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Judas and the Black Messiah

judas locandinaJudas and the Black Messiah è la storia della (breve) vita dell’attivista politico delle Pantere Nere Fred Hampton e del suo “Giuda”.

Siamo nel 1967, Bill O’Neal (Lakeith Stanfield) è un ladruncolo di colore di Chicago, che ha ideato un metodo per rubare automobili: si spaccia per agente dell’FBI, mostra un distintivo fasullo e “requisisce” il veicolo. Di certo Bill O’Neal non vincerà mai il premio Nobel per indiscussi meriti nel campo del progresso umano, difatti lo beccano. L’agente dell’FBI che lo interroga, Roy Mitchell interpretato da Jesse Plemons, gli paventa millemila anni perché fingersi agente federale è un reato molto grave e gli propone: invece della galera, infiltrati nella locale sezione delle Pantere Nere, guidata da Hampton, e diventa un nostro informatore. Ovviamente Bill prende la pillola blu e inizia a frequentare il gruppo politico.

Siamo in un momento particolare della Storia degli Stati Uniti. il presidente Kennedy è stato assassinato, Martin Luther King e Bob Kennedy lo sarebbero stati di lì a poco, nel luglio del 1967 si verificò la rivolta di Detroit, un anno dopo a Chicago ci furono i disordini durante la convention del Partito Democratico che portarono al processo dei Chicago Seven, che è diventato nel 2020 un film scritto e diretto da Aaron Sorkin in cui riecheggia anche la storia del nostro protagonista, Fred Hampton.

Fred non si rilassa mai. Quando lo incontriamo, all’inizio di Judas and the Black Messiah, ha 19 anni e incendia Chicago con i suoi discorsi politici inneggianti alla rivoluzione. Per Hampton la causa dei neri è la causa di tutti i diseredati dell’impero americano e presto inizia a raccogliere attorno a sé e alle Pantere Nere gli ispanici, le gang cittadine, i bianchi ai margini. È il sorgere di quel Messia nero che il direttore dell’FBI J. Edgar Hoover teme possa coagulare intorno a sé e al suo progetto politico le masse di stanchi, i poveri e le masse infreddolite, capeggiando una rivolta. Hoover è interpretato da Martin Sheen con un pessimo, pessimo trucco e parrucco, a un certo punto sembra gli si possa staccare un pezzo di naso o di guancia dalla faccia, ma per fortuna lo vediamo sullo schermo solo due volte e quindi sta cosa la perdoniamo al regista Shaka King.

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Cosa succede quindi in Judas and the Black Messiah? Shaka King (che ha sceneggiato il film insieme a Will Berson) ci mostra la vita, le opere e soprattutto le parole di Fred Hampton attraverso gli occhi del “Giuda” che lo tradirà. E sì (SPOILER) perché O’Neal tradirà Hampton, aiutando l’FBI a compire quella che altro non è che una spietata esecuzione di un leader politico di “opposizione” al sistema USA.

Hampton a un certo punto dice “puoi uccidere un rivoluzionario ma non puoi uccidere la rivoluzione”. Shaka King e forse la Storia stessa non sono d’accordo: la morte di Fred Hampton portò alla fine di quel movimento politico, anche se le sue idee rimangono vive e attuali. Il suo Giuda, Bill O’Neal, inizia un percorso non solo di tradimento, ma anche di emancipazione e presa di coscienza politica che, se da una parte lo inducono a d alzare sempre più la posta con l’FBI, a chiedere soldi per le informazioni e iniziare ad assaggiare un po’ di quel benessere che il sistema USA garantisce, dall’altra vive drammaticamente il ruolo impostogli dalla Storia, il piano inclinato iniziato dal peccato originale di essere un ladro ed essere stato beccato, una discesa che lo condurrà a dare quel “bacio” che condannerà il Messia nero.

In diverse occasioni, Shaka King utilizza punti di vista e soggettive che ci mettono al fianco e nei panni stessi di O’Neal quasi a dirci “voi avreste fatto lo stesso, merde, è inutile che giudicate”. Il Messia nero invece è narrato visivamente nel suo ruolo di “rottura”: durante i suoi comizi entra ed esce spesso dai primi piani stretti in cui cerca di contenerlo King, riuscendo al tempo stesso a farci empatizzare fortemente con lui e le sue parole, ma evidenziando come rappresenti una figura che rompe i confini stessi dello schermo, impedendo alla cinepresa anche di metterlo a fuoco, effetto moltiplicato dai riferimenti al nostro presente,  quanto ancora sia attuale il tema del razzismo, della polizia violenta e degli esclusi dalla società che cercano di sviluppare una propria coscienza politica. Al tempo stesso, Fred è narrato nel privato come un ragazzo timido, innamorato di un’attivista e poetessa, Deborah Johnson, punito ulteriormente dal non poter vedere nascere quel figlio che oggi porta il suo stesso nome, come né lui né i suoi eredi hanno mai visto la rivoluzione che invocava e profetizzava.

Meravigliose le interpretazioni: David Kaluuya ha vinto l’Oscar come Miglior attore non protagonista per il suo Fred Hampton, ma altrettanto meritevole era il Bill O’Neal di Stanfield.

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