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Il profeta – L’ineludibilità del corso del destino

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Sabato 27 marzo 2010, intorno alle 20e30, carico sulle mie spalle uno zaino enorme, pieno di soddisfazione calcistica e di benessere spirituale suscitato dal 2 a 1 con cui la Roma ha liquidato l’Inter e il suo arbitro Morganti. Sapete? Quella tranquillità interiore e quella sensazione di leggerezza che possono dare 45 gocce di Xanax lasciate a riposare sotto la lingua? Beh, quella!!! Lo prendo tutto insieme e lo dirigo verso il cinema Alhambra dove proiettano “il collezionista di stelle”, il film che, ovunque giro il mio sguardo, trovo un blog che lo incensa; il film che è piaciuto anche al mio capo, non esattamente uno che pasteggia roba raffinata quando si spengono le luci in sala, uno per cui Shawn Levy potrebbe essere un anagramma di Martin Scorsese. Insomma, porto al cinema Alhambra un bagaglio di pace interiore senza limiti ma anche di entusiasmo – se non lo avete capito la Roma ha battuto l’Inter nella partita dell’anno e, io, sì io il vostro affezionatissimo, tifo Roma tifo Roma alè alè – ma anche di aspettative costruite su decine di stelline assegnate a Il Profeta.

Ed eccola lì la trappola, l’aspettativa. L’aspettativa delusa di vedere un film ambientato in un carcere e trovare una situazione da collegio femminile: niente stupri sotto la doccia, ad esempio; diamine!, tutto l’immaginario collettivo sulla vita in carcere è incentrata esattamente sul panico da penetrazione, il sacro terrore di chinarsi a raccogliere una saponetta… invece ne Il Profeta troviamo docce singole, con la porta; il massimo della molestia sessuale è “fammi un pompino in cambio di un po’ di fumo”… cioé, diciamocelo, in qualsiasi redazione o ufficio o magazzino d’Italia accade di peggio, perfino nel Consiglio dei Ministri della Repubblica accade di peggio, figuratevi in una prigione italiana, dove sono in 10 per cella. Ah sì, dimenticavo, camere singole, ovviamente, addirittura con la televisione e visita di signorine molto disponibili in minigonna jeans (sì, avete capito, prostitute, come a Palazzo Grazioli). Insomma, ma che carcere è? Dove è “Prima di mezzanotte”? A me “Prima di mezzanotte” non mi ha fatto dormire per una notte intera; a guardare ‘ste galere francesi quasi quasi viene voglia di sgozzare qualcuno e farsi rinchiudere.

Insomma, una situazione da educande per raccontare l’ascesa di Malik, giovane teppista che entra in prigione a 19 anni, senza avere nulla, nemmeno le scarpe, e ne uscirà 5 anni e mezzo più tardi da padrino della malavita locale. Un’ascesa raccontata in due e mezza e lunghissime ore. Sia chiaro, non voglio stare qui a fare l’arido e a dirvi che c’è più sostanza negli affondi sulla fascia di John Arne Riise. Il Profeta è girato con una maestria incredibile quasi come quella con cui David Pizarro ha fatto girare la testa e le palle ai centrocampisti dell’Inter. Jacques Audiard sceglie la strada più difficile per raccontare l’ascesa del “suo” padrino: tagli di inquadratura strettissimi, con la cinepresa che ineludibilmente incrocia il percorso (e il destino) dei personaggi. Costruisce tutto intorno alla dicotomia dentro-fuori, come le celle e il cortile, ma anche il carcere stesso e il mondo fuori. Lo comprendiamo subito, dal primo momento, quando Malik vede gli ultimi scampoli di libertà attraverso le grate del cellulare della polizia. Ma il film di Audiard non è solo magistralmente girato (ricordo solo le due scene clou: lo sgozzamento di Reyeb, un’animalesca lotta per la vita, e la sparatoria nel SUV costruita con un talento unico, lo stesso con cui ha condotto il suo occhio per due ore e mezza dentro il carcere). Anche la sceneggiatura è magistrale: racconta un mondo diviso in tribù, un’esaltazione delle teorie hobbesiane ma anche superomistiche. Non solo, la progressiva presa di coscienza di Malik, della propria forza e delle proprie capacità, il piano diabolico per edificare il proprio dominio, i piccoli gesti e le piccole frasi gettate qui e là come semi per arrivare a raggiungere il proprio obiettivo… però, tutto senz’anima, senza mai tenerci col fiato sospeso, certi dell’ascesa di Malik, solo il tempo (tanto tempo, sic) e sostanzialmente senza un brivido, una scossa, un sussulto; sostanzialmente io un poco mi sono annoiato, lo scrivoe me ne vergogno, ma è la verità. Senza contare, però, che qua e là qualche spunto per una risata involontaria fa capolino.

Come il rito del caffè che sembra uscito direttamente dalla canzone Don Raffé di De André, oppure il dialetto corso, a quanto pare parente stretto del siciliano… a me ha fatto tanto ridere, senza contare la zingara che, come ha notato mia moglie Francesca, vive insieme ad una banda di criminali ma non sa pulire le macchie di sangue… ma come? Vivi con dei banditi e non sai togliere una misera macchia di sangue? Vedi quanto è importante trovare qualcuno con cui condividere la vita che sappia come togliere le macchie di sangue?

 

 

3 e mezzo buonostar wars pagelle cinema film***&1/2

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One thought on “Il profeta – L’ineludibilità del corso del destino Lascia un commento

  1. Il tuo 3 e mezzo lascia travisare un apprezzamento però maggiore delle parole che hai usato :)Per me un filmone, roba grossa, con tutta la preparazione dell'omicidio con la lametta da standing ovation.Premio a Cannes meritatissimo.

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