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Alley Cats su Netflix: recensione della serie sui gatti di Ricky Gervais 

Alley Cats non perde tempo con le complicazioni: la serie animata Netflix scritta e diretta da Ricky Gervais ha praticamente due location. Una casa abbandonata dove i gatti guardano la televisione, si insultano e discutono di vita, morte e dell’auspicabile estinzione del genere umano; e la città, dove bighellonano, combinano guai e raccolgono nuovi argomenti per continuare a insultarsi.

Alley Cats: trama e personaggi della serie di Ricky Gervais

Sei episodi lunghi meno di 20 minuti. Gervais doppia Gus, il capo branco e filosofo suo malgrado; Fang (Andrew Brooke) sempre pronto a buttarsi in una rissa; Puke (David Earl) disposto a infilare il suo pisello in qualsiasi vagina; Olive (Diane Morgan)vive serenamente qualche metro sopra la realtà;  Ponce (Tom Basden), invece, è il privilegiato del gruppo: ha una famiglia, mangia regolarmente e viene perfino spazzolato. Praticamente il borghese del quartiere. 

Le loro giornate si svolgono in una casa abbandonata dove inspiegabilmente funziona ancora la televisione: i randagi trascorrono il tempo a prendersi in giro tra di loro, scambiarsi opinioni, sensate o meno, sulla vita e la quotidiani, commentare le notizie del telegiornale. 

La loro routine cambia quando al cimitero – altro luogo di ritrovo dove cacciano i topi – incontrano Kitten (Jo Hartley), gattina smarrita in cerca della sua casa. Riluttante, Gus prende la micia sotto la sua ala protettiva, sviluppando suo malgrado un rapporto genitoriale, ma proprio quel rapporto gli permette di mettere a frutto tutta la sua enciclopedia portatile di cinismo, fallimenti e piccole verità sulla vita.

Alley Cats funziona? Il cinismo di Gervais incontra il sentimentalismo

E se le giornate dei mici fuggono via leggere e sboccate, con insulti di ogni tipo, alla fine Gus e gli altri mostrano il loro lato romanticone attraverso le lezioni impartite alla piccola del gruppo, come quando Kitten è spaventata dalla morte e Gus la rincuora spiegandole che noi viviamo nei ricordi di chi ci ha conosciuto e amato. Ed è proprio qui che Alley Cats scopre il fianco. Gervais parte con le unghie fuori, ma ogni tanto le ritrae per accarezzare lo spettatore. Il cinismo rimane, la cattiveria pure, però quando arriva il momento di affondare il morso spunta sempre una piccola morale sulla vita, sull’amore e sulla morte e la caducità della condizione umana… felina! State vomitando i croccantini anche voi?

Non è necessariamente un difetto mortale — è ormai parte integrante del Gervais post-After Life — ma impedisce alla serie di diventare davvero feroce. Alley Cats mostra i denti, insomma, però difficilmente morde.

Funziona soprattutto la chimica tra i doppiatori. Le voci sono state registrate insieme e si sente: dialoghi, sovrapposizioni e tempi comici hanno la naturalezza di cinque amici al pub dopo la seconda pinta, quando qualcuno ha ancora qualcosa di intelligente da dire e qualcun altro ha già cominciato a parlare del proprio pene.

Tutti i personaggi hanno una loro forza e caratterizzazione che li lasciano impressi anche giorni dopo la visione: Puke è esilarante con le sue storie di sesso sporco e disperato; Ponce osserva il mondo con lo snobismo di chi ha scoperto il riscaldamento domestico e da allora considera il randagismo una discutibile scelta di vita. E tutti i rapporti danno il meglio quando sono raccontati attraverso i piccoli gesti. 

Il momento migliore arriva durante l’appuntamento di Gus con la gatta per cui ha una cotta, sulle note di There Is a Light That Never Goes Out degli Smiths. Ricky Gervais può nascondersi dietro gatti arrapati, cadaveri di topi e bestemmie contro l’umanità quanto vuole: appena partono gli Smiths viene fuori il romanticone che è in lui. Il bastardo.

Citazione migliore


Mangia, caga, crepa è il mio motto. Puke

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