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Prima visione – Ho appena visto Marilyn Monroe nuda e tu, Emma Watson, sei una cozza

My week with Marilyn – sinteticamente in italiano Marilyn – è il racconto della settimana che un giovane aiuto regista, Colin Clarke, trascorse vicino a Marilyn Monroe quando l’attrice si recó in Gran Bretagna per girare Il principe e la ballerina al fianco di Laurence Olivier. Il titolo italiano perde un po’ il senso del racconto stesso.
E in effetti il senso del film è quello. Protagonista assoluta è Marilyn, superbamente interpreta da Michelle Williams, con i suoi dubbi, le sue ansie, le sue pillole, il suo sex appeal. Simon Curtis ci restituisce un ritratto classico, dell’attrice insicura, piena di dubbi sul suo talento, con un’insopprimibile esigenza di fuggire dal ruolo cucitole addosso della bonazza svampita, senza amici, senza una famiglia, con alle spalle tre matrimoni sbagliati sebbene l’ultimo marito sia fresco di tre settimane. Tutto visto e sentito. Così come la pavida storiella d’amore tra lo stesso Clarke e l’attrice, scontata come i consigli di chi sta vicino al ragazzo e che lo invitano a non bruciarsi esponendosi troppo alla fiamma della bellezza. Scontata come chi si ritrova la Monroe nuda davanti agli occhi e poi la s’era va a ballare con quella cozza di Emma Watson, e per la cozza perde interesse. E se l’amore adolescenziale è la traccia principale, tra le righe Curtis affiora sociologicamente l’impatto della Monroe sulla cultura dell’epoca: ovunque andasse ognuno voleva un pezzetto di lei; lo stesso Olivier cercava attraverso Marilyn di rivitalizzare la sua carriera, entrambi rappresentanti di due mondi che entravano in rotta di collisione: la vecchia Inghilterra che era pronta a farsi travolgere dai Beatles si dibatteva contro i sepolcri imbiancati di una cultura che moriva: la stessa Marilyn con la sua nudità spesso ostentata, la sessualità sovraesposta, il suo successo globale, cambia le carte in tavola, mette in pericolo matrimoni come quello di Vivian Leight con Sir Laurence, spinge chi le è accanto “ad essere migliore”, un mondo talmente incapace di comunicare nel nuovo linguaggio che si sta imponendo del mondo da “ringhiare anche quando sorride”.
Alla fine Curtis con tutta questa carne al fuoco – e ce ne è ancora molta e anche interessante come quei meccanismi interni allo stardom come il terrore del palco e della cinepresa, i pessimi rapporti di Olivier con il metodo Stanislavsky, l’ossessione per il corpo che corrompe della Marilyn, così tanto da essere “tenuta d’occhio” da questo o da quello – Curtis, dicevamo, finisce per essere fagocitato dall’amore per il personaggio principale e il suo interprete, che con una prova degna della migliore tradizione del biopic ci restituisce una proiezione di una diva, una Marilyn così come ce la aspettiamo: fragile, inerme, piena di dubbi e insicurezze, affascinante e sicura di se solo nei panni di quel personaggio che l’ha divorata. La Williams si dimostra deliziosa anche e soprattutto nei numeri musicali che danno un tocco di magia che ammalia sotto un incantesimo oscuro il film e noi tutti ancora innamorati di quella icona.

**½ Non sei andato malissimo ma neanche troppo bene… come il Tottenham

Il metodo e le difficoltà con Olivier

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