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Visioni (di molto) successive/The dangerous lives of Son, Kid e Boy

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Se dovessi scegliere un motivo per cui mi piacciono i film di Jeff Nichols probabilmente direi perché si prendono tutto il tempo che serve per tratteggiare un personaggio, un paesaggio, una situazione ma non durano mai troppo e sono sempre essenziali. È Raymond Carver al cinema, è minimalismo delle immagini.
Shotgun Stories racconta della faida tra due famiglie di fratellastri. Alla morte del padre che ha abbandonato la prima moglie e i suoi tre figli per ricostruirsi una vita con un altra donna, fornicare, riprodursi e lanciare osanna a Nostro Signore, il più grande della prima nidiata si presenta al funerale, chiede di poter parlare e sputa sulla tomba del padre. Da qui, le due famiglie entrano in un vortice di odio e vendette che costerà delle vite fino a quando uno dei fratelli non crede in un vero atto di fede: forse le colpe dei padri possono non ricadere sui figli e una possibilità di cambiare la propria esistenza e quella di coloro che amiamo c’è sempre, semplicemente alzando le mani di fronte a tre fucili spianati.
Non si svolge a New York questa storia di maledizione e redenzione ma in una minuscola comunità, una strada, uno spaccio, un distributore di benzina, un lavoro, casette prefabbricate con giardino malcurato. Nella lotta per sopprimere l’altra famiglia, sorprende la voglia di riscatto, di sogno, che scorre potente nelle vene di tutti i personaggi. I tre figli abbandonati sono Son, che lavora in un’azienda di pesce e cerca un sistema per battere il banco del Casinó ed è interpretato da Michael Shannon; i suoi fratelli sono Kid – che sebbene non abbia nulla da offrire vuole sposare la sua Cheryl – e Boy che allena una squadra di basket e studia uno schema per battere la difesa schierata a zona. Con dei nomi del genere – pensate a quanto fosse ubriaco il loro vecchio quando li ha registrati all’Anagrafe – è evidente che poi sputi sulla sua bara quando muore.
“It’s not gambling, it’s a system” ripete Son; Michael Shannon incede zoppo, mentre Nichols, che lo ha voluto anche in Take Shelter, lo cerca sempre con inquadrature difficili, tra porte e finestre. I paesaggi e la campagna sono desolati, deserti, solitari, spogli come gli uomini che lì, dentro a quel mondo, si muovono affogando come dentro un acquario. Ma non è solo questo. Ci sono consigli da fratello a fratello, frasi quasi epiche (“La vita è troppo lunga per due persone sole”), momenti divertenti e altri drammatici e altri ancora così, in cui si guarda l’orizzonte e ci si chiede: Cosa c’è oltre tutto questo? Chi lo sa… forse un altro film di Jeff Nichols!

bianca 2 ****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.

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