi si siede tranquillo aspettando che tu dica: “Vabbè, dai, mi sono divertito”.
Gli Hutt, Scorsese kebabbaro e il fanservice del Ritorno dello Jedi
La parte con gli Hutt è puro fanservice, e non prova nemmeno troppo a nascondersi. Dopo l’intro con caccia tra le montagne che sembra una passeggiata della Compagnia dell’Anello a Caradhras andata bene con magnata di Polenta concia e pennichella sfuma delicatamente nella sequenza con i gemelli Hutt, pensata per evocare direttamente Il ritorno dello Jedi, soprattutto tutta quella memoria visiva legata a Jabba, a Luke che libera Han Solo, alle creature viscide, al palazzo criminale dei gemelli Hutt posizionato letteralmente in un albero al centro di una palude evoca la sensazione che ogni angolo della galassia abbia bisogno di una bonifica ASL.
Narrativamente, diciamolo, si poteva risolvere più in fretta. Alcune cose sono lì perché devono far brillare l’occhio al fan, non perché servano davvero alla storia. Ma Star Wars è anche questo: un grande museo interattivo dove ogni tanto qualcuno preme un pulsante e parte la musichetta dei ricordi. Il problema è che, a forza di pulsanti, rischiamo di passare più tempo a riconoscere cose che a sentirne di nuove.
Poi c’è la piccola parte di Martin Scorsese, una specie di kebabbaro-scimmia a quattro braccia che prepara hamburger in una strada buia del pianeta degli Hutt. È una roba talmente assurda che sembra uscita da un sogno febbrile dopo aver visto Quei bravi ragazzi e ordinato un panino alle tre di notte a Trastevere. Scorsese nella galassia lontana lontana è il tipo di cameo che non sai se applaudire, temere o denunciare al sindacato dei cinefili.
Le scene d’azione: piano sequenza, arena e Jurassic Park nello spazio
Come ormai prescrive la legge non scritta del cinema contemporaneo, arriva anche la scena di lotta in piano sequenza. Perché oggi se non fai almeno un combattimento lungo, coreografato, in cui la macchina da presa sembra dire “guardate quanto sono brava”, ti tolgono la tessera dell’action moderno. Il Mandaloriano se la cava, naturalmente, perché è un personaggio costruito per stare dentro queste sequenze: pratico, fisico, essenziale, più funzionale di un artigiano brianzolo con jetpack. Mi piace pensare che Scorsese sia passato da quelle parti uscito dalla sala doppiaggio e abbia dato qualche buon consiglio.
L’arena di Nal Hutta funziona bene. C’è Rotta Hutt, interpretato da Jeremy Allen White, che intravediamo poco ma abbastanza per capire che pure gli Hutt, evidentemente, hanno scoperto personal trainer, proteine e definizione addominale. C’è la lotta, ci sono gli animali che scappano e mandano in corto il sistema, con vibrazioni da Jurassic Park in versione fango, mucillagine e cattiva digestione. C’è il basilisco, drago-serpente con cui Mando deve vedersela, e prima ancora ci sono tre mostri che sembrano uscite da una versione mitologica e un po’ cafona delle arpie greche.
Tra le cose più divertenti, però, c’è la lotta nel fango tra i cugini Hutt: tre lumaconi criminali che si menano con la grazia di due mozzarelle di bufala cadute nel parcheggio dell’Autogrill. Sembrano due amministratori di condominio in riunione straordinaria per decidere chi deve pagare il cancello elettrico. O, meglio ancora, due influencer food che si contendono l’ultimo supplì vegano a una sagra sponsorizzata da un’app di delivery. Viscidi, ridicoli, perfetti.

Grogu: quattro quinti del film a usare la Forza per pigrizia, poi finalmente lavora
Grogu resta, ovviamente, l’arma finale. Non narrativa: commerciale. Ogni volta che appare, parte il riflesso pavloviano del pubblico. Occhioni, orecchie, versetti, manine. È un peluche con la Forza. Un Tamagotchi mistico. Un neonato verde che ha già generato più merchandising di intere civiltà.
Per quattro quinti del film usa la Forza soprattutto per premere pulsanti, spostare cose e fare quelle piccole magie domestiche da bambino che ha scoperto di poter telecomandare il telecomando. Poi, nel finale, finalmente si rende utile davvero. Non che prima non lo fosse: emotivamente regge mezzo film, commercialmente ne regge probabilmente tre. Ma narrativamente passa buona parte del tempo a fare il Grogu, cioè mangiare, guardare, essere adorabile, e ricordarci che il lato oscuro sarà pure pericoloso, ma il lato puccioso fattura molto di più.
E infatti mangia continuamente. Mangia più di noi davanti a una serie Netflix iniziata “solo per vedere i primi dieci minuti”. Mangia più di me, e io peso ‘na piotta. La cosa buffa è che funziona. In sala, ogni inquadratura di Grogu scatena l’effetto “uh che carino”, soprattutto sulle nuove generazioni. E qui c’è il cortocircuito perfetto: i padri nostalgici vanno per Star Wars, le figlie adolescenti si sciolgono per Grogu, Disney incassa da entrambi e ride in una lingua antica parlata solo dai contabili di Burbank.
