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Toy story 4 – L’amicizia salverà la Pixar

toy story 4 locandina posterAbbandono, rinascita, diventare grandi e affrontare le sfide, a ogni età, non fidarsi dei giocattoli che nell’oscurità osservano e giudicano. Ritorna una delle saghe più solide della storia del cinema: Toy Story ha avuto poche cadute, a eccezione forse dell’uomo vestito da gallina nel secondo film… ritorna Toy Story e per Pixar/Disney è subito bancomat, settimo sequel su 12 titoli prodotti dal 2010 a oggi, e facciamo uno sforzo a considerare “film” Il viaggio di Arlo. 

Ma cosa vuole dirci la Pixar con Toy Story 4 oltre a “Ricoprimi di soldi”? La storia dei giocattoli che si muovono e parlano quando noi non guardiamo racconta sempre di più qualcosa dei bambini diventati genitori e degli stessi genitori ormai diventati dei dipendenti mobbizzati o disoccupati o pensionati morti di fame o pensionati tornati a lavorare come consulenti nelle loro vecchie aziende, tutti coloro che, ormai 24 anni fa, iniziarono a seguire le avventure di Woody e di Buzz. Chiarisce qualcosa della Disney Pixar stessa: solo 4 titoli su 21 hanno riguardato eroine femminili (Brave, Inside Out, Alla ricerca di Dory e Gli Incredibili 2), ma dopo l’esplosione del caso Lasseter – piccolo Weinstein a cartoni animati – il tasso di film al femminile è aumentato e anche Toy Story 4, dopo Gli Incredibili 2, è coniugato al femminile. Lì, Elastigirl lascia a casa Mister Incredibile a badare ai figli mentre lei parte per salvare il mondo. Qui, Woody ritrova la vecchia fiamma Bo Peep ed è lei a essere decisiva nei cambiamenti nell’esistenza di tutti. 

Toy Story 4 inizia con un prologo. Nove anni prima Bo Peep fu lasciata andare verso una nuova casa, perché Molly, la sorellina di Andy, non aveva più bisogno di lei. È Bo che spiega a Woody “È il momento di un nuovo bambino”, rendendo vano l’ennesimo tentativo di salvataggio della vita da capo branco dello sceriffo dei giocattoli.  

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Ai giorni nostri, Woody è sempre più in secondo piano nella cameretta di Bonnie, spesso è abbandonato nell’armadio a parlare con i vecchi giocattoli (nel cast originale delle voci sono state cooptate leggende come Mel Brooks, Betty White, Carl Reiner e Carol Burnett, anche qui il presente che parla al passato); intanto la bambina deve iniziare l’asilo e lo sceriffo sa che grande cambiamento rappresenti il primo giorno di “scuola”, così decide di seguirla, nascondendosi nello zainetto. 

A scuola, partecipa involontariamente alla creazione di un nuovo giocattolo con materiale di scarto finito in un cestino. È un “miracolo” ed è subito Blade Runner 2049: la piccola Bonnie prende una forchetta di plastica dalla spazzatura, uno stecchetto di un gelato e una gomma da masticare e “crea” Forky. L’atto d’amore di Bonnie trasforma l’immondizia in un giocattolo, in un nuovo amico. (Che Bonnie da grande possa diventare sindaco di Roma. Noi tutti, la Raggi in primis, speriamo e preghiamo.) Come tale, parla e si muove come tutti gli altri, ma gli inizi sono duri. Forky è spazzatura e alla spazzatura vuole tornare. Woody lo accudisce, finché, durante un viaggio in camper, i due non si smarriscono. 

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“Non si perdono un po’ troppo spesso questi giocattoli?”. L’innocenza di mia figlia al termine della visione di Toy Story 4 riassume uno dei (pochi) limiti della saga Pixar. Smarrirsi è la tragedia suprema di un giocattolo, perdere il proprietario, il compagno di mille giochi. E lo stesso è per il bambino che nel giocattolo non solo gioca, ma riversa se stesso, impara a conoscersi e a scoprirsi. Ai giocattoli (e ai bambini) di Toy Story accade troppo spesso. Ma non è poi così la vita? Un continuo perdersi e ritrovarsi e cambiare e continuare a tifare per una squadra che non vince mai e #maiunagioia e nel frattempo il nuovo Paolo Maldini viene ceduto alla Juventus? Scusate, mi sono lasciato prendere la mano… 

Eppure c’è vita dopo la stanza dei giochi, lo dimostra Bo Peep, a sorpresa di nuovo nella vita dei nostri eroi: ha imparato a vivere di espedienti in un parco giochi vicino a un luna park itinerante. Lei non è più smarrita o abbandonata, ha trovato se stessa, è padrona del suo destino. Ora l’avventura è liberare Forky, prigioniero di un nuovo cattivo, un “nuovo” Lotso che ha trasformato un tranquillo negozio di antiquariato in una sorta di lager da cui sembra impossibile fuggire, la bambola Gabby Gabby. 

È un altro dei toni horror che hanno puntellato una saga che dell’incrocio dei generi e delle citazioni ha fatto uno dei suoi punti di forza (invitiamo a trovare le citazioni da Star Wars presenti in Toy Story 4, a partire proprio da Bo Peep che, nelle movenze, ricorda molto la Rey dell’ultima trilogia). 

Tutto in Toy Story 4 non sembra quello che è, spesso smarrirsi è solo uno dei drammi, è molto peggio essere rotti. Il sorprendente motociclista (e canadese) Duke Caboom soffre da ansia di prestazione dopo che, in un lontano Santo Stefano, fallì il salto della morte di fronte al suo bambino. La villain Gabby Gabby è una bambola rotta, che non ha mai potuto sentire il caldo abbraccio di una bambina o giocare con lei a prendere il tè. A proposito, ma che gusto c’è a giocare a prendere il tè? Davvero, ma che roba è? Ok, scusate, mi sono fatto prendere la mano. 

E se la cattiva (ma non troppo) e l’eroina e anche le aiutanti sono donne, e sono le bambine a possedere i giocattoli e se uno dei pochi personaggi maschili è il papà di Bonnie che, poco ci manca finisca in galera, Toy Story 4 non racconta solo la crisi Pixar con il #metoo o il peso di lasciar andare il padre-Lasseter. Toy Story è sempre e soprattutto una storia di amicizia, ma non solo tra bambino e giocattolo, ma tra Woody e Buzz, una delle più grandi amicizie mai raccontate sul grande schermo, che ancora una volta scalda il cuore e inumidisce gli occhi, di grandi, piccini, pensionati, disoccupati, inoccupati, redditi di cittadinanza, padri coi sensi di colpa e tutti gli altri, perché un giocattolo è per sempre, come un amico. 

bianca nanni moretti pagelle stellette cinema coccinema****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura:magari non serve, ma è sublime.

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