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Visioni (di molto) successive/Il capitale umano e il romanzo d’Italia di Paolo Virzì

il capitale umanoTratto da un romanzo dell’americano Stephen Amidon qui adattato per l’Italia, Il capitale umano è il film più amerigano-uozzamericanboy-quiSantiBaylorfromKansasCity di Paolo Virzì. Non solo perché il primo sinceramente “cattivo” ma per la forma racconto. Costruisce un’opera di punti di vista, Virzì, dividendo lo stesso arco temporale in capitoli vissuti da tre punti di vista di altrettanti personaggi: Dino (Fabrizio Bentivoglio), il ridanciano immobiliarista che sfrutta il fidanzamento della figlia con il rampollo dei ricchi della collina per entrare in confidenza con il magnate locale e accedere al “famoso” Fondo finanziario con profitti tra il 40 e il 50 percento; Carla (Valeria Bruni Tedeschi), la moglie dello squalo della finanza, che vive annoiata ed ebbra della sua ricchezza, ma che vuole gustate scampoli d’assenza e si mette in testa di ristrutturare un vecchio teatro e finisce col farsi una scopata con lo scrittore fallito che di quel teatro sarebbe il direttore artistico; Serena (la sorprendente Matilde Gioli, bella e freschissima), la figlia di Dino, che finisce per rivelarci gli elementi essenziali per risolvere il thriller con cui il film si apre ovvero l’identità di chi guidava il SUV che ha travolto e ucciso un cameriere. Ogni prisma decifra un aspetto della vicenda che non conoscevamo, acuendo la nostra conoscenza dell’abisso morale dei personaggi. Altri interpreti sono Valeria Golino e il bravissimo Fabrizio Gifuni.

Si sa il prezzo di ogni cosa e il valore di niente. (Oscar Wilde)

È uno sguardo spietato sull’Italia e su quella classe dirigente, quell’alta borghesia che ha scommesso sulla rovina del Paese e ne ha prosperato. I Bernaschi vivono su una collina ormai spoglia che domina il paese, la loro dacia è l’emblema del loro cattivo gusto; sotto, a valle, la media borghesia vive nell’ambizione di entrare nel giro che conta (la figlia e le partite a tennis sono per Dino la chiave per entrare nel Fondo); sotto ancora il pubblico (la seconda moglie di Dino che va la psicologa in una struttura pubblica ed è in contatto con l’umanità più debole e traumatizzata di questa realtà, i giovani). La piramide sociale è malata e lo capiamo dai piccoli dettagli che la struttura pensata su diversi punti di vista e livelli ci permette di vedere e la causa è aver trasformato che l’uomo in capitale, come ci dimostrano i 200 mila euro e rotti di rimborso che l’assicurazione del SUV dà alla famiglia del cameriere morto. Un capitale umano ormai svalutato e senza valore anche se rimborsabile.

«Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto» (Carla Bernaschi al marito)

È Virzi che fa conoscere il libro Il Capitale umano a Piccolo e Bruni. È un piccolo segnale della provinciale intellighenzia italiana, un dettaglio che avrebbe meritato di finire in sceneggiatura. Però finalmente il regista è moralmente onesto, non si accontenta di denunciare un problema e chiosare “vabbè magnamose er pollo fritto de nonna” oppure “semo na coppietta de zecchette alternativa e comunista, ma forse è mejo se se sposamo ar paesello collo zio sdentato e i cannoli siciliani”. Il finale alternativo raccontato da Virzì sarebbe stato in linea con il suo passato – ovvero Carla che fugge nei boschi lontana dalla ricchezza salvo poi, aggiungo io, fare un divorzio milionario: sarebbe stato il solito finale ipocrita tipicamente virziano. Invece, il regista di Ovosodo e Tutta la vita davanti e Tutti i santi giorni mette le mani nella melma e non distoglie lo sguardo, non indossa la mascherina e, anche grazie a un gruppo di attori eccelso (ma non un film corale perché forse c’è solo una scena del film veramente di insieme, ovvero il consiglio di amministrazione del nascente e già defunto teatro di Carla) disegna finalmente un Paese condannato alla sua realtà, alla sua marginalità, alla sua ignoranza, senza scorciatoie che non siano forse un esame di coscienza, una perenne seduta psichiatrica, una visita al carcere per guardarci sinceri e capire: quanto vale un uomo?

bianca****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.

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