The Shards, recensione: gli anni Ottanta vanno in pezzi

Nella Los Angeles di The Shards i ragazzi guidano automobili che noi oggi potremmo permetterci soltanto vendendo un rene, i genitori comunicano attraverso assegni e assenze, la musica è sempre quella giusta e il futuro sembra una festa privata alla quale il resto del mondo non è stato invitato. Poi, naturalmente, arriva un serial killer. Perché anche l’edonismo, dopo un po’, ha bisogno di una trama.
La serie TV disponibile su Disney+ segna l’incontro tra Ryan Murphy e Bret Easton Ellis, due autori che non hanno mai considerato la sobrietà una virtù narrativa. Il primo ama il desiderio, il sangue e gli arredamenti troppo costosi; il secondo ha costruito una carriera raccontando persone bellissime, ricchissime e spiritualmente arredate come un monolocale non ammobiliato. Era un matrimonio scritto nelle stelle. Oppure su una carta di credito American Express.
Tratta dall’omonimo romanzo di Ellis, The Shards ricostruisce in nove episodi l’ultimo anno di liceo di un Bret Easton Ellis diciassettenne, aspirante scrittore ancora costretto a nascondere la propria omosessualità dietro una fidanzata e una vita sociale accuratamente impacchettata. Intorno a lui si muovono gli amici Susan, Thom e Debbie, il misterioso Robert Mallory e il Pescatore, assassino seriale che sta terrorizzando Los Angeles.
Almeno in teoria. Perché il vero pericolo, qui, non è tanto il killer quanto la voce narrante.

The Shards e una voce narrante che racconta troppo
Il romanzo nasce come un mosaico di ricordi. Le “shards” del titolo sono le schegge di memoria con cui Ellis prova a ricostruire l’estate e l’autunno tra il 1980 e il 1981: il proprio coming of age, la scoperta del desiderio, le menzogne necessarie per sopravvivere e quelle inventate per diventare scrittore. È un libro in prima persona, quindi è naturale che la voce di Bret domini il racconto.
Il problema è che la serie ripropone quasi integralmente questo meccanismo, abusando della voce fuori campo fino a trasformare alcuni episodi in un audiolibro illustrato molto costoso.
Bret racconta non solo ciò che pensa e che sente, ed è già un peccato, ma anche ciò che abbiamo appena visto, ciò che stiamo per vedere e, qualche volta, persino quello che sarebbe stato più interessante vedere ma che la serie ha deciso di non mostrarci. È una scelta narrativa pigra perché permette alla sceneggiatura di saltare passaggi, comprimere rapporti e raggiungere rapidamente gli snodi successivi. Quando una scena potrebbe costruire tensione, ambiguità o desiderio, arriva la voce narrante e compila il verbale.
Accade, per esempio, nel rapporto tra Bret e Terry, il padre di Debbie: una relazione centrale per comprendere l’ambizione, la sessualità e l’opportunismo del protagonista, con al cui centro il momento dello stupro che in buona parte è restituito come qualcosa di riferito, ricordato, già filtrato e metabolizzato. Succede ancora nell’ultimo episodio, la cui lunga introduzione viene affidata a un racconto che anticipa un evento destinato poi a essere mostrato. Pensate se Hitchcock avesse scelto di far raccontare a qualcuno la scena della doccia di Psycho.
La voce fuori campo non è sbagliata in sé. Nel romanzo rappresenta l’inaffidabilità della memoria, il cuore di una scelta anche furba di illudere il lettore che quello che legge sia accaduto davvero e il modo in cui Ellis trasforma la propria adolescenza in mitologia personale. In televisione, però, diventa troppo spesso una scorciatoia. Invece di sfruttare immagini, silenzi e corpi, The Shards preferisce prenderci per mano e accompagnarci dentro ogni scena. Praticamente una gita scolastica nell’inconscio di Bret Easton Ellis, con Ryan Murphy nel ruolo della guida che non smette mai di parlare al microfono. E del resto, nell’era dello streaming quando devi consumare una serie tv mentre stiri o labili pavimento, lavico narrante è di aiuto. Praticamente una colf.

