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Agora – Ma da sempre tu sei quella che paga di più

agoraagoraAlzi la mano chi, leggendo la trama di Agora, non ha pensato che Amenabar fosse completamente impazzito. Un film sulla scienziata Ipazia (Rachel Weisz), vissuta nel IV secolo Dopo Cristo ad Alessandria d’Egitto, morta vergine trucidata dai cristiani nelle lotte religiose che sconvolgevano, già all’epoca, l’area, tra il nascente Cristianesimo, i rimasugli del paganesimo e il conflitto con l’ebraismo… Ora potete abbassare le mani, no Silvio tu tienile in alto e non tastare la vicina.

Una palla che neanche in Italia, dove siamo riusciti a fare un film sul diario della figlia di Manzoni o su una poetessa comunista e femminista che si innamora di un poeta malato di nefrite… insomma cose così da darsi una martellata sulle palle piuttosto che andarlo a vedere.

Invece, due ore e mezzo dopo essere stati trasportati lungo una linea del tempo solo metaforica si comprende quanto il regista spagnolo di The Others e Mare dentro abbia fatto centro.

Il primo dato che colpisce è l’allestimento attento e la credibile ricostruzione dell’epoca e di un ambiente culturale. Scenografie immaginate in modo da unire la cultura egizia e la successiva stratificazione di quella greco-romana, con le sue ripercussioni sul pensiero e sull’architettura, attenti anche a “spogliare” dal fasto mosaici e affreschi, dandogli un tono di vissuto e decadente.

Allo stesso modo è vincente l’idea stessa del film con il suo saggio confluire di diversi livelli di narrazione: quello socio-politico con le fazioni in lotta che sfaldano i rimasugli del potere imperiale e stagliano sull’orizzonte le lunghe ombre del nuovo mondo dominato dal fondamentalismo religioso e dal suo oscurantismo (in questo è “illuminante” il parabolano, un monaco guerriero che disegna il proprio universo su credenze e suggestioni piuttosto che sulla base di prove empiriche). Al contraltare c’è Ipazia che, mentre il “suo” mondo va in frantumi e perde il suo ordine, cerca una legge che regoli l’universo, chissà, forse sperando di ricomporre a unità il mondo sotto il cielo stellato. Ed è qui, ancora, che lo stile di Amenabar vince, capace di emozionarti anche nel raccontare le elucubrazioni mentali di una ricercatrice intorno alle regole dell’universo, i suoi sforzi, umani, alla ricerca di una soluzione, sempre guardando con distacco, quasi freddezza, le vicende che si svolgono.

Se Ipazia tenta di intervenire sul suo mondo grazie alla sua influenza ma vede le stragi in strada, gli assassini e gli stupri, Amenabar mantiene il suo sguardo distante, freddo, sconsolato: fa dire a uno dei suoi personaggi “Che ingenuo sono stato a pensare che fossimo cambiati”. E il suo tocco finale, il vero respiro di Agora è negli zoom dall’alto stile Google maps sulla città e nelle inquadrature nello spazio, con questa pietra azzurra che chiamiamo Terra che vaga nelle sua orbita fra le stelle, accompagnata dalle urla disperate di uomini e donne, ma anche dai loro canti d’amore; tutto si disperde nel vuoto dello spazio mentre l’eternità ci condanna alle nostre insignificanti vite perse anelando il potere, uccidendo, ignari di quanto siamo piccoli a confronto dell’universo che si muove secondo le sue regole che non riusciamo a penetrare. Anche noi per Amenabar siamo ignari: ci sentiamo tanto speciali nei nostri vestiti di uomini del XXI secolo ma proprio mentre guardiamo questa pietra che si muove nello spazio di galassia che occupava 1.600 anni fa, appena fuori da casa nostra o a due ore di volo, lo stesso odio, voluttà di sopraffazione, fame di potere, ci schiaccia l’uno contro l’altro.

In questo “spazio” umano, e solo metaforicamente distante nel tempo, c’è il personaggio di Ipazia, realmente esistito ma di cui ci è giunto talmente poco che quello di Amenabar è più una proiezione ideale che uno spunto biografico. Ipazia è una donna e un simbolo, unico anello di congiunzione tra noi e loro, e di quanto può esserci buono nell’Uomo, nella sua umanità quasi antesignana dell’Umanesimo e nella libertà suo strumento, un laico amore per i propri “fratelli” da portare fino alle estreme conseguenze come sempre fino alle estreme conseguenze è la coerenza del pensiero, sempre certa dell’umana pulsione a volgersi verso la luce mentre chi predicava la fratellanza lo faceva con le pietre in mano preparando l’Oscurantismo.

Conclusione

Cirillo, il vescovo di Alessandria d’Egitto: “Voglio che la donna stia in silenzio. È la parola di Dio”

Stefano: “Capito Fra’ è la parola di Dio”

Francesca: “a Ste’, vai a cagare”

americanbeauty*****5 buono
A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla…
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7 pensieri riguardo “Agora – Ma da sempre tu sei quella che paga di più Lascia un commento

  1. Non ho potuto leggere il post perché ancora lo devo vedere il film, per cui il mio commento si riduce al riconoscimento (e grande apprezzamento) della citazione nel titolo!!!un Bennato d'annata, bellissima canzone, bell'accostamento! 🙂

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  2. Non sono tra quelli che possono alzare la mano, così come inciti all'inizio della recensione. Ma sono tra quelli che ovviamente si sono visti ributtare in faccia tutti i dubbi, dato che il film è stato davvero straordinario.

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