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Visioni (di molto) successive – Perchè uno si incazza a vedere Fassbender con il pipino di fuori trattato come manco in un qualsiasi penitenziario italiano

Con un nome così, Steve McQueen potrebbe fare qualsiasi cosa: organizzare una grande rapina al treno, candidarsi alla presidenza di qualche Nazione di lingua inglese, fare il regista. Michael Fassbender, invece, con quella faccia e l’attitudine a stare mezzo nudo appena c’è l’occasione, sembra un terzinaccio austriaco che capita nel paese dei tronisti e ii reality e diventa un personaggio. Invece, non capisci la sua effettiva forza di attore, non di podista della fascia laterale di un campo di calcio, se non vedi Hunger, il film in cui interpreta l’attivista nordirlandese Bobby Sands, che si lasciò morire di fame in prigione affinchè fosse riconosciuto lo status di prigioniero politico e a tutti gli incarcerati di terrorismo nella guerra tra IRA e governo britannico.

È guardando film come Hunger, o Nel nome del padre o Sunday Bloody Sunday, che capisci che tutti i governi fanno schifo e che quello inglese di porcate ne ha fatte tantissime.

McQueen racconta le proteste in carcere di Sands e i suoi accoliti (o mamma che parola, sembro Rondi) con scientifica semplicità: poche inquadrature, crudezza e crudeltà didascaliche. Sono molte le cose che rimangono addosso dopo la visione del film. La violenza, su tutto, un mondo privo di amore, forse di devozione, un universo che si è avvitato su se stesso probabilmente a causa delle condizione di vita dei carcerati e di lavoro dei carcerieri, spietati e induriti da una situazione inconciliabile con la tutela del benchè minimo diritto umano. E McQueen si sforza di dipingere anche i “cattivi” come persone normali, mentre fanno colazione la mattina con salcicce, uova e bacon, hanno una moglie e una madre catatonica in ospizio a cui portare i fiori. Ma al di là di questo, dicevo, ci sono due scene che mi hanno colpito: l’ispezione corporale con le forze speciali che picchiano i prigionieri e battono con i manganelli sugli scudi di plastica, con il suono che rimbalza contro le mura e stordisce tutto e tutti; il dialogo tra Fassbender/Bobby Sands e il prete/Liam Cunningham (che è nella seconda stagione di Game of thrones nel ruolo di Davos Seaworth), quando il primo annuncia la decisione dello sciopero della fame, una scelta decisiva che porterà lui e i suoi compagni alla morte. Il dialogo è meraviglioso umanamente, nel confronto tra la certezza laica nella libertà e la disponibilità a morire per essa e per un’Irlanda libera da una parte e l’amore cristiano a caritatevole del prete che cerca di dissuadere Sands da un atto estremo, in sostanza dal suicidio. McQueen riprende i due a un tavolo, seduti l’uno di fronte a l’altro, in un lungo e tesissimo piano sequenza (anche se si tratta di un’unica inquadratura fissa, molto teatrale) che stupisce per intensità e ti resta addosso. Un po’ come tutta la fisicità del film, i suoni assolutamente sconvolgenti, i corpi massacrati che diventano testimonianza, i gesti di cura o di disprezzo per il corpo di un terrorista o un martire a seconda dei punti di vista (come è trattato dagli infermieri che sono vicino a Fassbender/Sands alla fine, chi dolce, chi brutale con un mucchio di ossa ormai fragile). Una fisicità espressa anche attraverso la sporcizia che decora le pareti delle celle come fosse un’installazione artistica (i prigionieri rifiutavano qualsiasi forma di igiene, rifiutavano di vestirsi e spargevano i loro rifiuti intorno a sè e nella prigione) o l’urina, che scorrendo sotto le porte di ciascuna cella, si unisce in un unico rivolo lungo i corridoi del carcere, testimonianza maleodorante di un mondo in disfacimento.

****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura:magari non serve, ma è sublime.

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