Una splendida cartolina dall’inferno degli anni Ottanta
Quando finalmente tace, The Shards diventa molto più interessante. La ricostruzione degli anni Ottanta è sontuosa e quasi horror. Non siamo dalle parti della nostalgia con le musicassette, i ghiaccioli e le biciclette di Stranger Things. Questa è un’America già adulta, drogata di benessere e convinta che il denaro possa sostituire qualsiasi forma di educazione sentimentale. I ragazzi vivono in case enormi, frequentano scuole esclusive, assumono droghe con la naturalezza con cui oggi si controllano le notifiche e hanno genitori troppo impegnati a vivere per accorgersi che i figli stanno precipitando. Il disinteresse si erge a sistema formativo dell’individuo e se pago decine di migliaia di dollari a una scuola privata, che ci pensi lei a dare una educazione.
Le automobili, gli abiti, le ville, i locali e soprattutto la musica non vengono usati come semplici decorazioni vintage. Costruiscono un mondo seducente e putrefatto, una vetrina perfetta dietro la quale qualcuno ha lasciato, in attesa di essere trovato, un cadavere.
Tra i principali riferimenti visivi c’è American Gigolo di Paul Schrader, e si vede. Ritroviamo la stessa Los Angeles levigata, erotica e minacciosa, attraversata da personaggi che sembrano esistere soltanto quando qualcuno li guarda. Il legame diventa ancora più divertente considerando che Robert Mallory è interpretato da Homer Gere, figlio di Richard: il cinema, quando vuole, sa essere meno sottile di Ryan Murphy.
È proprio nell’atmosfera che la serie trova la sua identità migliore. Gli anni Ottanta non sono raccontati con nostalgia, come un cosplay emozionale, ma come una malattia del benessere: colori pastello, synth, cocaina, piscine e famiglie in cui l’unica cosa davvero condivisa è il cognome.
Il cast di The Shards è troppo adulto
Se la confezione funziona, lo stesso non si può dire di buona parte del cast giovane. I protagonisti dovrebbero essere ragazzi diventati adulti troppo presto e, contemporaneamente, ancora troppo giovani per capire le sfide che stanno affrontando. (Dettaglio che la voce narrante ci spiega a più riprese, grazie, ma sforzarsi un po’?). Questa contraddizione è il cuore della storia. Eppure diversi interpreti sembrano semplicemente adulti messi dentro un liceo perché qualcuno, durante il casting, deve aver pensato “ma dai, chi se ne accorge, la tv di suo toglie 5 anni”.
Il problema più evidente riguarda Susan Reynolds, interpretata da Kaia Gerber. Susan dovrebbe oscillare tra sicurezza sociale e fragilità adolescenziale, tra il controllo che esercita sul gruppo e un’identità ancora in formazione. Sullo schermo, invece, sembra uscita da Dallas: un incrocio fra Pamela e Sue Ellen precipitato per errore in una scuola privata di Los Angeles. Un esemplare femminile sicuro di sé, definito, tondo, solo “dormiente”, in attesa di sbocciare ma certa di sapere a quale albero apparite. Più che una post-adolescente è già un’adulta nevrotica, pronta a discutere il divorzio e la divisione delle proprietà petrolifere.
Anche Robert Mallory appare eccessivamente risolto. Homer Gere possiede presenza e fotogenia, ma il suo Robert persegue i propri obiettivi con una determinazione che riduce l’ambiguità del personaggio. Dovrebbe essere contemporaneamente oggetto del desiderio, possibile minaccia e proiezione paranoica di Bret; spesso rimane soltanto un bellissimo sospettato con l’aria di sapere già come finirà la puntata.
Igby Rigney regge meglio il peso di Bret, soprattutto quando deve far convivere paura, desiderio e ambizione. Tuttavia anche la sua interpretazione viene limitata da una sceneggiatura che preferisce spiegare continuamente il personaggio invece di lasciargli lo spazio per esistere.

