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Black Mirror 3, la recensione disillusa

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Terza stagione per Black Mirror, la serie di Charlie Brooker che dovrebbe piacere agli orfani di Ai confini della realtà, quella che ci racconta dove stiamo andando mentre siamo con la testa china sui nostri smartphone, tablet e affini. Insomma, Charlie Brooker è il cane guida per la nostra società accecata dal bagliore blu di uno schermo o  quei tizi che in Cina tengono guinzaglio chi non riesce a staccare gli occhi da Uozzapp portandoci per mano ci mostra il precipizio verso cui siamo diretti.

Black Mirror è tornata su Netflix con sei episodi sempre in bilico tra il fantascientifico e il grottesco, l’assurdo e la totale disumanizzazione. La notizia è che, nel passaggio al canale di distribuzione di contenuti via internet, il caro vecchio Charlie Brooker ha capito la disperazione del nostro tempo ma sembra aver perso la corrosiva capacità di scavare nelle nostro paure e paranoie e rivelare il triste destino dell’umanità, ma solo mostrarci le nostre miserie cher, ahimè e ahinoi, sono ben individuabili.

Caduta libera è l’episodio con cui è più semplice empatizzare. In un mondo dominato dai social, la nostra posizione nella scala gerarchica dipende proprio dai “like” e le valutazioni che gli altri danno a ogni nostra interazione sociale. Quando la facciata di ipocrisia cade e lasciamo intravedere il nostro vero io, inizia la caduta libera che non può portare che alla rovina e a una vita ai margini.

black-mirror-season-3

Giochi pericolosi è un’estremizzazione della dipendenza dagli intrattenimenti videoludici, l’escapismo e i pericoli delle tecnologie che non possiamo capire completamente.

In Zitto e balla i nostri piccoli segreti sono un’arma che un gruppo di hacker può utilizzare per fare di noi delle marionette e dei perfetti criminali.

San Junipero racconta un mondo incartato tra gli anni Ottanta, Novanta e Duemila, che scopriamo essere una sorta di paradiso in cui “scaricare” la nostra coscienza quando saremo morti. Ma ci può essere la possibilità di scegliere la morte, l’oblio o rassegnarsi a una realtà virtuale in cui virtualmente sembriamo ancora vivi?

Ne Gli uomini e il fuoco, un gruppo di soldati combatte un nemico che non riesce a (ri)conoscere fino in fondo, mentre in Odio Universale i social sono utilizzati come moderno tribunale che può decidere la vita e la morte, ma attenti che la giuria da carnefice potrebbe trasformarsi in vittima.

I sei episodi sono pieni di “guest” prestigiosi. Da una credibile Bryce Dallas Howard in Caduta Libera diretta da Joe Wright di Espiazione al regista di 10 Cloverfiled Lane Dan Trachtenberg, c’è Jerome Flynn, il Bronn de Il Trono di Spade, Mackenzie Davis che riscopriremo in Blade Runner 2049, il Doug Stamper (Michael Kelly) di House of Cards fino a Kelly Macdonald e la giovane donna senza volto Faye Marsay e Benedict Wong visti questi ultimi in Odio Universale.

C’è tanta qualità in Black Mirror 3 e sapete che un po’ me la aspetto da certe produzioni. Per non tirarla per le lunghe, che devo andare a rivedere Up per la dodicesima volta, manca la graffiante prospettiva sulla nostra condizione, come se in più di un episodio si sia tirato indietro e abbia scelto la via più facile, come i suoi personaggi, non vedere o non credere. Anche Caduta Libera, che all’apparenza è una puntata molto vicina a noi, già schiavi di notifiche e like, ha un intreccio piuttosto banale, incapace di suscitare quell’ansia sociale di cui vorrebbe raccontare. Black Mirror 3 è quasi cronaca, manca di visionarie, manca della crudeltà che appartiene all’essenza della vita.

Forse che lo sforzo produttivo di 6 episodi tutti insieme (le prime due stagioni erano da 3, più uno speciale natalizio una tantum) abbiano compresso la qualità della scrittura e dell’approfondimento, senza riuscire ad arrivare alle estreme conseguenze, senza la cattiveria?

Due episodi si salvano: San Junipero (regia di Owen Harris che aveva girato anche Be right back dal tema molto simile in Black Mirror 2) che solo apparentemente ha un finale consolatorio, lasciandoci prigionieri di chip e circuiti, condannati alla finzione per l’eternità, e Odio Universale he parzialmente riscatta tutta la stagione, praticamente con un film di un’ora e mezza su un destino dispotico in una società che ha superato il punto di non ritorno, quel confine invisibile oltre il quale secondo Einstein non ci sarebbe potuto più pensare a una società sostenibile: l’estinzione delle api. E mio, laboriosi essere del pianeta, inventiamo e interveniamo sulla Natura ,a non siamo in frac di intervenire su noi stessi.

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