I meccanici-minion e il problema della comicità doppiata
Tornano anche quei piccoli meccanici già visti nella serie, che sembrano dei Minions galattici. Forse è colpa del doppiaggio italiano, forse è proprio la scrittura, forse ormai ogni creatura piccola, buffa e rumorosa del cinema contemporaneo deve per forza sembrare uscita da una riunione marketing della Illumination. Fatto sta che il loro ruolo comico è chiarissimo: alleggerire, fare casino, creare quel rumore di fondo tenero e slapstick che impedisce al film di prendersi troppo sul serio. E un po’ ricordarci gli Ewoke e uno dei fallimenti di George Lucas
Non sempre funzionano, ma spesso sì. Anche perché Mandalorian & Grogu ha il merito di non voler essere più profondo di quello che è. Non si atteggia a trattato filosofico sulla Forza, non ti spara monologhi su destino, sangue, lignaggio e trauma galattico ogni sette minuti. Preferisce una creatura buffa che armeggia con un bullone. A volte, nella vita, è già molto.

Mandalorian & Grogu: vale la pena vederlo al cinema?
Arriviamo al punto: Mandalorian & Grogu è una furbata. Una furbata lucida, professionale, confezionata bene. Disney prende una cosa che sarebbe potuta diventare una quarta stagione da otto puntate, magari stiracchiata fino alla sonnolenza, all’onanismo narrativo e all’orchite da filler, e la concentra in due ore di cinema. Da un lato, quasi grazie. Dall’altro, però, ti fa pagare il biglietto per qualcosa che tra poco – probabilmente – finirà sulla piattaforma dove molti spettatori pagano già l’abbonamento.
Quindi sì, c’è un sapore di circonvenzione di incapace. Noi siamo gli incapaci, sia chiaro. Incapaci di resistere a un casco mandaloriano, a un bambino verde, a un’astronave che decolla, a un mostro gigante, a un Hutt che si rotola nel fango, a un riferimento al Ritorno dello Jedi. Siamo vittime consenzienti. Come quelli che dicono “basta carboidrati” e poi alle undici di sera stanno davanti al frigo con la forchetta nella pasta fredda.
Però sarebbe ingiusto liquidare il film solo come operazione commerciale. Perché dentro c’è mestiere, c’è ritmo, c’è conoscenza dell’universo Star Wars, c’è un’idea di avventura semplice ma efficace. Mandalorian & Grogu non alza l’asticella, ma non la spezza. Non riporta Star Wars al centro della cultura pop come un meteorite, ma gli consente di stare in piedi senza appoggiarsi al bastone della nostalgia ogni singolo secondo.
È poco? Forse sì. Ma di questi tempi, nella galassia lontana lontana, anche “non fare un casino” è diventata una forma d’arte.
Conclusione: Star Wars non rinasce, ma almeno respira
Mandalorian & Grogu è cinema? Sì, perché sta in sala, ha il grande schermo, il suono, le creature, le botte, lo spettacolo. È davvero necessario come film? Molto meno. È un buon episodio espanso? Decisamente sì. È una trappola per fan nostalgici? Assolutamente. Ma è una trappola costruita bene, con le lucine giuste, il mostro giusto, il bambino verde giusto e quel tanto di western galattico che ancora oggi fa il suo sporco lavoro.
Favreau e Filoni non firmano il capolavoro, ma consegnano la cosa più importante: uno Star Wars che non ti fa uscire dalla sala bestemmiando in basic galattico. E dopo gli ultimi inciampi della saga, non è poco.
Il film è una puntatona? Sì.
Disney ci ha messo le mani in tasca? Sì.
Grogu è irresistibile? Purtroppo sì.
Ci siamo cascati? Ovviamente sì.
Ci ricadremo? Non facciamo domande difficili.
Voto Coccinema: 6,5
Verdetto: circonvenzione di nostalgico, ma fatta con mestiere.
***½ Non hai mai sentito nominare il Millenium Falcon?
Le migliori frasi e citazioni di The Mandalorian and Grogu
Zeb: Di regola è sempre meglio se li prendi vivi. Così quando catturi i cattivi quelli ci dicono dove sono gli altri cattivi.
Mando: La cosa mi è un po sfuggita di mano.
Mando: Non ho detto di sì.
Zeb: Non hai nemmeno detto di no.
Non toccare niente. Soprattutto i pulsanti. Mando
Saremo pure loro ospiti, ma non siamo al sicuro. Mando
Janu: Hai mai pensato di lottare nelle fosse?
Mando: Cerco di evitare la violenza.
Combattere non è uno sport, è un’ultima spiaggia. Mando
Arriva il giorno in cui tutti dobbiamo dirci addio. Il pescatore
Il vecchio protegge il giovane e poi il giovane protegge il vecchio. Questa è la via. Mando
Quindi fuggiamo? O combattiamo? Mando
Illuminiamo questa palude. Colonnello Ward
Tienilo d’occhio: il tuo papà è uno dei buoni. Rotta Hutt
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