Evan Rachel Wood e Wes Bentley salvano gli adulti
Molto più efficace è il cast adulto. Wes Bentley conferma ancora una volta di essere un attore ampiamente sopra la media e anche uno di quelli che Hollywood sembra ricordarsi di possedere soltanto quando Ryan Murphy o Taylor Sheridan aprono un cassetto.
Il suo Terry Schaffer è affascinante, viscido e vulnerabile nella stessa inquadratura. Bentley riesce a rendere credibile un uomo abituato a trasformare ogni rapporto in uno scambio di potere, senza ridurlo a una semplice macchietta predatoria.
Jordan Roth è magnifico nei panni di Steven Reinhardt, assistente di Terry e aspirante sosia di Andy Warhol. È un personaggio costruito attraverso minimi dettagli: il modo di muoversi, di osservare e di occupare uno spazio senza appartenervi davvero. Ogni sua apparizione introduce quella dose di disagio che la serie cerca spesso con mezzi molto più rumorosi.
Poi c’è Evan Rachel Wood, che interpreta Liz Schaffer con una miscela perfetta di disperazione, lucidità e privilegio. La sua è probabilmente la performance più completa della stagione: rende visibile tutto quello che il personaggio non riesce a dire, dimostrando quanto The Shards funzioni meglio quando si affida agli attori invece che al commento fuori campo. Le scene in lingerie, inoltre, valgono da sole una parte consistente del prezzo mensile di Disney+. Anche la critica cinematografica, ogni tanto, deve fare i conti con l’economia domestica.
L’ottavo episodio mostra la serie che poteva essere
La discontinuità di The Shards emerge con particolare chiarezza confrontando gli episodi più deboli con l’ottavo, il migliore della stagione.
Qui la scrittura prova finalmente a tradurre il romanzo in linguaggio televisivo. Un compito scolastico permette di mettere in parallelo le vicende dei protagonisti con alcune tragedie shakespeariane, facendo dialogare desiderio, tradimento e identità senza limitarsi a spiegarli. La letteratura non viene citata per dare una passata di cultura alta sopra il teen drama, come il parmigiano sulla pasta al tonno, ma diventa struttura narrativa.
È la dimostrazione che esisteva un’altra strada. La serie avrebbe potuto scomporre davvero la memoria di Bret, giocare con le contraddizioni del narratore, lasciare che lo spettatore ricostruisse le schegge senza ricevere continuamente le istruzioni di montaggio.
Invece alterna intuizioni notevoli a episodi che cercano di arrivare il prima possibile alla scena successiva. Non manca la materia; manca la fiducia nelle immagini.
The Shards: una serie seducente ma irrisolta
The Shards resta un oggetto affascinante. La collaborazione tra Ryan Murphy e Bret Easton Ellis produce una Los Angeles sensuale e funerea, popolata da adolescenti ricchi che hanno tutto tranne gli strumenti emotivi per capire cosa stia accadendo loro. La ricostruzione storica, la musica e il cast adulto riescono spesso a rendere magnetica anche una narrazione inceppata.
Ma la serie non trova un equivalente televisivo della prima persona del romanzo. La voce narrante, invece di frantumare la memoria e renderla inaffidabile, finisce per ricomporla troppo ordinatamente. Spiega, collega, anticipa. Toglie mistero proprio a una storia costruita sull’impossibilità di stabilire dove terminino i ricordi e comincino le bugie.
Ne rimane una serie bellissima da guardare, piacevole da ascoltare e molto meno audace di quanto vorrebbe sembrare. Un American Gigolo adolescente attraversato da Shakespeare, Dallas e un true crime, con Ryan Murphy che continua a sussurrarci all’orecchio cosa dobbiamo pensare.
Le schegge ci sono. Il problema è che qualcuno ha già provveduto a incollarle prima di lasciarcele toccare.
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