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Visioni successive/Lincoln/ Let’s party like it’s 1899

lincolnLincoln di Steven Spielberg è una lezione di storia. Una serie di scene, episodi, racconti magniloquenti su come un uomo politico che perseguiva un obiettivo è riuscito a lasciare una traccia nella storia, gettare un seme che oggi vediamo prepotentemente germogliare. E soprattutto un film che al di là della pulsione storiografica, vive sulla interpretazione di quello che dati alla mano e sensazioni nel cuore è il più grande attore vivente. Daniel Day-Lewis non interpreta, Daniel Day Lewis è; aderisce completamente nella sua idea di personaggio, lo permea di pulsioni drammatiche e ne rende un ologramma per il nostro tempo. Le guance, le pieghe pensose e penose della fronte, le mani… Si potrebbe raccontare molto circa quelle mani da ciabattino che risuolano la sostanza di un personaggio. E dire che qua di sostanza ce ne era molta, ma aiutato dalla sceneggiatura di Tony Kushner, Day-Lewis ha restituito un Lincoln pieno di dubbi e di determinazione. Un uomo shakespirianamente logorato dalla responsabilità, il peso dei morti e dei destini dei vivi, il futuro di chi rimarra, il dolore delle vedove e degli orfani. Così, è sorprendente la vena ironica del Presidente: se al nome di Lincoln la mente corre alla monumentale statua di marmo di Washington (e per fortuna non a quella porcata arrivata al cinema che lo vuole cacciatore di vampiri) Day Lewis ci sorprende con un uomo spiritoso e impegnato nel curare la sua famiglia oltre ad essere il padre di una nazione.

Tutto il resto è una raffinata noia. Spielberg racconta la gestazione alla Camera dei Rappresentanti del XIII Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America che abolisce per sempre la schiavitù: lo fa dando potere alla parola, aulica e ieratica del Presidente, ma anche ai mezzucci della politica, gli strumenti di pressione che spesso in Italia facciamo finta di non vedere. Per una volta trovo illuminato non aver dato a Spielberg la statuetta per la miglior regia: dimessa e modesta.

Lincoln è un film di voci e di parole, di accenti e di sottigliezze lessicali, di compromesso utile per compiere un primo passo. E nella sua lezione non dimentica di far risuonare i nomi di chi ha votato sì e di chi ha votato no, chi lo ha fatto per egoismo e di chi si era votato a una causa superiore fino ai festeggiamenti, i cappelli in aria, Let’s party like it’s 1899.

Lincoln non sembra nemmeno un biopic, essendo limitato a quattro mesi – fondamentali – della presidenza. Alla morte (anche qui spero di non spoilerare per nessuno) ce lo restituisce nel letto in una posa senza ferite, quasi un Cristo risorto, risorto nel messaggio e in quanto ha lasciato all’umanità.

La battuta
Credo sia ora di andare anche se vorrei restare

**** La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare

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